Evento di Bossy – Violenza contro le donne: parliamone con gli uomini con Lorenzo Gasparrini

IMG_1047.jpg

Ieri sera sono stata a questo evento organizzato da Bossy , associazione che si occupa di parità e di femminismo intersezionale, dove era stato invitato come relatore Lorenzo Gasparrini, autore del libro “Diventare Uomini: relazioni maschili senza oppressioni” e del blog “Questo Uomo no”.

Ho deciso di parlarne perché è stato un incontro veramente interessante, inclusivo e intersezionale e soprattutto perché la stanza era piena, veramente piena di ragazzi e ragazze. Questo mi dà un barlume di speranza per il futuro, le cose cambiano 🙂

Lorenzo è un filosofo e un femminista, quindi è come se fosse un unicorno, perché si pensa erroneamente che gli uomini non possano essere femministi perché molto spesso si intende femminismo come superiorità delle donne e inferiorità degli uomini, mentre il femminismo è un’altra cosa.

Irene Facheris,  presidente di Bossy, modera l’intervento e fa una piccola introduzione:

E’ stato scelto un tema molto caldo, nella settimana del 25 novembre, la giornata mondiale contro la violenza sulle donne (ndr. abbiamo parlato del suo significato qui).

La platea in questi casi è quasi totalmente femminile perché si pensa che sia un argomento da donne, ci si dimentica di dire che non si sta parlando di violinaio generica ma della violenza degli uomini sulle donne e quindi è necessario parlarne con gli uomini.

Non parlarne con gli uomini dando per scontato che gli uomini siano colpevoli in quanto uomini e se sei un uomo hai statisticamente fatto almeno una violenza nella loro vita, non risolve il problema.

Bisogna invece fare un passo in avanti, bisogna chiedersi perché le statistiche sono così alte? Perché così tanti uomini sono violenti?

Di chi è la colpa? Del singolo. Ma di chi è la responsabilità?

Che differenza c’è tra colpa e responsabilità?

L’obiettivo di stasera non è quello di puntare il dito dicendo che c’è una parte ella popolazione buona e una parte cattiva, perché non è così.

Mi rivolgo a Lorenzo con questa domanda: Quando abbiamo pubblicizzato dell’evento molte persone mi hanno chiesto “perché non parlate della violenza che fanno le donne sugli uomini?”

Lorenzo:

Siamo in un ambiente culturale quello italiano nel quale ci sono grosse difficoltà a parlare di questi argomenti.

La storia dei femminismi e la storia delle donne nella scuola italiana non si fanno. non c’è nei libri di storia, nell’antologia, nei libri di filosofia. Non c’è. E quest’assenza costruisce comunque una cultura, una cultura in cui siamo abituati all’assenza delle donne. i movimenti specifici che si sono occupati di queste tematiche non sono stati protagonisti nella storia. Quando si pensa ai momenti storici importanti come ad esempio, la rivoluzione francese, non si parla mai di protagoniste donne.

In virtù di questa mancanza si pensa che i problemi di genere siano basati su una certa simmetria. Se c’è la violenza sulle donne, c’è una corrispondente violenza sugli uomini. Il problema della simmetria è che non tiene conto di uno stato di fatto della nostra società: la situazione tra i generi non è quella di una parità, è quella di una gerarchia verticale. C’è qualcuno che opprime e che qualcuno che viene oppresso. La violenza che fa l’oppresso a chi opprime non è la stessa che fa chi opprime all’oppresso. Questa gerarchia di forza non è occupata dai sessi e dai generi secondo il loro patrimonio genetico. Questo sistema si chiama patriarcale e costruisce dei ruoli. Nessuno nega che esista la violenza di genere fatta da donne eterosessuali a uomini eterosessuali, non è una lotta, ed è sempre la stessa, i femminismi si occupano di questo da anni, ma nessuno ce lo racconta.

Quando ci troviamo di fronte a uomini che contestano questo modo di vedere le cose è molto difficile non tanto rispondere nel merito, quanto far capire che le cose su cui dobbiamo lavorare è creare le condizioni affinché si imposti un discorso ben organizzato. E’ facile rispondere condividendo dati, statistiche e libri ma non è una risposta che funziona perché non conduce a un dialogo. Dobbiamo riuscire a far trasmettere di cosa stiamo esattamente parlando creando un dialogo che dev’essere anche voluto dall’altra parte, sennò inutile cominciare il discorso.

