Aiuto, arriva il Gender!

L’abbattimento degli stereotipi di genere è una delle tematiche che da sempre mi stanno più a cuore. Proprio quest’anno abbiamo visto insediarsi prepotentemente nelle case degli italiani un misto di paura e confusione per l’arrivo del famigerato “Gender”!

A riprova di ciò basti pensare alla decisione del sindaco di Venezia che nel giugno 2015 ritenne necessario bandire i cosiddetti “libri gender” dalle scuole, e alla seguente presa di posizione del sindaco di Padova, il quale, il 10 Novembre 2015, negò a Michela Marzano la possibilità di presentare il suo libro, “Papà, mamma e gender”, nella sala comunale della città.

1.

Sono convinta che né il sindaco di Padova, né quello di Venezia abbiano la minima idea di cosa sia il gender. Questa parola che fa così tanta paura!

Ma credo fermamente in quello che ha detto Albert Camus: «Nominare in maniera corretta le cose è un modo per tentare di diminuire la sofferenza e il disordine che ci sono nel mondo».

Così invece di gridare “Al lupo! Al lupo!”, senza sapere di cosa si stia realmente parlando (come accade spesso in questo paese), forse sarebbe meglio cercare di capire di cosa tratti l’argomento.

E’ indicativo il fatto che si continui a impedire un’educazione in grado di prevenire stereotipi e discriminazioni nei confronti delle donne e della comunità LGBT e soprattutto che ponga fine alla violenza di genere. Quello che non si conosce, infatti, fa paura, crea ottusità e quindi avversità e violenza, sia psicologica che fisica.

Non esiste nessuna “ideologia gender” come spesso si sente dire!
Come dice Nicolò di 3/4 di prospettiva, parlare di “ideologia gender” è un’ammissione di ignoranza (per approfondimenti sulla fantomatica “ideologia gender” vi rimandiamo al nostro articolo in cui se ne parla).

Vi svelo un segreto… Il genere non esiste! E sapete perché? Perché è una costruzione culturale che attribuisce delle caratteristiche, dei modelli a seconda del sesso di appartenenza, e cambia da cultura a cultura, nel luogo e nel tempo. Vi siete mai chiesti perché essere maschi o essere femmine condiziona così tanto le opinioni altrui?

Innanzi tutto c’è una grande confusione su cosa sia il genere, cosa sia il sesso biologico, cosa sia il genere (ruolo, identità, espressione) e l’orientamento sessuale (se volete un approfondimento cliccate qui).

Il Genere è una costruzione culturale che attribuisce a maschi o femmine caratteristiche, modelli di relazione, ruoli, aspettative, vincoli, opportunità e capacità diverse.

“Il genere (gender) non è qualcosa di “interno” alla persona, non è una conseguenza obbligata e una naturale manifestazione del sesso biologico, corporeo, fisico – maschile o femminile che sia – quanto invece il complesso di modelli socialmente precostituiti, “esterni”, in cui si imbatte l’individuo, che è chiamato ad assumerli in sé, a farli suoi e a incarnarli”. (Preso da qui)

Il Sesso e caratteristiche sessuali fisiche con le quali si nasce e si sviluppa, che includono i genitali, le forme del corpo, il timbro di voce, i peli corporei, gli ormoni, i cromosomi, etc.

Il sesso biologico non decide né il genere (identità, ruolo ed espressione), né l’orientamento sessuale.

L’identità di genere è “come io mi sento e mi percepisco” rispetto al mio sentirmi maschio o femmina.

Tra 0 e 3 anni si pongono le basi della propria rappresentazione di genere sulle quali farà perno la fase della costruzione del sé e dell’altro da sé e il percorso lungo e tortuoso che conduce alla costruzione della propria identità di genere e di ruolo.

Il ruolo di genere è l’insieme dei comportamenti e atteggiamenti che la nostra cultura riconosce come «maschile» o «femminile». Cambia secondo il contesto storico, culturale, religioso e sociale.  Si apprende dai 3 ai 7 anni.

