VIOLENZA DI GENERE E FEMMINICIDIO di Antonella Merli

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ABSTRACT

La c.d. legge sul femminicidio (d.l. 14 agosto 2013, n. 93, conv., con mod., dalla l. 15 ottobre 2013, n. 119) ha introdotto nel settore del diritto penale sostanziale e processuale una serie di misure, preventive e repressive, per combattere la violenza contro le donne per motivi di genere. Nella prima parte di inquadramento generale del fenomeno vengono analizzati i profili giuridici, criminologici e antropologici che sorreggono le nozioni di violenza di genere e di femminicidio. La c. d. violenza di genere racchiude al suo interno una serie di fatti di reato di diverso tipo (omicidio, maltrattamenti, stalking, percosse, lesioni), accomunati dal contesto e dal soggetto passivo cui sono diretti. Quanto al femminicidio, che fa proprio (o contiene in sé) il concetto culturale di violenza di genere, è un’espressione che descrive il fenomeno con riferimento alle sue basi empirico-criminologiche, ponendo in risalto la posizione o il ruolo dell’autore. La seconda parte del lavoro si indirizza più specificamente a chiarire significato e contesti del rapporto fra violenza di genere e diritto penale. Il tema offre spunti di riflessione sulla questione se introdurre all’interno del nostro ordinamento, in aggiunta a quello letteralmente e politicamente “neutro” di omicidio, un reato ad hoc di femminicidio (o femicidio), come omicidio di donne da parte di uomini “perché donne”, dunque in un significato specifico che non include tutte le uccisioni di donne, per qualsiasi causa e in qualsiasi contesto.

SOMMARIO

1. Premessa. – 2. La nozione di violenza di genere negli strumenti internazionali e in ambito europeo. – 3. Discriminazione e violenza contro le donne. – 4. Il concetto di “violenza di genere”. – 5. La nozione di “genere”. – 6. “Violenza domestica”.”Violenza economica”. “Violenza assistita”. – 7. Il femminicidio. – 8. Le “origini” della parola femminicidio. – 9. La posizione della donna nel codice penale Rocco. – 10. La violenza nei rapporti affettivi tra persone dello stesso sesso: la tutela penale della vittima nella coppia omosessuale. – 11. Il femminicidio come delitto di omicidio (“femicidio”) e come fenomeno sociale (“femminicidio”). – 12. Sull’introduzione nel codice penale di una fattispecie ad hoc di femicidio/femminicidio. – 13. Diritto penale e femminicidio. – 14. Diritto penale e condizione femminile. – 15. Violenza di genere e diritto penale.

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Dillo che sei mia. La trappola fatale dell’immaginario – di Michela Murgia

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Ruotano due grandi fraintendimenti semantici inforno alla parola femminicidio.

Il primo riguarda il collegamento con la prospettiva della morte ed è quello più evidente. Per quanto appaia incredibile, resta ancora problematico convincere la maggior parte delle persone a utilizzare questo termine in senso proprio, cioè per riferirsi alla morte delle donne che hanno perso la vita per mano maschile dentro a rapporti fondati sullo squilibrio di potere tra i generi.

“A cosa serve chiamarlo femminicidio?” – continuano a chiedere alcuni e talvolta alcune – “La parola omicidio comprende già i morti di tutti i sessi”.

Sarebbe un’obiezione vera solo se la parola “femminicidio” indicasse il sesso delle morte, laddove invece indica il motivo per cui sono state uccise.

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Ripercussioni psicologiche della violenza domestica sulle donne

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Uno dei motivi che mi ha spinto ad aprire questo blog e la relativa pagina Facebook è stato proprio quello di combattere questa grossa piaga mondiale: la violenza sulle donne e la violenza domestica.

Ogni giorno sento di donne maltrattate e uccise. Sento parlare di femminicidio, sento parlare di morte. Ogni volta mi si incrina una parte del cuore.

Sfido chiunque di voi, guardatevi intorno, e ditemi se non avete mai vissuto direttamente o indirettamente, attraverso vostri cari, amicizie o conoscenti, una situazione di violenza domestica sulle donne. Ditemi se non avete mai conosciuto una donna che è stata maltrattata fisicamente o psicologicamente da un uomo.