Se non conosciamo il significato delle parole “patriarcato”, “sessismo”, “femminismo”, come possiamo discutere? Perché non solo siamo in una situazione culturale come quella italiana in cui c’è una totale mancanza di cognizione di causa, purtroppo s’è creata anche una falso discorso su questi argomenti. Come parlano i media maintstream questi argomenti è una cosa tremenda, crea confusione, genera divisioni, non chiarendo affatto come stanno le cose.

Siamo in un paese in cui i giornalisti non riescono nemmeno a nominare correttamente le persone transessuali, che è una cosa vergognosa!

Quando di parla di femminicidio si parla di lui come onesto ragazzo, bravo lavoratore, ottimo vicino di casa. Ha ammazzato la moglie così, per un attacco di rabbia, di raptus. Si mostrifica il femminicida dicendo che aveva troppo caldo, era troppo geloso, era depresso etc. Se il racconto è questo come fanno le persone a percepire? Il femminicidio (ne abbiamo parlato qui) è la punta dell’iceberg, e non è tanto una questione di numeri, quanto il fatto che sia un problema sociale! Basta anche solo un femminicidio perché ci debba rendere conto che c’è un problema sociale.

Irene:

Quindi nonostante possa essere molto rassicurante che un uomo ammazzi una donna per un raptus, perché il meccanismo che si fa è “lui l’ha ammazzata perché è matto, io invece non farei mai una cosa del genere!”. Sappiamo invece che non è così perché la società è la stessa per tutti. Se non è il raptus, allora cos’è che porta un uomo ad uccidere la donna? Quali sono le basi? Quali sono tutte le condizioni per cui un uomo deve sottostare a certi meccanismi sennò non è un “vero uomo” che portano anche alla violenza?

Lorenzo:

Quando fai un gesto non c’è solo un unico motivo, il contesto culturale è fondamentale. Le persone che lavorano nei centri anti violenza si occupano da anni di queste cose e non vengono mai interpellate dai giornali, dicono che il femminicida arriva ad un certo punto ad immaginare che sia possibile uccidere, che sia una delle scelte possibili. Come si fa ad arrivare a questa scelta? L’analisi che dobbiamo fare è “cosa ho in comune col femminicida?” non cosa ci differenzia.

Quando ero un ragazzino mi presentarono due grandi spettri che dovevo assolutamente evitare: lo sfigato e il frocio, dicendolo alla romana, sennò non sarei stato un “vero uomo”. A sei anni arrivano i parenti che ti chiedono se ce l’hai la fidanzatina? E ti inizia porre il problema. Poi si cresce e si capisce che ci si deve comportare in un certo modo che ci si deve rapportare in un certo modo con l’altro sesso. E questo comportamento quando lo mettiamo in discussione? Spesso mai.

Chi ti dice che non è così? I femminismi.

Ed allora ecco che scatta lo stereotipo della femminista (ndr. l’abbiamo affrontato qui): stronza, antipatica, si veste male, frustrata, mascolina, vita sessuale scarsa, odia gli uomini e quindi agisce quotidianamente contro di loro. E i ragazzini e le ragazzine di 14 anni nelle scuole hanno questa di visione. Chi gliel’ha insegnata? La cultura, nessuno ha smentito questo stereotipo.

Pensiamo ai proverbi, in un paese come in Italia, sono modi di trasmissione di conoscenza e di cultura, e sono enormemente sessisti. Come il proverbio veneto “le done e ‘l bacalà, perché i se boni i ghe vol ben pestà” (Donne e baccalà, più li picchi più diventano buoni), che poi si declinerà in mille altri dialetti. Come anche “donne e motori gioie e dolori”, o “chi dice donna, dice danno”.

La cosa che non viene mai portata alla luce è il potere che passa di relazione in relazione. Capire che si passa crescendo in una serie di relazioni di poteri. E rendersi capaci di muovere critiche a queste relazioni quando sono oppressive ed opprimenti. Il problema è che hai contro una cultura che si rifiuta di fare questo lavoro, perché vuol dire mettere in discussione il sistema di potere che è patriarcale.

