Ragionando sul significato di “Matrimonio”

Ricordo ancora quando tempo fa mi sono messa a riflettere su quanto fosse ingiusto che i miei amici e le mie amiche omosessuali non potessero dire “abbiamo fissato il matrimonio” ma “abbiamo fissato l’unione civile” (anche se poi possono dire quel che ritengono più giusto).

Mi sono sposata col matrimonio civile e negli inviti abbiamo scritto “vi invitiamo al nostro matrimonio”. Mi auguro che, nessuna persona vicina leggendo l’invito ad un’unione civile con scritto “nostro matrimonio” direbbe qualcosa alla coppia. Allo stesso tempo ci saranno coppie omosessuali che rivendicheranno la loro “unione civile” e saranno orgogliose di scrivere quello nei loro inviti. Però questo mi ha fatto riflettere sull’ennesima ingiustizia che rende le coppie omosessuali meno riconosciute a livello sociale e giuridico rispetto a quelle eterosessuali.

La legge 20 maggio 2016, n. 76  «istituisce l’unione civile tra persone dello stesso sesso quale  specifica formazione sociale ai sensi degli articoli 2 e 3 della Costituzione e reca la disciplina delle convivenze di fatto»

Vi sono due differenze fondamentali tra matrimonio civile e unione civile:

  1. Nell’unione civile non c’è l’obbligo di fedeltà, che è da intendere «non soltanto come astensione da relazioni extraconiugali, ma quale impegno, ricadente su ciascun coniuge, di non tradire la reciproca fiducia ovvero di non tradire il rapporto di dedizione fisica e spirituale tra i coniugi che dura quanto dura il matrimonio» (Fonte: Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, Sent. 15557/2008);
  2. Nell’unione civile non è possibile adottare i figli/le figlie del partner.

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E mentre riflettevo sulla mancata riconoscenza della parità tra coppie omosessuali ed eterosessuali, ho iniziato a domandarmi (io non ho studiato e greco ne latino, ahimè), quale fosse l’origine etimologica della parole “matrimonio”, “nozze” e “sposare”.

A mio malgrado, ho scoperto questo:

Matrimonio: la parola italiana matrimonio continua la voce latina matrimonium, formata dal genitivo singolare di mater (ovvero matris) unito al suffisso –monium, collegato, in maniera trasparente, al sostantivo munus ‘dovere, compito’.

Nel Diritto Romano, molto prima dell’avvento del cristianesimo, maritus (o il pater di lui) acquistava una particolare potestà sulla moglie, che prendeva il nome di manus maritàlis: la donna, uscendo definitivamente dalla sua famiglia d’origine, perdeva ogni rapporto di agnazione con i suoi familiari di origine e quindi ogni aspettativa sulla loro eredità.

La perdita di ogni relazione con la famiglia d’origine era determinata dalla convèntio in manum: se la donna era sui iuris, ella apportava al maritus sui iuris tutto il suo patrimonio (tra l’altro se matrimonio era compito della madre, “patrimonio”, da pater, ‘padre’, e munus, ‘compito’, era il compito del padre: quello di mantenere la famiglia).

Dunque, matrimonio, rispetto ad altri termini che vengono correntemente impiegati con significato affine, pone, almeno in origine, maggiore enfasi sulla finalità procreativa dell’unione.

L’etimologia stessa della parola, come anche il Diritto Romano, fanno riferimento al “compito di madre” più che a quello di moglie, ritenendo quasi che la completa realizzazione dell’unione tra un uomo e una donna avvenga con l’atto della procreazione, con il divenire madre della donna che genera, all’interno del vincolo matrimoniale, i figli legittimi. Tant’è che alcune tradizioni ammettevano che una donna che avesse fallito nel dare un figlio potesse essere restituita al padre.

È ciò che dice chiaramente, fin dalla prima edizione, il Vocabolario degli Accademici della Crusca (1612), dove alla voce matrimonio è riportata una citazione tratta dal Volgarizzamento della somma Pisanella detta Maestruzza: «Matrimonio è una congiunzione dell’huomo, e della donna, la quale ritiene una usanza di vita, la quale dividere non si può. E perché nel matrimonio apparisce più l’uficio d’esso nella madre, che nel padre, perciò è determinato più dalla madre, che dal padre. Matrimonio, tanto è a dire, come uficio di madre».

Una citazione ancora più antica, dal libro XIX dei “Contra Faustum Manichaeum libri XXXIII” di Sant’Agostino (354-430) e riportata dal “Thesaurus Linguae Latinae” recita: «Matrimonium quippe ex hoc appellatum est, quod non ob aliud debeat femina nubere, quam ut mater fiat», ovvero “il matrimonio è senza dubbio chiamato così perché la donna si deve sposare non per altro motivo che per diventare madre”.