Nessun* di voi vero?

Queste situazioni sono all’ordine del giorno e io ne sono stanca. Allora ho pensato che cercando di spiegare quali siano le ripercussioni psicologiche di una violenza domestica, magari, forse, riuscirò a sensibilizzare qualcun’altr*…

Andiamo per ordine.

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Suona il campanello

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Non voltiamoci dall’altra parte! Basta poco! La ricetta è:
– un po’ di coraggio
– un pizzico di empatia
– tanta voglia di cambiare le cose
– la soddisfazione di aver salvato qualcuno

Cosa ne verrà fuori? Un mondo più civile, un sorriso di una persona che adesso non soffre più che vi riempirà il cuore, un mondo più sicuro per le/i vostr* figl*.

Facciamoci coraggio! Abbiamo tutti bisogno di aiuto!

Valentina R.

Lunanuvola's Blog

8 giugno 2016, Taranto: strangola la moglie, uccide a colpi di pistola il figlio di 4 anni, poi si toglie la vita.

8 giugno 2016, Spilimbergo: uccide la fidanzata a colpi di pistola, poi si spara.

9 giugno 2016, Pastrengo: uccide l’ex convivente accoltellandola e fracassandole la testa, arrestato.

9 giugno 2016, Mercatino Conca: massacra la compagna a colpi di mattarello, arrestato per tentato omicidio.

11 giugno 2016, Pesaro: punta un coltello alla gola della moglie alla festa di quartiere, arrestato.

12 giugno 2016, Roma: picchia la fidanzata, la trascina nella metropolitana e aggredisce poliziotti e militari: arrestato

12 giugno 2016, San Basilio: riempie di botte la compagna e i figli di lei, poi tenta di strangolare il bambino di 9 nove mesi che da lei ha avuto, arrestato.

E’ terribile, lo so, ma io che ci posso fare?

Puoi fare moltissimo. L’intervento della comunità (vicini, passanti, concittadini) è uno…

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Dal “Se l’è cercata” al “Il femminicidio non esiste”

melitoGrazie Anarkikka !

A Melito di Porto Salvo, un paesino di 14 mila abitanti in Calabria, una ragazza di 16 anni è stata stuprata per tre anni da 9 aguzzini.

Quindi una bambina di 13 anni ha subito per tre anni violenze sessuali e psicologiche da parte di 9 adulti.

Ma diamo un nome e un cognome agli aguzzini.
Il capo del branco è Giovanni Iamonte, 30 anni, secondogenito del boss di Melito Porto Salvo, Remingo Iamonte (attualmente detenuto), e nipote di don Natale deceduto alcuni anni fa dopo un lungo periodo di latitanza finita nell’hinterland milanese.
Oltre a lui, sono stati arrestati per violenza sessuale Federico Cafiero De Raho e dell’aggiunto Gaetano Paci, sono stati arrestati anche Daniele Benedetto (21 anni), Pasquale Principato (22), Michele Nucera (22), Davide Schimizzi (22), Lorenzo Tripodi (21) e Antonio Verduci (21). Un ragazzo di 18 anni, inoltre, è stato affidato a una comunità perché minorenne quando sono avvenute le violenze mentre per Mario Domenico Pitasi, di 24 anni, è stato disposta la misura dell’obbligo di presentazione. Quest’ultimo, infatti, è stato accusato solo di favoreggiamento personale. (Fonte: qui)

Sono tutti ragazzi tra i 18 e i 30 anni. Tutti hanno abusato di una bambina per tre anni. Riflettiamo sulla relazione di potere che c’è dietro a uno stupro. Le motivazioni possono essere molteplici, come l’affermazione di quello che questa cultura stereotipate vuole sia il “maschio”, la non accettazione del rifiuto, la dominazione della vittima che, spesso indifesa, non viene vista come un essere umano al proprio pari e quindi non c’è interesse nel provocarle gravi danni fisici e psicologici. La totale mancanza di empatia è un elemento da non sottovalutare.