Irene:

La violenza non è solo fisica, ci sono molti tipi di violenza e parlando di potere non posso fare a meno di collegare un tema molto caldo, le molestie. Anche qui ci si divide in due fazioni, da una parte c’è chi dice che tutti gli uomini sono dei porci, dannate dal cromosoma, dall’altra invece c’è chi dice “non ci sono prove, te lo stai inventando, cerchi visibilità, te la sei cercata, sei una troia, etc. etc.”

Non si parla mai della dinamica di potere. Certo che sentiamo moltissime donne che dicono che sono state molestate da uomini, perché ci sono molti più uomini al potere. E’ una questione di potere, non di genetica. Non stiamo dicendo che c’è una categoria di persone che va bene e una categoria di persone che non va bene basandosi su quello che ha tra le gambe.

Tornando a parlare di molestie (ndr. qui abbiamo parlato di cosa sono le molestie e di come vengono trattate dallo stato italiano), come mai queste violenze vengono continuamente delegettimate?

Porto un esempio mio, un mese fa mentre ero in treno un tizio si è messo a fissarmi per un sacco di tempo e mi sono sentita molto a disagio. Quella cosa mi ha fatto sentire molestata. C’è stata una reazione carica di odio nel web di persone che dicevano che stavo cercando visibilità, che stavo offendendo chi aveva veramente subito una molestia. Perché le persone decidono come ti devi sentire, quando solamente te poi sentirlo?

Lorenzo:

Quando subiamo un’azione oppressiva, chi la riconosce è chi la subisce. Il problema è dare voce a chi subisce qualcosa che invece andrebbe fermato. Questa è una cosa che nel quotidiano si capisce benissimo, pensiamo all’ambiente di lavoro con le ingerenze del capo o il mobbing.

Mentre quando si parla di molestia non è chiaro per nulla. Il contesto determina il giudizio sui comportamenti, ma in questi casi non viene mai messo in esame.   Questo fa parte di tutto il bagaglio di stereotipi e cultura sessista pensare che tutta una serie di comportamenti sta a significare disponibilità sessuale. Come ti vesti, se sei da sola, come ti trucchi etc.

Nel tuo caso, il fatto che tu fossi sola in un vagone del treno è stato interpretato come disponibilità sessuale.

Dove l’abbiamo imparata questa cosa? Dobbiamo renderci conto che abbiamo la responsabilità di una cultura che ci insegna che se una donna sta sola in un certo posto ci puoi provare, che è lecito insistere. Che se una donna si veste in un certo modo, cerca una certa cosa. C’è tutto un modo di cinematografia e scritture che trasmette tutto questo. Ed è questo che deve essere messo in discussione perché questo racconto rafforza la giustificazione della violenza. Se voglio qualcosa devo essere io a deciderlo. C’è un video chiarissimo che spiega il consenso tramite il tè:

Sta alla libertà delle persone decidere n ogni istante cosa vogliono o cosa non vogliono fare. Non si è autorizzati a interpretare nulla, senza consenso. Ma c’è una cultura che invece ce lo insegna.

Altra cosa, imputare alla vittima il comportamento non corretto (ndr. qui abbiamo affrontato il famoso “se l’è cercata”).

Assistiamo anche ad un altro fenomeno. Quando in situazioni simili o nelle stesse identiche situazioni  il giudizio che viene dato alla donna è un altro. Questo meccanismo ha un nome: “doppio standard”.

Si sfocia in un altro grande pericolo culturale: il moralismo, ovvero attribuire a un certo comportamento sessuale un valore assoluto. Una cosa che per gli uomini non esiste, mentre per  le donne sembra che sia la cosa più importante da fare. Sin da ragazzine viene raccontato tuta una serie di cose sul loro comportamento che regola la loro condotta morale in base al loro comportamento sessuale.

Come i femminismi insegnano, vi racconto di me per far capire quali sono le cose che succedono nella quotidianità e che ti fanno pensare.