L’orientamento sessuale è l’attrazione sessuale verso uno o più generi. Si definisce in età prescolare e si stabilizza in adolescenza.

Orientamento romantico: il genere verso cui si prova attrazione romantica.

Le persone LGBTQIA:

Lesbiche: donne sessualmente attratte da altre donne;

Gay: uomini sessualmente attratti da altri uomini;

Bisessuali: donne e uomini attratti da entrambi i sessi;

Transgender: persone che sono nate con un sesso ma si sentono del sesso opposto.

Cisgender: persone a proprio agio con il genere che gli è stato assegnato alla nascita. Se mi sono nata donna e mi sento donna sono cisgender, se mi piacciono le donne sono omosessuale cigender. Se mi piacciono gli uomini sono cisgender eterosessuale;

Queer: non sono eterosessuali cisgender. Questioning: si stanno ancora interrogando sul proprio genere e orientamento sessuale.

Intersessuali: nascono con caratteristiche sessuali sia femminile che maschili. Nascono con entrambi i sessi.

Asessuali: persone che non provano attrazioni sessuali. Allies: eterosessuali cisgender che si battono per la comunità LGBTIQA (ATTENZIONE: le persone allies non dovrebbero stare sotto questa “A”, proprio perché da persone alleate non hanno bisogno di pretendere un posto nell’acronimo che è dedicato agli orientamenti sessuali e/o romantici e alle identità di genere).

Ecco un video in cui viene spiegata in maniera molto chiara la sigla LGBTQIA:

 

 

 

 

 

Per approfondimenti sul genere, identità di genere, orientamento sessuale e orientamento romantico vi consigliamo di leggere i nostri quattro articoli in merito:

  1. La favolosità del mondo LGBTQIA+ – Parte Prima: qui affrontiamo le basi della differenza tra sesso biologico, genere (identità, ruolo ed espressione) e orientamento sessuale e/o romantico. E sbufaliamo anche la così detta “ideologia gender”
  2. La favolosità del mondo LGBTQIA+ – Parte Seconda: qui parliamo degli orientamenti sessuali
  3. La favolosità del mondo LGBTQIA+ – Parte Terza: qui parliamo delle identità di genere
  4. La favolosità del mondo LGBTQIA+ – Parte Quarta: qui parliamo degli orientamenti romantici e del poliamore

Adesso andiamo a parlare di “stereotipi”.

Premessa:

Stereotipo deriva da due parole greche, stereos e tòpos, che significano «immagine rigida».

Lo stereotipo è un meccanismo attuato dal nostro cervello perché ci aiuta a semplificare la realtà annullando la complessità della stessa. Ad esempio, annulla completamente la differenza tra i singoli individui.

Gli stereotipi sono associazioni che nella nostra mente scattano automatiche e che quindi sono molto difficili da estirpare o cambiare, persistono anche attraverso le generazioni, senza considerare la realtà.

Lo stereotipo di genere definisce i comportamenti e le caratteristiche che si credono adeguati per i maschi e per le femmine.

Si tratta di aspettative consolidate, e non messe in discussione, riguardo i ruoli che uomini e donne dovrebbero assumere, in qualità del loro essere biologicamente uomini o donne.

Dai 10/11 anni l’immaginario dei ragazzi  e delle ragazze è già influenzato da stereotipi di genere che riguardano i rapporti tra uomini e donne.

Qual è il problema degli stereotipi ? Che pongono le basi della giustificazione della violenza.

Ora vi spieghiamo il perché.

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E’ importante saper riconoscere uno stereotipo, perché la semplificazione della realtà porta al giudizio anticipato rispetto alla valutazione dei fatti –> PREGIUDIZIO

Il pregiudizio porta al trattamento non paritario attuato nei confronti di una persona o di un gruppo di persone appartenenti a una determinata categoria –> DISCRIMINAZIONE

Alcuni esempi di discriminazione sono:

  • Sessismo;
  • Razzismo;
  • Omobitransfobia.