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Ravensbrück: il campo di concentramento per sole donne

TO GO WITH AFP STORY - Photographs of pr
TO GO WITH AFP STORY – Photographs of prisoners murdered at the Ravensbrueck concentration camp for women line a wall in the “Place of Names” memorial at the camp in Fuerstenberg February 24, 2009. The “Sex Slavery in Nazi Concentration Camps” exhibition which opened at the Ravensbrueck concentration camp memorial, sheds light on the fate of women prisoners, many of which came from the Ravensbrueck camp, forced to provide sex to inmates in other concentration camps. AFP PHOTO JOHN MACDOUGALL (Photo credit should read JOHN MACDOUGALL/AFP/Getty Images)

Non ne avevo mai sentito parlare e sono rimasta sconcertata quando ho letto di questo campo di concentramento. Hitler, nel maggio del 1939, aprì questo lager per sole donne. Dal maggio del 1939 al 30 aprile 1945 sono passate di qui 130 mila donne, provenienti da 20 nazioni diverse e 50 mila sono morte.

Ravensbrück non è famoso. Si tratta di lager a nord di Berlino. E’ stato taciuto per tantissimi anni. La giornalista Sarah Helm ha voluto portare a galla la verità con il suo libro: Il Cielo Sopra l’Inferno. Lo potete trovare anche in inglese con il nome If This Is a Woman, parafrasando il titolo del libro di Primo Levi “Se questo è un uomo”.

Lo scopo di Hitler era quello di eliminare le donne “non conformi”: prigioniere politiche, lesbiche, rom, prostitute, disabili, senza fissa dimora, malate di mente, testimoni di Geova, comuniste, donne semplicemente giudicate “inutili” dal regime, e solo il 10% di queste donne erano ebree. 

L’atrocità commesse in questo lager superano l’immaginazione. Basti pensare che per sterminare la specie, queste donne, oltre che ad essere picchiate, torturate, seviziate, sottoposte a esperimenti medici, venivano sterilizzate e o fatte abortire se oramai incinta.

L’assurdità della situazione si sottolinea con la presenza di guardie naziste donna. Infatti erano le stesse donne a fare del male alle donne. Obbligo nazista, cattiveria, mancanza di umanità o di empatia… non lo so! Mi chiedo solo come sia stato possibile!

Fu compiuta infatti una sterilizzazione di massa e i nazisti praticarono il controllo della riproduzione. Fu istituito un vero e proprio laboratorio per applicare sui loro corpi vari metodi per studiare come reagivano ai trattamenti. Quando poi, nel 1944 i nazisti non riuscirono più a evitare le nascite le donne erano costrette a partorire e i figli venivano lasciati morire di stenti.

Il coraggio di alcune giovani studentesse polacche, che nel 1941 furono scelte per gli esperimenti, e che attraverso delle lettere che riuscirono a spedire alle famiglie, permise di divulgare la notizia delle terribili atrocità che venivano compiute in questo campo di concentramento. I nazisti furono costretti a diminuire notevolmente gli esperimenti.

Ravensbrück non era solo il laboratorio dello “scienziato pazzo”. Era anche la base per la fornitura di prostitute per gli altri campi di concentramento. Infatti il campo fornì anche circa il 70% delle donne impiegate come prostitute nei bordelli interni di altri campi di concentramento; nel 1942, ad esempio, i tedeschi inviarono circa cinquanta prigioniere politiche in vari bordelli di campi di sterminio tra cui Mauthausen e Gusen. Molte di queste donne preferirono partire come volontarie per fuggire alle terribili condizioni di vita a cui erano sottoposte.

Nel 1944 le percentuali delle deportate era il seguente:

La Gestapo distinse inoltre le detenute come segue:

  • 83,54% politiche
  • 12,35% asociali
  •   2,02% criminali comuni
  •   1,11% Testimoni di Geova
  •   0,98% altro

Potete quindi solo immaginare quanta malvagità e razzismo venne praticato in quegli anni!

