Feste in maschera: parliamo un po’ di appropriazione culturale, razzismo e sessismo!

Halloween e Carnevale sono due ottime occasioni per riflettere su un tema ancora molto poco conosciuto in Italia: le discriminazioni che possiamo mettere in atto attraverso i nostri travestimenti dal sessismo, al razzismo, all’appropriazione culturale.

Si, perché in altri paesi, come gli Stati Uniti se ne parla dagli anni ’70, mentre qui non c’è molta sensibilità al riguardo, tanto che addirittura si trova ancora nei negozi il trucco per la “blackface”:

Tingersi la faccia di nero per vestirsi da una persona nera è molto molto razzista.
Anche io anni fa pensavo che non ci fosse nulla di male, proprio perché qui non c’è alcuna sensibilità o educazione in merito, ma poi ho iniziato ad informarmi e a capire perché fosse un gesto irrispettoso e razzista.

La blackface nasce nel XIX negli Stati Uniti nei Minstrel show, degli spettacoli comici interpretati da bianchi con la faccia dipinta di nero. Più precisamente è stata inventata nel 1830, da un attore bianco a New York, Thomas D. Rice, conosciuto come Daddy Rice che si vestì di stracci, si tinse il viso di nero e si mise a ballare e a cantare impersonando uno schiavo, Jim Crow. La canzone che eseguiva, “Jump Jim Crow“, divenne molto popolare e si utilizzava nell’imitazione stereotipata dei neri. Tant’è che le leggi di segregazione razziale adottate negli Stati Uniti del Sud, adottate alla fine del XIX secolo e rimaste in vigore fino al 1965, si chiamavano “Jimp Crow laws”.

Jimcrow.jpg

La rappresentazione portava con se stereotipi incredibilmente razzisti e offensivi sugli afro-americani, che venivano dipinti come stupidi, sporchi, pigri e ladri. Come persone inferiori ai bianchi.

Laughable

Gli attori bianchi, per recitare in Blackface, usavano annerirsi la pelle con sughero bruciato e successivamente cerone nero o lucido per scarpe, esageravano con il trucco le dimensioni delle labbra, portando spesso parrucche di lana, guanti, frac, oppure abiti da straccioni per completare la trasformazione. Con il passare degli anni, perfino attori neri recitarono in Blackface.

Dal teatri Teatro americano del minstrel, la blackface si diffuse poi in tutta Europa, portando tutta una serie di imitazioni, travestimenti e/o comportamenti che scimmiottavano la cultura afro-americana.

Si pensi ad esempio al Zwarte Piet “Pietro il moro” dei Paesi Bassi, un servo nero che viene ritratto come aiutante di San Nicola nel portare i doni di Natale, che ancora oggi viene rappresentato con la blackface. I Paesi Bassi hanno giocato un ruolo centrale nel trasporto degli schiavi africani da vendere nelle piantagioni da zucchero e di caffé nelle loro colonie in Suriname e in Indonesia. E il personaggio di Zwarte Piet perpretato come “tradizione” non fa altro che rappresentare come una cosa buffa, un gioco, tutti quei secoli di schiavitù.

Ancora oggi persone bianche si dipingono il volto di nero per rappresentare un’etnia che non è la propria. Non importa quanti amici afro-americani si hanno o quanto ci piace la musica nera, la blackface sarà per sempre collegata a una lunga storia di violenza e oppressione, come anche il fatto di travestirsi da personaggio di un’altra etnia è razzista.

Perché così tanta attenzione e perché è importante parlarne?

Perché fortunatamente la cultura si evolve e si cerca di diventare persone migliori.

Travestirsi da un’etnia che non è la nostra vuol dire ridurre una complessità culturale ad un feticcio stereotipato che alimenta discriminazioni e false descrizioni di quella cultura.

Vestirsi da nativi americani, messicani col sombrero, da geisha o da persona nera, corrisponde a ridicolizzare, inferiorizzare un’etnia e la sua rappresentazione, anche se lo facciamo in “buona fede”.

Perché dobbiamo ricordarci che una cultura non è un costume. Ne parla molto bene qui Narrazioni Differenti: Come evitare di indossare un costume razzista ad Halloween.

Negli Stati Uniti addirittura i college preparano volantini appositi con linee guida come questo, ad esempio:

CultralApporpriation.png

Traduco:

Appropriazione culturale, cos’è e perché va evitata?

Appropriazione culturale: l’atto di prendere delle espressioni intellettuali e culturali da una cultura che non è la propria, senza mostrare rispetto per quella cultura.

Qual’ è il problema?

  • Incorpora una lunga storia di pregiudizio, odio, discriminazione, colonialismo e schiavitù;
  • Rende un elemento importate e/o sacro in moda;
  • Da una rappresentazione inaccurata, spesso ricca di stereotipi di un gruppo.

La lista delle cose da fare per avere un travestimento appropriato:

Il tuo costume….

  • rappresenta una cultura che non è la tua?
  • include parole come “tradizionale”, “etnico”, “culturale” o “tribale”?
  • Perpetra stereotipi, disinformazione o inesattezze storiche e/o culturali?