La discriminazione porta alla giustificazione della violenza.

Gli Stereotipi di Genere contengono pregiudizi e quindi discriminazioni relative a una realtà storicamente segnata da asimmetrie di potere tra donne e uomini. Difatti gli stereotipi di genere definiscono i comportamenti e le caratteristiche che si credono adeguati per i maschi e per le femmine.

Pensateci: dal momento in cui i nostri genitori sono in attesa, la società ci impone determinati ruoli e si aspetta determinati comportamenti da noi a seconda che siamo femmine o maschi. Il solo fatto che quando nasca una bambina si appenda un fiocco rosa, mentre se è un bambino si appende un fiocco blu è già uno stereotipo di genere.

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Se sei femmina:

  • Appendono un fiocco rosa alla porta prima che tu nasca;
  • Si aspettano tu giochi con le Barbie, con giochi relativi alla realtà domestica;
  • Devi essere affettuosa, bella, emotiva, vulnerabile, gelosa, fedele, etc. altrimenti sei un “maschiaccio” (e comunque essere “maschiaccio” viene spesso visto dalle bambine come qualcosa di figo perché si associa al maschio il ruolo più importante);

Se sei maschio:

  • Appendono un fiocco blu alla porta prima che tu nasca;
  • Si aspettano tu giochi con macchinine e giochi di “forza”;
  • Devi essere forte, razionale, coraggioso, sicuro, orgoglioso, infedele etc. non devi piangere, altrimenti sei una “femminuccia” (e non è mai visto come qualcosa di positivo l’esser “femminuccia”, viene visto come sinonimo di codardia e debolezza perché si fa riferimento a quello che addirittura viene chiamato “sesso debole”).

Qui un video molto chiaro su questo meccanismo e su cosa comporta:

 

 

O ancora, il bellissimo video Pink or Blue:

 

Solo per fare alcuni esempi su come costruiamo i ruoli di genere sin dall’infanzia:

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Per ulteriori approfondimenti date un occhio al nostro album “Il sessismo fin dall’infanzia” che trovate qui.

 

L’abbattimento degli stereotipi di genere indotti (molto spesso inconsapevolmente) dalla famiglia, dalla scuola, dai media e dalla società, non vuol dire “rendere uomini e donne indifferenziati”. Non va confuso il concetto di “identità” di genere con “uguaglianza” di genere.

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Ogni persona ha dei diritti essenziali che costituiscono i valori fondamentali della dignità umana.

Ed è giusto che cresca libera da ogni pregiudizio: una bambina può giocare a calcio e fare carriera in astrofisica esattamente come può farlo un bambino.

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Fonte immagine: tradotta dalla pagina spagnola Femminista Ilustrada, trovate il link qui.

Un bambino infatti può amare la cucina o la danza, diventare un ottimo maestro o qualsiasi cosa voglia senza che per questo debba essere chiamato “femminuccia” o ancor peggio, “gay”. Perché c’è anche questa fantastica tendenza, adesso: oltre al termine “puttana” si ricorre a quello di “gay”, come se l’essere puttana o gay possa realmente costituire un’offesa: non c’è nulla di offensivo (nell’esserlo).

Stesso discorso vale per l’orientamento sessuale: un maschio omosessuale resta sempre un uomo, una donna omosessuale resta sempre una donna, a prescindere dal corpo in cui nasce (trans).

Judith Butler, la scrittrice del libro “Scambio di Genere”, spesso accusata di promuovere l’idea che le persone possano cambiare sesso come ci si cambia d’abito (ndr. queste persone non hanno mai parlato con una persona trans), ha rilasciato in un’intervista questa dichiarazione:

«In molti mi domandano se io ammetta o no l’esistenza del sesso biologico. Implicitamente, è come se mi stessero dicendo: “bisognerebbe essere pazzi per dire che non esiste!” E in effetti, è vero, il sesso biologico esiste, eccome. Non è né una finzione, né una menzogna, né un’illusione. Ciò che rispondo, più semplicemente, è che la sua definizione necessita di un linguaggio e di un quadro di comprensione  esattamente come tutte le cose che possono essere contestate, in linea di principio, e che infatti lo sono. Noi non intratteniamo mai una relazione immediata, trasparente, innegabile con il sesso biologico. Ci appelliamo invece sempre a determinati ordini discorsivi, ed è proprio questo aspetto che mi interessa (..) La teoria del genere non descrive “la realtà” in cui viviamo, bensì le norme eterosessuali che pendono sulle nostre teste. Norme che ci vengono trasmesse quotidianamente dai media, dai film, così come dai nostri genitori, e noi le perpetuiamo nelle nostre fantasie e nelle nostre scelte di vita. Sono norme che prescrivono ciò che dobbiamo fare per essere un uomo o una donna. E noi dobbiamo incessantemente negoziare con esse. Alcuni tra noi sono appassionatamente attaccati a queste norme, e le incarnano con ardore; altri, invece, le rifiutano. Alcuni le detestano, ma si adeguano. Altri ancora traggono giovamento dall’ambiguità… Mi interessa dunque sondare gli scarti tra queste norme e i diversi modi di rispondervi».

Quindi mai come adesso l’educazione contro gli stereotipi di genere diventa fondamentale.

Noi per prime/i dobbiamo renderci conto di quanto sia importante parlarne nel nostro quotidiano e di quanto nel nostro stesso abituale lessico adottiamo stereotipi di genere.

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E’ vero, il lessico non può fare miracoli né cambiare la società, ma bisogna tenere in mente che, come disse in un’intervista Cecilia Robustelli parlando del suo libro “Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano”<<ciò che non si dice non esiste>>.

Posto che il concetto di genere è una costruzione culturale e che rimanda appunto alla differenza di ruoli rispetto all’identità considerata “maschile” e l’identità “femminile”, il linguaggio stesso trasmette la discriminazione di genere che vede nei ruoli, nel lavoro, nella relazione, la donna in una posizione inferiore rispetto a quella dell’uomo.

E questo è confermato in continuazione dai media che propongono stereotipi nei telegiornali, nelle pubblicità, nelle trasmissioni e così via.

Ecco un paio di esempi che mostrano quello che intendo:

  • Nei programmi televisivi:

 

 

 

 

  • Nelle pubblicità:

 

 

Infatti, l’uomo risponde sempre al concetto di aggressività, forza, razionalità etc. (mascolinità tossica) e comunque legato ad ambienti di lavoro professionali, mentre la donna a concetti di sensibilità, emotività, debolezza etc. legata ad ambienti relativi all’ambiente casalingo o ruoli di frivolezza, legati all’estetica e alla superficialità.

Questo perché la divisione dei ruoli storicamente ha sempre visto la donna come la persona che si occupava della casa e dei figli/delle figlie e l’uomo come la persona tradizionalmente destinata ai ruoli di potere. Anche oggi che le donne ricoprono diversi tipi di lavoro, la loro occupazione viene considerata come una concessione (quante volte vedendo una donna nel ruolo di manager scatta la battuta: “chi si è fatta per avere quel posto?”). Inoltre una madre che lavora e non si occupa pienamente dei figli/delle figlie affidandosi ad un/a baby sitter viene giudicata una “cattiva” madre mentre se è il padre a non occuparsi dei figli/delle figlie, viene scusato perché pensa al sostentamento della famiglia.6

 

Attraverso gli stereotipi di genere si creano, come abbiamo appena elencato, due mostri: “il sesso debole” e la “mascolinità tossica“.

Via via che si cresce le donne vengono rappresentate come un oggetto sessuale, non come esseri umani.

Questo è uno dei ruoli stereotipati della donna, in contrapposizione con il ruolo della madre=santa=Madonna che da secoli ci viene inculcato dalla cultura.

Una donna, infatti, non può avere la stessa libertà sessuale di uomo, perché viene subito additata come puttana, quindi come una donna «non pura». Mentre per gli uomini è considerato «naturale».