L’ARRIVO AL CAMPO DI CONCENTRAMENTO

Quando una nuova prigioniera arrivava a Ravensbrück era obbligata ad indossare il Winkel, un triangolo di stoffa colorato, che identificava il motivo di internamento; sul triangolo era applicata una lettera che identificava la nazionalità. Le deportate polacche, che divennero la maggior componente nazionale nel campo a partire dal 1942, indossavano normalmente un triangolo rosso (deportate politiche) con una lettera “P” (nazionalità polacca).

Le donne ebree, prima del trasferimento verso Auschwitz, indossavano un triangolo giallo, alcune volte sovrapposto con un secondo triangolo per indicare altri motivi di internamento. Le criminali comuni indossavano il triangolo verde, i Testimoni di Geova il triangolo viola. Le zingare, le prostitute e le «asociali» venivano identificate da un triangolo nero.

Il triangolo rosa, utilizzato per identificare gli omosessuali maschi presso gli altri campi di concentramento, non venne utilizzato nel campo femminile di Ravensbrück; le lesbiche internate, spesso per associati motivi razziali o politici, vennero contrassegnate con il triangolo nero e considerate semplici «asociali»[5]

Alle deportate venivano rasati i capelli, poi utilizzati dall’industria tedesca; le deportate “ariane”, però, non sempre subivano questo trattamento. Per esempio esso non venne applicato, nel 1943, ad un trasporto proveniente dalla Norvegia e composto da donne di origine nordica.

Successivamente, dopo essere state rasate, private di tutti i propri beni ispezionate nelle parti intime e lavate, le prigioniere sono destinate ai Block. I Block sono costruzioni di legno incatramato, divisi in due Stube, in ognuna delle quali c’erano un refettorio, un dormitorio, tre lavabi e tre latrine. La blockowa e la stubowa erano le responsabili rispettivamente del Block e della Stube, entrambe erano deportate.

Fonte: Le donne di Ravensbrück – L. B. Rolfi e A. M. Bruzzone

LA VITA NEL CAMPO DI CONCENTRAMENTO

I massacranti turni di lavoro giornalieri erano due, di dodici ore ciascuno: il primo dalle 6 di mattina alle 6 di sera; il secondo, quello di notte, fino alle 6 della mattina successiva.

Tutte le prigioniere dovevano compiere lavori pesanti. Erano obbligate a molti tipi diversi di lavoro schiavo: costruzioni, agricoltura e anche costruzione dei missili V2 per conto dell’azienda tedesca Siemens AG.

Se le detenute si ribellavano, tentavano di evadere o compivano atti di sabotaggio vero o presunto, venivano rinchiuse nella prigione del campo, il Bunker, nel quale subivano gravi sevizie morali e fisiche e molte finivano uccise o non sopravvivevano alle violenze; inoltre nel Bunker si effettuavano interrogatori, processi sommari, torture e condanne a morte. Se invece le detenute erano considerate da “rieducare” allora venivano inviate allo Strafblock, ossia un blocco di punizione. Le cause per cui rischiavano lo Strafblock erano rubare, mancanza di disciplina o mancanze lieve. La punizione era decisa dalle SS- Aufseherinnen, ossia le sorveglianti donna dei campi di concentramento, le quali, costringevano le insubordinate a preparare il concime pestando a piedi nudi masse di escrementi per poi impastarli, sempre a mani nude, con la cenere umana dei forni crematori.

Quando le prigioniere non erano più “utilizzabili” venivano uccise. Venivano quindi selezionate per i “trasporti neri” e inviate nei centri di sterminio come ad esempio Majdanek, Castello di Hartheim, Sonnenstein, Bernburg e altri punti dove si realizzava l’Aktion T4 per l’eutanasia dei disabili e l’Aktion 14F13, azione specifica mirata proprio all’uccisione dei prigionieri dei campi di concentramento malati e inabili al lavoro.

Ovviamente per loro, come già risaputo, non era previsto nessun funerale. La mancanza di diritti per gli essere umani come ad esempio una bara era assolutamente fuori questione. Queste donne (così come tutt* i prigionieri dei campi concentramento) erano considerate delle Stücke, ovvero dei pezzi, delle cose con un numero di matricola marchiato come se fosse un codice a barre. Se un* di loro moriva veniva semplicemente gettat* nei forni crematori e cancellat* dalle liste.