Quando mio figlio Andrea tornò un giorno da scuola d’infanzia tutto imbronciato e gli chiedo cosa sia successo, lui mi risponde con “odio tutte le femmine!” e alla richiesta di motivazioni risponde con “non mi fanno giocare con la cucina!”. Al ché vado alla scuola per capire meglio e la maestra mi dice che durante la ricreazione mette le femminucce a giocare con la cucina e con le bambole e i maschietti a giocare con le macchinine e le costruzioni. A quel punto le spiego che Andrea ci vede cucinare in casa ed è una cosa normale per lui farlo. E la risposta è stata “va bene, allora domani Andrea potrà giocare con la cucina”. Questa è la situazione perché il problema è culturale (ndr. qui abbiamo affrontato cosa sono gli stereotipi di genere).

Quello che è successo a Irene succede a milioni di donne ogni giorno, ma viene considerato normale, ma non lo è. Quando metteremo in discussione questa cultura che ci fa utilizzare standard diversi quando le cose succedono agli uomini e quando succedono alle donne?

Irene:

Anche perché poi le conseguenze sono pericolose perché se io ogni volta che dico che mi successo qualcosa diventa che è colpa mia, smetto di dirlo. Perché non solo mi sono sentita in un certo modo, mi devo anche subire l’attacco mediatico di tutti quelli che mi dicono che è colpa mia.

Questo è quello che porta poi le persone a non denunciare.

Quando una donna denuncia è colpa sua, ma quando denuncia un uomo? Se un uomo dice che una donna l’ha violentato la risposta è “beato te!” e in commissariato gli ridono in faccia.

Lorenzo:

Sono decenni che molte associazioni cercano di istruire le forze dell’ordine per gestire questi casi.

Fortunatamente da molti anni le coppie omosessuali cominciano ad essere numericamente rilevanti.

Però i centri anti violenza e i commissariati stanno cominciando a registrare un dato molto inquietante: la violenza domestica nella coppia omosessuale. E siamo totalmente impreparati su questo, perché non è mai stato messo in discussione il modello di coppia che c’è.

L’impreparazione delle forze dell’ordine, è sintomo di impreparazione culturale. La violenza è uno strumento di potere. Lo stupro è uno strumento di potere che si usa per annichilire la persona.

Il riferimento al sesso anale nei modi di dire è un modo per annichilire la persona ed è un linguaggio che deriva dal mondo etero, non dal mondo omosessuale.

Anche dal punto di vista linguistico il linguaggio etero tramanda molti stereotipi.

Adesso vi chiedo di fare una cosa: alzatevi tutti per favore. Bene, mettetevi a sedere.

E adesso, per favore alzatevi tutte.

Ecco, come mai quando ho detto “tutti” si sono alzate anche le donne?

Nel nostro linguaggio il maschile è usato per tutti i generi e questo è un grossissimo problema. Perché già nei libri di storia le donne non ci stanno, ma poi a livello linguistico è rappresentato solo dal genere maschile.

E questo passa anche alle offese, perché per descrivere una stronza dite che è una mignotta? Quello che fa col suo corpo, il modo in cui lo usa e la sua libertà sessuale non sono oggetto di giudizio morale. Se una si è comportata male, al massimo la chiami stronza, non troia. Questo serve a capire che cambiare il proprio linguaggio è un passaggio fondamentale per cambiare la cultura  e migliorare le relazioni di genere (ndr. abbiamo affrontato la questione qui, quando abbiamo parlato di maschilismo interiorizzato).

Perché il linguaggio che usiamo tutti i giorni cambia il nostro modo di pensare. Quando hai degli strumenti e li usi veicoli quel potere lì.  Cambiando le espressioni, i modi di dire, anche gli insulti, cambi il modo di pensare. Cambiare questo significa moltissimo per come noi ci rappresentiamo verso gli altri generi e cambia il mondo. Ci costringe anche ad avere rapporti di amicizie al di là del nostro genere e del nostro orientamento sessuale. Parlare e lavorare con persone LGBTQIA+ ti fa rapportare con un altro mondo, perché se un modo di dire è sbagliato e offensivo, te lo possono dire solo loro. Perché tu non hai il loro corpo, il loro passato, quelle cose non le senti come le possono sentire loro sulla loro pelle. Spingersi ad avere rapporti con queste persone è fondamentale.

Ma chi ti dice di farlo? Nessuno, viviamo in un paese fortemente omofobico, fortemente transfobico.