Giusto per sottolineare un concetto di base quando si parla di pubblicità sessista: non sono le donne che devono essere colpevolizzate. Ma la cultura maschilista.
Non siamo una pagina sessuofoba e chi ci segue lo sa benissimo. Principio di base che portiamo avanti come pagina e come blog: ogni donna è libera di fare del proprio corpo ciò che vuole. Lo ripetiamo nel caso non fosse ancora chiaro.
Il lavoro che stiamo facendo è portare alla luce quando sono le pubblicità ad oggettificare la donna e quando è la cultura a farlo. Infatti in questo caso si parla di frammentazione del corpo femminile.
Dove non c’è un volto nelle pubblicità, si parla di “frammentazione del corpo”.
E questo vale anche per le pubblicità di intimo o di costumi. Se non c’è un volto, la persona viene deumanizzata. Questo è grave, perché appunto, la persona viene resa non “umana”, ma un oggetto e quindi la violenza viene giustificata, la rape culture viene giustificata, poiché si tratta di un oggetto da possedere e non di un essere umano da rispettare. Questo è il messaggio che viene veicolato dalla frammentazione del corpo, che è all’interno di quello che viene chiamato “modello donna oggetto”. Ed è così che culturalmente la violenza viene giustificata, viene normalizzata, e si crea la rape culture.
Noi stiamo portando alla luce le basi di una cultura tossica, maschilista, che deve essere riconosciuta per cambiarla. Non stiamo dicendo alle donne cosa fare o non fare del proprio corpo. Non l’abbiamo mai detto e non lo diremo mai.

In merito alla pubblicità sessista negli anni, se volete un approfondimento, potere dare un occhio sia al nostro album di Facebook che trovate qui, sia al nostro articolo in merito che trovate qui.

Tornando a noi: ma i maschi, sono davvero liberi?

“Sono maschio e mi piacciono le bambole e allora? “

I maschi  vengono denigrati dagli altri maschi e dalle stesse femmine, dai genitori e dagli/dalle insegnanti se:

-Si vestono di rosa;

-Giocano con giocattoli considerati «da femmine» (bambole, pentole, ferro da stiro o oggetti utilizzati per la casa, etc.)

-Piangono («non fare la femminuccia»);

-Si truccano o indossano travestimenti «femminili». Es. Elsa di Frozen.

Perché?  La principale motivazione è la credenza che così facendo il bimbo «diventi» omosessuale.

Premessa necessaria: omosessuali non si diventa, si nasce. Non ci sono teorie scientifiche che dimostrano che è l’educazione a influenzare l’orientamento sessuale. E poi, cosa c’è di male nell’essere omosessuale?

Segnalo questa bellissima campagna #MascolinitàFragile: una campagna per raccontare la normatività che agisce sul maschile, che potete trovare qui:

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Mi è capitato qualche giorno fa di partecipare ad un incontro relativo ai dati che riguardano la rappresentazione delle donne nell’informazione, con la presentazione di un manuale che riporta gli studi effettuati dall’Osservatorio di Pavia (“Tutt’altro GENERE di informazione. Manuale per una corretta rappresentazione delle donne nell’informazione”, qui il pdf). I dati emersi non stupiscono: le donne nei telegiornali e nei quotidiani sono rappresentate poco e male, fanno notizia solo in caso di violenza e anche in quel caso si scrivono e si dicono molte castronerie come “uccisa per gelosia/raptus/troppo amore” etc. e comunque sempre “a causa” di un comportamento della donna stessa che “se l’è meritato”.

Si è visto che le donne che sono presenti nelle notizie o sono “anonime” rappresentando una categoria generica (studentesse, casalinghe o comunque di professione ignota) oppure, se appartengono a un’identità specifica come una categoria politica o sportiva, non sono presentate con tutti i loro “titoli” come sono presentati gli uomini che invece rappresentano categorie professionali più definite e sono spesso interpellati come “esperti”.