NON INDOSSARLO!

Travestimenti inaccettabili: indossare un copricapo nativo indiano, vestirsi da “messicano” indossando un sombrero, vestirsi da geisha, qualsiasi tipo di blackface.

culture-not-a-costume.jpg

Proprio perché è un argomento di cui non si conosce molto, è normale porsi delle domande. Quindi, mi sono confrontata con altre persone parlando di questo argomento e ne sono usciti questi quesiti:

  • Ma se mi volessi vestire da un cartone animato o da un personaggio che non rappresenta la mia etnia? E’ lecito che una bambina bianca si vesta anche da Moana, Elsa o Jasmine della Disney? O che un’adulta bianca si vesta da suor Maria Claretta di Sister Act?
  • E i Cosplayer allora?
  • Se viene organizzata una festa a tema giapponese, per rendere omaggio a una cultura, e mi travesto da Geisha, sbaglio?
  • Se il mio intento è pacifico, che male c’è a approfondire la mia conoscenza di altre culture ed esaltarle nei travestimenti? Siamo o no tutti cittadini del mondo?
Ho chiesto ad Asia (La Mucca intellettuale) di Tucamingo di darmi una mano a rispondere e la ringrazio per le sue risposte:

Nel momento in cui ti travesti da cartone animato, non stai usando l’etnia come travestimento, ma il personaggio (tipo: Halloween vestita da Nonna Salice sarebbe scomodo e difficile da realizzare, ma sarebbe un personaggio, non una cultura).

Se il travestimento sta nel personaggio e non nell’etnia o nella brutta copia di elementi culturali, non si può parlare di appropriazione culturale. 
Diciamo che però se ti devi vestire da suor Maria Claretta rinuncerei a un po’ di realismo evitando blackface o cambiamenti fisici, che comunque fanno parte della ridicolizzazione.

Per la stessa ragione i cosplay non possono essere inclusi nella definizione di appropriazione culturale, anche perché i cosplay sono fatti proprio con l’intento di omaggiare una parte della cultura giapponese (quella pop) che bisogna necessariamente conoscere a fondo per fare cosplay.

Se ciò che vuoi fare è rendere omaggio a una cultura non sbagli mai, anche perché se vuoi omaggiare, non ti tingi la pelle. Sta proprio lì la differenza.
Se ad Halloween una ragazza americana bianca (che, quindi, anche se contro la sua volontà trae vantaggio da un razzismo istituzionalizzato) si veste da “indiana sexy”, sta confermando ciò che anni di colonizzazione e un sistema di oppressione nei confronti dei nativi affermano da sempre: questa non è una cultura e ne posso fare quello che voglio. Oltre al fatto che ci sarebbe una gran mancanza di rispetto perché la starebbe sessualizzando. Mentre se, per omaggiare/conoscere meglio la cultura dei nativi, organizzi una festa a tema dove si suona la musica tradizionale, si utilizzano i vestiti tipici di quei popoli (veri, però, non una porno riproduzione fatta in Bangladesh e rivenduta nei negozi di costumi per carnevale), senza tingersi la pelle, si mangiano cibi tradizionali e si conserva il valore di quei simboli, allora è semplice incontro tra culture.

Non porta ad una chiusura mentale se si capisce esattamente cosa si intende per appropriazione culturale, ne abbiamo parlato qui:

<< L’appropriazione culturale è l’adozione di elementi di una cultura da parte dei membri di un’altra cultura. È una pratica talvolta dannosa in quanto violazione dei diritti collettivi di proprietà intellettuale della cultura originaria. Si realizza attraverso l’uso di tradizioni, dell’arte, dei cibi, delle mode, dei simboli, della tecnologia, del linguaggio e delle canzoni culturali di altre culture senza il permesso delle stesse. L’appropriazione culturale differisce dall’acculturazione, dall’assimilazione o dal cambiamento culturale in quanto l’appropriazione o l’appropriazione indiretta si riferisce all’adozione di questi elementi culturali secondo un approccio “colonialista”: gli elementi copiati sono quelli di una cultura minoritaria da parte di membri di una cultura dominante. Questi elementi vengono utilizzati al di fuori del loro contesto culturale originario, a volte anche in contrasto con i desideri espressi dai rappresentanti della cultura originaria>>.

Nessun male nell’esaltare una cultura, il punto è che “culture is not a costume”.

Credere di non far del male indossando un costume o di non offendere, non vuol dire che non lo si stia facendo.

Siamo tutti cittadini del mondo, ma allo stato attuale delle cose, purtroppo, non siamo tutti allo stesso modo e comunque essere cittadini del mondo non dovrebbe appiattire tutto, ma esaltare la diversità e la particolarità come valori!

 

Anche se in Italia non si conosce bene tutto il complesso mondo dell’appropriazione culturale e nemmeno il significato di razzismo, non vuol dire che entrambi non debbano essere affrontati e comunque, in qualche modo compresi. Perché la classe privilegiata bianca non può decidere il livello di razzismo o di appropriazione culturale di un’etnia che l’ha subita o la sta subendo.