Quando vado nelle scuole per spiegare cos’è il sessismo succede una cosa molto ovvia ma illuminante, perché i ragazzi scoprono in quel momento che quella cosa lì è sessismo. Perché prima di quel momento, l’hanno considerata normale. Sia per chi lo attua, sia per chi lo subisce. E’ considerato normale e quindi non viene riconosciuto. La violenza è considerata normale e ci sono tante associazioni e tante reti che si occupano di questo, ma non si conoscono.

Irene:

Visto che abbiamo parlato di sessismo, visto che me la fanno in continuazione questa domanda, ne approfitto per portela anche a te. Perché non lo chiamiamo antisessismo invece che femminismo?

Lorenzo:

A me non piace essere solo “anti” qualche cosa, a me piace essere costruttivo. Una volta che ho chiarito di essere contro una cosa, ho detto tutto? No, ho bisogno anche costruire qualcosa. E questo qualcosa esiste da anni, sono i femminismi, che sono tanti e diversi tra loro. Ci sono anche femminismi inconciliabili tra loro perché sono nati da situazioni culturali, nazionali e sociali molto diverse tra loro. Quello che faccio quando voglio cambiare qualcosa è creare qualcosa di diverso, non semplicemente dire che sono contro qualcosa. I femminismi sono movimenti che riguardano la liberazione delle donne per la società che è patriarcale e per un’asimmetria che continua ad esserci.

Irene:

E’ importante capire che ci sono diversi tipi di femminismo perché aiuta le persone a stare bene con se stesse definendosi femministi. Sono molto distante dal femminismo che esclude gli uomini dalla discussione e dal femminismo TERF (Trans-Exclusionary Radical Feminist) che esclude le persone MtF perché pensa che non siano donne e vengono trattate alla pari degli uomini.

Io faccio parte di un femminismo che è intersenzionale e che da voce a tutte le persone che hanno bisogno di avere una voce, anche gli uomini. Anche per questo Bossy è stato molto criticato come progetto, molte realtà femministe storiche italiane hanno messo una croce sopra perché parliamo anche della violenza che subiscono gli uomini. Come se dare spazio ad un problema che c’è vuol dire che stai automaticamente togliendo spazio a un altro problema che statisticamente è maggiore e quindi più importante.

Il nostro calendario intersezionale (ndr. ne abbiamo parlato qui  e lo potete acquistare direttamente qui) ha un mese dedicato al machismo, che sono tutte quelle discriminazioni che subiscono gli uomini perché viviamo in una società patriarcale. Quando si parla di femminismo c’è sempre il luogo comune che se sei una donna sei per forza femminista perché tiri l’acqua al tuo mulino. In realtà il femminismo si occupa di tutte quelle cose che non permettono agli uomini di essere uomini per come loro vorrebbero essere uomini, non per come la società dice loro di essere uomini. Finché portiamo avanti lo stereotipi del femminismo che esclude gli uomini è chiaro che non ci saranno uomini femministi.

Per questo quando si parla della violenza contro le donne è fondamentale parlarne anche con gli uomini, perché altrimenti le cose non cambieranno mai.

Lorenzo:

State attenti alle generalizzazioni e alle banalizzazioni, perché in ogni caso qualcuno ci rimette. Dotatevi di strumento critico, di curiosità e informatevi. Non si avrà mai una “patente” di femminista, è un percorso continuo che non si ferma mai. Sono consapevole di vivere all’interno di una cultura patriarcale e non so quando le cose cambieranno, quello che posso fare io è continuare ad approfondire l’argomento e a crescere.

Una domanda mi è stata fatta su facebook dopo il caso Weinstein, “ma allora un ragazzo che vuole approcciare cosa deve fare per non essere considerato male?”

Se c’è una cosa che la cultura patriarcale insegna agli uomini a non fare è gestire il proprio desiderio. Viene insegnato a reagire secondo uno schema fatto di codici e di segnali, senza dialogo e senza confronto. Il desiderio quando c’è andrebbe espresso e fatto capire, in maniera rispettare.