Quello che ho notato a questo incontro è che non c’era nessun* ragazz* al di sotto dei 30 anni. E mi sono chiesta: possibile che non se ne parli? Possibile che quelli che adesso sono i/le giovani e che un giorno saranno il futuro non si interessino di questo argomento che riguarda tutti e tutte?

Poi alla fine mi sono risposta che non c’è da stupirsi, purtroppo gli stereotipi di genere sono indotti nella nostra educazione sin da prima che noi si nasca. Accade sempre più spesso che fenomeni di violenza e di bullismo nei confronti di una donna o di una persona LGBT vengano giustificati senza dare loro il peso e la gravità che meriterebbero.

Basti pensare a quando ridiamo delle battute sessiste. Molte e molti di noi non si domandano il “perché”. Su questo consiglio un video che ho trovato super utile:

 

 

 

Ridere alle battute sessiste, razziste, transomobifobe non vi rende delle brutte persone.

Il problema non è ridere alle battute sessiste, il problema è chiedersi PERCHE’ stiamo ridendo.

Perché vi fa ridere quella battuta?

Ridi perché la cultura dice di ridere delle persone che non rispecchiano gli stereotipi che la cultura stessa ci insegna.

EMPATIA: cercare di capire come si sente l’altra persona, la persona di cui stiamo ridendo.

Non dimentichiamoci che li stereotipi di genere GIUSTIFICANO LA VIOLENZA.

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Questa piramide viene dal nostro album delle linee guida, copio qui la descrizione:

Quante volte abbiamo affrontato classico “ma fatevela una risata/occupatevi di cose più serie”?
Quante volte dovremo affrontarlo ancora?

Repetita Iuvant:
se quello che segnaliamo a voi fa ridere, ok, non stiamo dicendo che siete brutte persone. Ma per l’ennesima volta, dire “fattela una risata” a chi non sta ridendo è la stessa identica violenza psicologica di dire “smettila di piangere” a chi sta piangendo. Smettiamola di far sentire inadeguate le persone. Smettiamola di dire alle persone come dovrebbero sentirsi, facendole allora sentire loro inadeguate. Nessuna persona può dirci come ci dobbiamo sentire, anche davanti a una battuta. Questa è violenza psicologica. Dobbiamo portare rispetto a chi una semplice battuta ha fatto passare l’inferno.

In ogni caso, questo è il punto: vogliamo far passare la riflessione sul perché stiamo ridendo.
Perché quella battuta ci fa ridere?
Su cosa si basa quella battuta?

Facciamo un piccolo passo indietro sulle basi:
Cosa sono gli stereotipi?
Gli stereotipi che sono meccanismi di semplificazione di realtà complesse che portano al pregiudizio (giudizio anticipato rispetto alla conoscenza del contesto complesso). I pregiudizi sono pericolosi poiché portano a discriminazioni.
Cosa è una discriminazione?
È un trattamento non paritario nei confronti di persone appartenenti ad un gruppo a seconda del sesso, etnia, orientamento sessuale, identità di genere è così via. Le discriminazioni (come ad esempio sessismo, razzismo ed omobitransfobia) sono molto pericolose perché portano alla giustificazione della violenza.

La “semplice battuta” è una cosa seria: perché nasconde una forma mentis ben precisa, che tende a semplificare la realtà e a giustificare atti molto più gravi.

E vale per tutte le battute che si basano su una discriminazione: battute razziste, battute sessiste, battute xenofobe, battute omobitransfobe etc.

Sono ragionamenti che dovrebbero essere scontati ma purtroppo non è così, ci educano attraverso la giustificazione della violenza e non ci rendiamo conto quanto una battuta possa normalizzarla!!!

E un’ultima cosa: leggere è fondamentale. Se non leggete i post non ha molto senso che commentiate. Siamo più che disponibili a condividere informazioni ma l’approfondimento lo dovete fare voi, dovete scegliere di leggere e di approfondire. Altrimenti ogni vostro commento è tempo che fate perdere a noi ma che perdete anche voi, poiché potreste impiegarlo a leggere le informazioni che vengono condivise e a darvi il tempo di sedimentarle.