Nozze: dal latino nuptĭae derivato di nubere, ossia “prendere marito” che forse derivava a sua volta da velarsi (dalla stessa radice di nube e nubile), essendo tradizione delle spose romane di coprirsi con un velo giallo durante la cerimonia.

Sposare: dal latino sponsare, intens. di spondēre «promettere (in moglie)», attraverso il part. pass. sponsus. Di fatti, nell’Antica Roma (tra il VII sec. a.C. e il V sec. d. C., per intendersi), le nozze erano precedute dagli sponsalia (fidanzamento) durante i quali si compiva la promessa di matrimonio. Gli sponsalia si effettuavano attraverso la sponsio, un impegno formale per mezzo del quale il pater familias prometteva al fidanzato la propria figlia in moglie. La cerimonia consisteva nel fidanzato che doveva chiedere “Spondesne?” (prometti?) e il pater familias rispondeva “Spondeo” (lo prometto). Un passaggio di proprietà a tutti gli effetti!

In poche parole: etimologicamente le parole “matrimonio”, “sposare” e “nozze” che nascono ai tempi dell’antica Roma, indicano il fatto che la donna venga passata di proprietà dal padre al marito e che sia compito della donna mostrare al mondo che il matrimonio fosse valido, figliando!

Detto che, dal punto di vista di parità di diritti la strada da fare è lunga, ma se due persone decidono di condividere la vita per sempre in quanto pari e vogliono ufficializzare la scelta davanti alla famiglia e agli amici forse dobbiamo renderci conto che la parola “matrimonio”, per via del significato che si porta dietro, non è proprio il massimo della scelta!

Poi magari ho scoperto l’acqua calda eh 😂

Logico che non è una parola a far cambiare la società, ma sempre per il soccorso che quello che diciamo è importante, per me è interessante capire quanto patriarcato portiamo ancora avanti nelle parole utilizzate ogni giorno, magari senza nemmeno rendercene conto.

Mentre riflettevo su tutte queste cose, mi son trovata davanti il video di The Guardian, con la giornalista Julie Bindel (Internazionale l’ha sottotitolato in italiano qui) che esordisce con “ammettiamolo donne, il matrimonio non sarà mai femminista”.

E ha catturato la mia attenzione, quindi ho deciso di trascrivere le sue parole:

Ammettiamolo donne, il matrimonio non sarà mai femminista.

Potete girarci attorno, e negare l’evidenza quanto volete, ma il matrimonio è un’istituzione che da secoli limita la libertà delle donne.

Eppure, anziché rifiutare una tradizione patriarcale e obsoleta, alcune femministe hanno deciso di rivendicarla.

Certo, abbiamo fatto passi aventi dalla rivoluzione industriale, quando Mary Wollstonecraft descrisse il matrimonio come “poco più che uno stato di prostituzione legale”, ma non prendiamoci in giro, anche oggi il matrimonio non costituisce una rapporto d’uguaglianza.

Il matrimonio perpetua i privilegi dei maschi.

Essere portata all’altare può sembrare romantico, ma ci riporta a un’epoca in cui la donna era considerata letteralmente come proprietà dei padri da donare ai mariti.

La maggior parte delle spose sceglie ancora l’abito bianco.

Bella? Certamente!

Ma l’allusione al fatto che le donne dovrebbero arrivare vergini al matrimonio è un insulto. L’idea che una donna che pratica sesso sia un prodotto danneggiato va contro tutti gli ideali del femminismo.

Conosco femministe che hanno preso il cognome del marito, perché per loro è più semplice. Semplice come cambiare il proprio passaporto, l’indirizzo mail, l’intestazione sulle bollette e i dati del conto in banca, immagino.

Quando prendete il cognome del marito venite marchiate, affinché chiunque legga il vostro cognome, sappia immediatamente a chi appartenete.

Anche se vi sposate senza rispettare tutte queste tradizioni, dovete accettarlo: il matrimonio non sarà mai un atto femminista, perché è stato lo scenario dell’oppressione femminile per secoli e lo è ancora oggi.

Matrimoni combinati, spose bambine e poligamia sono tutte prove che le violazioni dei diritti umani delle donne vanno spesso a braccetto col matrimonio.

Soltanto nel 1991 in Inghilterra e Galles lo stupro all’interno del matrimonio è diventato un reato penale.

Oggi per un uomo stuprare la moglie  è legale in 47 paesi nel mondo.

Quindi se volete sposarvi fatelo pure, ma smettete di sostenere che siete femministe e lo considerate un atto sovversivo.

Io amo Snoop Dog nonostante i suoi testi offensivi verso le donne, ma almeno non sostengo che ascoltare la sua musica sia un atto femminista.

Allo stesso modo, le donne dovrebbero ammettere che il matrimonio è solo uno strumento della loro stessa oppressione.

Come disse l’avvocata difenditrice dei diritti umani Paula Ettelbrick, “il matrimonio è una grande istituzione se vi piace l’idea di vivere in un istituto”.