Per cause di forza maggiore, molti bambini seguivano le madri nei campi di concentramento. Per loro era un condanna a morte. I nazisti infatti, per non proliferare la razza non ariana, sterminavano i bambini, senza alcuna pietà! Chiedo scusa se mi permetto di descrivere come venivano uccisi questi bambini. Capisco che possa far soffrire il cuore ma non si può tacere.

I bambini potevano essere uccisi dal gas insieme alle loro madri, uccisi con iniezioni di veleno, bruciati, massacrati a bastonati, fucilati, annegati, gettati vivi nelle fosse comuni o usati come tiro al bersaglio per il divertimento delle guardi. Inoltre le donne incinta non avevano diritto alla vita.

E se vi dicessi che a Ravensbrück esisteva addirittura una sala adibita (la Kinderzimmer) in cui i piccoli venivano abbandonati a morire di fame e lasciati in pasto ai topi?

Le stime, incomplete e poco chiare riportano un numero di 882 bambini deportati in questo campo di concentramento e 500 che nacquero lì. Solo 5 su 1382 sono sopravvissuti.

GLI ESPERIMENTI

Abbiamo già accennato all’inizio dell’articolo che queste donne erano sottoposte ad esperimenti: erano delle vere e proprie cavie umane.

Almeno 86 donne di cui 74 polacche (qui la lista delle vittime)  furono destinate a queste torture.

Nello specifico furono fatti:

  • esperimenti per i farmaci per la cura delle ferite dei soldati al fronte, basati sulla sulfanamide. Perchè si avessero prove scientifiche e per essere sicuri che questo farmaco funzionasse le prigioniere venivano ferite, fratturate e infettate con i batteri più potenti, per poi essere curate con i farmaci da testare.
  • esperimenti per il trapianto di ossa. Qui alcune donne subirono amputazioni, fratture e ferite. 5 di queste morirono a seguito delle sperimentazioni, altre 6 vennero uccise successivamente nel campo
  • esperimenti basati sui raggi X. Tra le 120 e le 140 donne zingare vennero sterilizzate con questo metodo, lo scopo era ovviamente quello di creare una sterilizzazione forzata per la salvaguardia della specie ariana. Queste donne vennero convinte (inutile dire nella menzogna) a firmare un documento di consenso per la sterilizzazione in cambio della libertà.

Altri esperimenti che vennero fatti furono:

  • Esperimenti di congelamento/ raffreddamento prolungato;
  • Esperimenti di vaccinazione antipetecchiale;
  • Ricerche sull’epatite epidemica;
  • Prova di farmaci su detenute infettate con la gangrena gassosa e tetano;
  • Esperimenti di sterilizzazione;
  • Raggi X;
  • Trapianti di ossa da una prigioniera all’altra;
  • Studio sulle condizioni precancerose della cervice uterina;
  • Ricerche sui gemelli monozigoti;
  • Ricerche sulla cura ormonale dell’omosessualità.

Moltissime vi rimasero uccise, altre sfigurate a vita.

Di seguito potete trovare un articolo in inglese sugli esperimenti medici effettuati in questo luogo di tortura:

http://individual.utoronto.ca/jarekg/Ravensbruck/Experiments.html

Ravensbrück non era solo Ravensbrück. C’erano più di 40 sotto campi in cui si praticavano le stesse cose. Vi lascio la lista con il collegamento di Wikipedia chiedendomi quante donne sono morte, quante hanno sofferto, e nella speranza di credere che alcune siano rimaste in vita.

 

 

 

FONTI: http://www.vita.it/it/article/2015/01/21/ravensbruck-la-guerra-nascosta-di-hitler-alle-donne/129070/

https://it.wikipedia.org/wiki/Campo_di_concentramento_di_Ravensbr%C3%BCck

http://femminismorivoluzionario.blogspot.it/2016/05/da-unintervista-sarah-helm-sul-lager.html

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Onore a queste donne! 

Valentina R.