Per favore, leggete i post che trovate nell’album delle nostre linee guida, lì c’è scritto veramente tutto.

Nell’album delle nostre linee guida trovate questo post nel quale spieghiamo come mai dire il tanto gettonato “ma fatevela una risata” non è accettato in questa pagina.

Mentre qui spieghiamo lo stesso del “siete esagerate!!

E qui parliamo di discriminazioni interiorizzate “Di razzismo/Sessismo/Omobitransfobia (etc.) interiorizzate”, capire questo meccanismo è utile per capire quante discriminazioni riteniamo normali e innocue.

Sempre dalla nostra pagina Fb in merito a un’immagina che gira da anni:

Le donne vanno rispettate in quanto persone, punto.

Avevamo pubblicato già questa immagine anni fa e ribadiamo il concetto. Una donna non deve essere rispettata perché è donna ma perché è un essere umano. E come ogni essere umano merita rispetto. La sensibilità delle persone è così limitata da dover ricorrere a collegare un grado di parentela per far rispettare una persona? C’è davvero così poca empatia nel mondo?
Se una donna non avesse figli non meriterebbe rispetto? Se una donna non fosse sposata e non avesse parenti vivi al mondo allora meriterebbe di essere corcata di mazzate?? Ma ci rendiamo conto della gravità di questa stupida immagine che continua a girare sulle bacheche!?

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Ecco un primo piano dell’immagine “sana”:

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Grazie Cynical Thoughts per aver creato l’immagine “sana”. Fonte:
https://facebook.com/cynicalthoughtspage/photos/a.162183540557984/764885696954429/?type=3&source=54

In merito abbiamo una serie di articoli che apprfondiscono il tema:

Non è così scontato pensare che un essere umano, per il solo fatto di essere al mondo, abbia dei diritti essenziali che costituiscono i valori fondamentali della

DIGNITA’ UMANA.

Per parlare di PARITA’ si deve parlare di UMANITA’.

L’altro/a è un essere umano come noi. EMPATIA?

Accade sempre più spesso che fenomeni di violenza e di bullismo nei confronti delle donne o di persone LGBT vengano giustificati come attacco di «raptus/follia/rabbia/gelosia» per le prime o come «ragazzate» per le seconde, senza dare loro il peso e la gravità che meriterebbero.

Ma non possiamo arrenderci al fatto che sia troppo difficile cambiare la struttura sociale! Dobbiamo agire, e lo facciamo solo se cambiamo il nostro quotidiano, se tutt* iniziamo ad indossare gli “occhiali viola” che ci permettono di vedere quanti stereotipi condizionano il nostro modo di pensare. Perché la violenza parte proprio dalle discriminazioni di genere.

Come spiega il testo “Di Pari Passo. Percorso Educativo contro la violenza di genere” di Nadia Muscialini: “non è così scontato pensare che un essere umano, per il solo fatto di essere al mondo, abbia dei diritti; sono serviti millenni di storia per giungere a questo principio, e ancora oggi il dibattito è aperto”.

E’ aperto eccome, e per far valere il diritto di ogni persona alla dignità dobbiamo fare un lavoro molto profondo, prima di tutto su noi stess*, per abbattere tutti quegli stereotipi di genere che perpetriamo senza nemmeno accorgercene. Come possiamo iniziare il cambiamento?

Già il fatto di cominciare a rendersi conto di quanti stereotipi di genere ci sono nel nostro quotidiano (media, scuola, famiglia, lavoro) non è un lavoro da poco, anche perché vuol dire cominciare ad abbattere i nostri stessi pregiudizi che si, sono stati indotti dall’educazione ricevuta e dalla società, ma sono talmente radicati dentro di noi che non ci rendiamo conto di quanto possiamo essere discriminanti. Cosa fondamentale è il fatto di riconoscere che ogni PERSONA E’ UNICA a prescindere che sia omosessuale, transessuale, bisessuale, eterosessuale etc.!