Il discorso di Julie Bindel va di pari passo con l’etimologie delle parole che abbiamo visto.

Io mi sono sposata e lungi da me rivendicare il matrimonio, proprio per tutta la storia e il significato etimologico che si porta appresso, come un atto femminista.

Penso che ogni persona sia libera di fare della propria vita ciò che vuole, ma che sia molto importante capire e conoscere il significato culturale e le origini di quello che facciamo.

Mi chiedo però se due persone si amano e decidono di passare la loro vita insieme come esseri umani alla pari, diciamo anche che decidono  di istituzionalizzare la propria unione accettando tutti i diritti e doveri derivanti da questa decisione, perché la loro unione non dovrebbe essere tutelata dalla legge?

Se la persona che amo sta male all’ospedale, non essendo per la legge sua parente, non potrei entrare insieme a lei.

Se la persona che amo sta male, non posso prendere permessi per gravi motivi familiari, se muore, non posso prendere permessi per lutto. Non ho alcun diritto sulla nostra casa e sui nostri effetti personali se sono di sua proprietà.

Non ho alcun diritto sui nostri figli se risultano suoi e non posso adottarli.

Non importa quanti anni ci siamo amati/e, io sarei comunque un’estranea per la legge.

Tutto questo mi ha fatto arrivare alla conclusione che vorrei che esistesse un’unione civile per ogni persona che, di comune accordo con la persona che ama,  decide di vivere insieme un rapporto paritario avendo completi diritti, tutele e doveri garantiti dalla legge.

 

A cura di Giulia Terrosi

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4 risposte a "Ragionando sul significato di “Matrimonio”"

  1. Io non penso che il matrimonio possa essere rivendicato come un atto femminista o maschilista e sono convinta come te che dovrebbe essere una realtà condivisa da coppie eterosessuali e omosessuali; è vero che all’origine questa istituzione costituiva una costrizione per la donna (come molte altre cose nel mondo antico e in molte realtà di quello moderno), ma al giorno d’oggi e in un Paese come l’Italia, dove dal punto di vista legale si imporrebbe un rapporto paritario e consenziente, non c’è ragione per considerare il matrimonio in sé un’istituzione maschilista.
    Alcuni rapporti sono costrittivi per la donna? Certo, ma questo a prescindere dal contratto matrimoniale e dalla cerimonia. Esistono matrimoni combinati, spose bambine ecc.? E’ drammaticamente vero, però questo non coinvolge l’intera istituzione del matrimonio, specie in Paesi dove questi fenomeni sarebbero illegali; allo stesso modo il fatto che esistano compagni violenti non determina che le relazioni sentimentali eterosessuali siano di per sé realtà patriarcali. E’ necessario indossare l’abito bianco o farsi accompagnare all’altare per sposarsi? Assolutamente no; non è in queste tradizioni che si risolve il senso del matrimonio. Il matrimonio implica necessariamente la procreazione? Generalmente questa è nei progetti delle coppie, sposate o no, che costruiscono una famiglia insieme, ma non è che un marito e una moglie senza figli sono considerati non sposati.
    Quindi non vedo perché l’istituzione del matrimonio dovrebbe essere considerata ora e qui come maschilista o femminista, anziché semplicemente quello che è, cioè il riconoscimento più alto da parte dello Stato dell’unione di due persone. Se poi il rapporto è sbilanciato questo dipende dalla coppia, non dal fatto che si sposino. Il maschilismo esiste nell’Italia odierna purtroppo, ma non c’entra con l’istituzione del matrimonio più di quanto il catcalling centri con il fatto che esistono le strade: è vero che puoi essere molestata per strada, ma non è la strada il problema.
    Poi mi rendo conto che questo punto sia opinabile, però non capisco le proteste di chi sceglie la convivenza senza matrimonio o unione civile (che ripeto, per me dovrebbe essere un matrimonio a tutti gli effetti) e vorrebbe gli stessi diritti di chi si sposa. Se si è pronti a costruire una vita insieme, come indica il fatto che si pensi a eredità, assistenza, figli ecc., perché non sposarsi e basta? Non è necessario farlo in Chiesa o spendere molti soldi, basta andare davanti all’ufficiale con i testimoni. La possibilità esiste per tutti.

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  2. Articolo veramente interessante e che condivido pienamente. Sarebbe interessante cercare l’etimologia della parola usata da altre tradizioni lontane da noi per l’unione sponsale, tipo India, Cina (taoismo e buddismo), Giappone, etc ma anche da popolazioni primitive, e vedere così a livello antropologico che idea avevano e hanno di tale unione.
    Sarebbe anche da approfondire la ricerca a quelle situazioni in cui la famiglia tradizionale non esiste e vedere come venivano gestite le dinamiche delle relazioni e dei figli

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