La storia della donna misteriosa è stata inventata ai tempi della cavalleria (ndr. qui abbiamo affrontato l’origine delle parole “cavalleria e galanteria“), è una storia che è stata inventata per non approcciarsi con le donne, perché tanto sono complicate e misteriose. Non è vero, basta parlarsi, basta essere chiari. Il problema è imparare ad esprimersi e dall’altra parte c’è una persona che ti risponderà di conseguenza. Ma ci insegnano a non manifestare le nostre intenzioni e questo comporta a situazioni molto spiacevoli, di incomprensioni. Approcciare l’altro sesso, nel 2017, non può essere un problema avere un approccio e fare conoscenza. E bisogna imparare il rispetto del consenso.

Anche il romanticismo è nato per dare un codice di comportamento come la cavalleria. Un gesto educato è un gesto educato, altra cosa è un gesto che nasconde dietro una storia di patriarcato. Ad esempio, il gesto di aprire la porta nasce dal gesto di far aprire il ponte levatoio per far entrare la donna nel castello e farla rimanere lì per tutta la vita.

Il contratto matrimoniale se lo sono inventato i re maschi per essere sicuri che i figli che facevano con la regina fossero i propri (ndr. qui invece abbiamo parlato dell’origine della parola “matrimonio“). Ci piace? Non ci piace? Vogliamo mantenere questa cosa o forse i tempi sono cambiati? Ci piace che le nostre relazioni affettive siano regolate da un contratto?

Io sono sposato perché nel nostro paese esistono delle discriminazioni, se non ci fossimo sposati non ci avrebbero dato il mutuo sulla casa. E per moltissimi e moltissime va così, perché la nostra legge prevede pesanti discriminazioni di genere. Chi non si può sposare nello stesso modo di una coppia eterosessuale rimane discriminato.

Irene:

E non scordiamoci che il romanticismo viene confuso molto spesso con l’amore, quando sentiamo dire “la mia donna”, “il mio uomo” (ndr. qui abbiamo spiegato il perché il possesso non è amore).

IMG_1049.jpg

Domande a Lorenzo:

  1. Un giorno diventerò maestra, volevo un consiglio su come aiutare i miei futuri alunni a crescere in un sistema più paritario senza che mi caccino via accusandomi di portare avanti la fantomatica ideologia gender?Una cosa si può fare, dare ai bambini strumenti critici per fare sì che ogni volta che sentono un’oppressione di qualsiasi tipo, riescano a manifestare subito il problema.  Poi faranno loro le loro scelte. L’esempio di Andrea è lampante, ha  visto una cosa che non gli piaceva e ne ha parlato. E’ questo è molto più raro di quanto si pensi perché moltissimi accettano queste costrizioni senza dire nulla poiché viene insegnato loro che quelle cose sono normali. Che quella cosa lì la fanno le femmine perché è da femmine e quella cosa là la fanno i maschi perché è da maschi. Ci sono moltissimi strumenti per dare questo, come ad esempio i giochi.
    Se vai nelle scuole dicendo che parli di genere si scatena subito un putiferio, perché non sa cosa sia il genere. Ma puoi affrontarle lo stesso perché i ragazzi sono molto più svegli di quello che si pensi.
  2. Son bisessuale nata in una famiglia omofoba, vorrei un consiglio su come sopravvivere?Per prima cosa bisogna chiedere il rispetto reciproco, una volta che si stabilisce la zona di rispetto, poi col tempo si può anche approfondire l’argomento. Così c’è uno spiraglio di possibilità per far si che le cose inizino a funzionare.
  3. Per quanto riguarda l’usare il maschile come unico genere linguistico quale potrebbe essere la soluzione?Ci sono moltissime proposte in merito. In molti paesi è stato inventato il terzo genere oppure una soluzione potrebbe essere quella di nominare entrambi i generi tutte le volte. Sono i parlanti che decidono quanto una cosa entri in circolazione. Qui stiamo ancora a discutere se dire o non dire sindaca o avvocata, quando è semplicemente l’applicazione della nostra grammatica. Solo che essendo la lingua italiana una lingua sessista tutto è sempre stato declinato al maschile e per questo a molte persone fa strano sentire i lavori declinati al femminile. Si pensi solo che la prima volta che si è usato il termine magistrata è stato nel 1963, perché prima per legge le donne non potevano diventare magistrate, perché i padri costituenti temevano il ciclo. E non è uno scherzo. (nda. Giusto due opinioni dei padri costituenti che decisero di non rendere accessibile la magistratura alle donne. Il padre costituente onorevole Antonio Romano, democristiano e presidente di tribunale: “Con tutto il rispetto per le capacità intellettive della donna, ho l’impressione che essa non sia indicata per la difficile arte di giudicare. Questa richiede grande equilibrio, e alle volte l’equilibrio difetta per ragioni fisiologiche”. Il padre costituente on. Enrico Molè, Democratico del Lavoro: “non si intende affermare una inferiorità nella donna; però da studi specifici sulla funzione intellettuale in rapporto alle necessità fisiologiche dell’ uomo e della donna risultano certe diversità, specialmente in determinati periodi della vita femminile”)
    E il 1963 culturalmente è l’altro ieri. Ancora oggi c’è difficoltà nell’accettare una magistrata, sia come parola che come persone. Più siamo a prendere come abitudine di nominare entrambi i generi, prima si cambierà la cultura. Se le donne stesse dicono di voler essere chiamate avvocato perché avvocata mi do meno importanza, ma è proprio quello il problema! Tra rendersi conto del problema e volevo fare proprio i passi sono moltissimi.
  4. Il femminismo separatista porta avanti certe idee, voi come vi approcciate? Ci siamo resi conto che l’umiltà non basta, notiamo sempre una certa chiusura.Io non mi ci approccio. Perché la possibilità di dialogo deve essere reciproca, chi non vuole parlare con me non può essere costretta. Non si tratta di convincere qualcuno, perché solitamente queste persone credono in un certo essenzialismo, ovvero, siccome sono donna e tu sei diverso da me tra noi c’è una situazione inconciliabile e non può esistere nessuno strumento per creare dialogo, perché la mia esistenza già contraddice la tua. Dall’altra parte ci dev’essere disponibilità al dialogo, ma se non c’è, non possiamo fare molto.
  5. Durante il Lucca Comics ero un cosplay vestita da un personaggio maschile e ho trovato un ragazzo che aveva il mio stesso personaggio, dopo aver parlato per circa due ore del più e del meno, anche di sesso, lui mi chiede di andarci a letto. Ho reagito subito dicendo di no, perché l’aver parlato di sesso non voleva dire che io volessi fare sesso con lui. Mi sono sentita dire che ero una troia, che gliel’avevo fatta annusare, che non si può tirare il sasso e nascondere il braccio etc. Non sapevo come reagire perché lui si stava arrabbiando e mi stava offendendo per il mio “no”. Ma io devo avere paura a sentirmi libera di parlare di certi argomenti, perché l’altra persona si sente autorizzato a provarci con me solo perché io ne parlo? Purtroppo per molto tempo devi essere consapevole che sarà così. Quando parlavo prima della manifestazione del desiderio, intendevo questo. Se lui fosse stato chiaro fin da subito non ci sarebbero create incomprensioni. E’ molto difficile uscire da questo schema. E soprattutto capire che quando insisti stai facendo una violenza, perché viene insegnato ad insistere. E’ un’educazione completamente distorta e diventa veramente difficile rompere questo schema. Secondo il suo codice tu hai detto una cosa e quindi lui l’ha interpretata come una promessa, questa è una situazione diffusissima che dev’essere cambiata.
  6. Vorrei introdurre il tema delle professioni. Io sto studiando per diventare un’infermiera e quando mi trovo davanti a qualsiasi persona, danno per scontato che io donna sia l’infermiera e l’uomo accanto a me sia un medico, anche se è infermiere pure lui. Non ho capito perché, come infermiera, la società pensa che io mi debba prodigare amore e cura e quindi un paziente si sente in diritto di toccarmi il culo mentre ai miei colleghi infermieri non succede.Collegare la donna al lavoro di cura e alla prole esiste dai tempi dell’antico testamento. All’uomo viene detto “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane” e alla donna viene detto “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà”. Quindi da secoli e secoli la donna è collegata al ruolo di madre, della cura e della sottomissione. Tant’è che se tu reagisci al paziente che ti tocca il sedere, lui si sorprende perché per lui è normale fare un’azione del genere, perché così gli è stato insegnato. Le donne sono un oggetto sessuale, delle prede e il “vero uomo” deve essere cacciatore.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...