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Infine, cosa non meno importante, è informarsi, leggere al riguardo. Vi ricordate i libri che vi consigliai l’anno scorso, con l’articolo “Il significato del 25 Novembre”? .   Anche stavolta, non posso non segnalare alcuni libri.

E stavolta come suggerimento segnalo appunto tutti i libri detti “libri gender” che il sindaco di Venezia ha deciso di bandire e che consiglio a tutt* di acquistare, anche se molti sono per bambin*, ma i bambini e le bambine possono capire molte cose, che spesso i grandi non capiscono:

Lista dei testi banditi dal sindaco di Venezia che nel giugno 2015 e altre letture consigliate.

Infine una serie di letture che mi sono state davvero utili per l’argomento:

  • – Elena Gianini Belotti. “Dalla parte delle bambine”;
  • – Robert W. Connel. “Questioni di genere”;
  • – Graziella Priulla. “Parole Tossiche. Cronache di ordinario sessismo”.
  • – Nadia Muscialini, “Di Pari Passo. Percorso Educativo contro la violenza di genere”, Settenove
  • – Cecilia Robustelli, “Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano”, GIULIA
    http://giulia.globalist.it/giuliaglobalistit/Downloads/Donne_grammatica_media.pdf
  • – Biemmi Irene, “Educazione sessista, Stereotipi di genere nei libri delle elementari”, Ed.Rosenberg & Sellier
  • – Loredana Lipperini, “Ancora dalla parte delle bambine”;
  • – Raffaele Mantegazza, “ Per fare un uomo. Educazione del maschio e critica del maschilismo”;
  • – Gianini Belotti Elena [a cura di] (1978), “Sessismo nei libri per bambini”, Milano, Edizioni Dalla parte delle bambine.
  • – Elena Fierli, Giulia Franchi, Giovanna Lancia, Sara Marini. “Leggere senza stereotipi.  Percorsi educativi 0-6 anni per figurarsi il futuro”, Settenove
  • – Sabatini Alma (1987), Il sessismo nella lingua italiana, Roma, Presidenza del consiglio dei ministri
  • – Graziella Priulla, “C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole è un libro”, Franco Angeli
  • – Carina Louart, “Ragazze e ragazzi. La parità a piccoli passi”, Motta Junior
  • – Cristina Gamberi, Maria Agnese Maio, Giulia Selmi (a cura di), “Educare al genere. Riflessioni e strumenti per articolare la complessità”, Carocci, Roma 2010
  • – Renata Borgato, “La mela avvelenata. La funzione delle fiabe nella trasmissione della cultura di genere”, Ferrari Sinibaldi

a cura di Giulia Terrosi

Pubblicato su: http://utopiablog.it/aiuto-arriva-il-gender/

PS. Per saperne di più, consiglio vivamente le slides di Graziella Priulla del suo corso “Educare al Genere”, dove condivide informazioni e fonti sull’argomento che dovrebbero essere letti e studiati da tutte e da tutti. E che potete trovare qui.

E inoltre consiglio di seguire tutta la serie di “Parità in Pillole” che potete trovare qui

 

16 risposte a "Aiuto, arriva il Gender!"

  1. niente (a parte l’anatomia maschile e femminile e la loro fisiologia e fisicità) è riducibile solo alla biologia ma è anche vero che nulla è riducibile solo alla costruzione culturale: la cultura fa parte della nostra natura quanto la biologia. La donna coi tacchi è libera e autentica come quella senza, l’uomo muscoloso è se stesso come lo è quello gracile. Ci sono infiniti modi di essere uomo e di essere donna tanti modi quanti sono gli uomini e le donne nel mondo, modi più frequenti e meno frequenti statisticamente ma sempre legittimi e autentici, Così dovrebbe essere.
    E i film non trasmettono stereotipi, raccontano l’umano e la società con personaggi maschili e femminili credibili, e la raccontano nel bene e nel male.

    "Mi piace"

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