 

La contaminazione culturale esiste ovunque, siamo un mondo globalizzato, musica, arte e moda sono fuse in miliardi di culture diverse. Il punto è quando tradizioni, arte,  cibi, modo di vestirsi, simboli, tecnologia, linguaggio o canzoni culturali appartenenti a un’cultura vengono prese dalla cultura dominante e decontestualizzate, traendone beneficio facendole diventare qualcosa “di moda”. Così si riproducono gli stessi schemi colonialistici sotto il falso concetto di “ispirazione”.

Lo scambio culturale e l’apprendimento culturale sono molto importanti, servono a crescere e sono ben lontani dall’appropriazione. Ne parla meglio questo articolo di Vice, Apprezzare una cultura senza appropriarsene.

L’appropriazione culturale è un qualcosa di più complesso di un costume in maschera e non basterebbe un semplice articolo approfondirla.

 

Per quanto riguarda il tingersi la faccia di nero (blackface):
ad una persona bianca, se è veramente alleata, non verrebbe mai di travestirsi da persona nera! Men che meno di tingersi la faccia.
Nei paesi anglossassoni tutto ciò che riguarda lo scurirsi la pelle per un travestimento rientra nell’accezione di “black face” anche se non si vogliono scimmiottare le persone nere.
Questo perché le persone nere si devono e possono rappresentare da sole, non sono le persone bianche a rappresentarle.
Nemmeno se si tratta di un travestimento che non implica lo scimiottamento.

 

77010894_1174989272712406_4298355320821907456_n.jpg

 

75332809_1174989296045737_1469813142417571840_o.jpg

Non demordiamo e continuiamo a parlare di black face in pagina, questo è un nostro post su Facebook abbastanza riassuntivo.

Vuoi la pelle nera?

Allora ti pigli anche tutta la sua oppressione.

Non si indossa una pelle che nella nostra società continua ad essere discriminata a livello politico, economico e sociale.
Ti tingi la pelle nera perché vuoi “omaggiare” chi ha la pelle nera?
Beh non la stai omaggiando, la stai trattando da travestimento. La sera ti strucchi e torni ad essere la persona bianca privilegiata di sempre.
Non è difficile capirlo.
Ma qui in Italia siamo indietro ANNI LUCE su questo, come su molte altre cose in tema di diritti umani.
E non basta dire “mi dispiace”, bisogna ASCOLTARE chi ha la pelle nera e ti sta dicendo in tutte le salse qual è il punto.
Con questa storia del “non volevo offendere” si continua a giustificare una discriminazione.
Solo qua in Italia si deve perdere tempo a spiegare un concetto che dovrebbe essere ovvio:

ASCOLTATE LE COMUNITÀ DISCRIMINATE.

Soprattutto se non hanno interiorizzato la discriminazione e stanno cercando di farvela capire in tutti i modi.

Abbiamo un post nelle nostre linee guida che parla di cosa sia il femminismo intersezionale, l’importanza di capire il significato di oppressione e di privilegio. E capire che la discriminazione non viene decisa dalla comunità privilegiata, ma da quella oppressa.

Poniamoci in ascolto, sempre.

Non sovradeterminiamo le comunità discriminate, sono loro che decidono cosa sia o non sia discriminazione.

Come persone alleate ci dobbiamo mettere in ascolto, comprendere i nostri privilegi e lottare al loro fianco, non al loro posto.

Su questo concetto vi consiglio di vedere la bellissima serie Dear White People, qui un articolo interessante di Wired: 5 lezioni sul razzismo da ripassare con Dear White People.

Dopotutto, “non sai cosa vuol dire, finché non lo provi sulla tua pelle”.

Grazie ControNarrazioni per il post su Instagram:

73305875_1182253278652672_3105446158860812288_o.jpg
74450972_1182253311986002_8561321915011039232_o.jpg

 

Per evitare sovradeterminazioni, se questo articolo non vi basta, se ci sono concetti chiave che ancora non vi fanno capire quale sia il problema, vi dico di leggere e di ascoltare la comunità nera.

Fatevi una cultura su Afroitalian Souls, seguite, per dirne solo alcuni, i profili Instagram di:

@Naomi_Dimeo,

@Tommy_Kuti,

@Afroitaliansouls,

@MissTiaTaylor,

@darkchocolatecreature,

@oizaqueensday

@eva.lvgn,

@lawrenceoluyede


Ascoltate.

Leggete.

E vedrete che capirete qual è il problema della blackface e di decidere di travestirsi da un personaggio nero, se si ha la pelle bianca.

Altro video di Afroitalian Souls che spiega perfettamente perché tingersi la faccia di nero è offensivo sempre, anche in Italia:

Di nuovo, il principio di base è:

non sono le persone privilegiate a decidere cosa sia o non sia razzista.

Nascere con la pelle bianca è un privilegio, ancora oggi.
Quindi non sono le persone bianche a decidere cosa sia razzista per una persona nera.
Oltre a ciò, rispondo alla domanda che mi è stata posta:
“Ma in una trasmissione come tale e quale in cui lo scopo è essere identici al personaggio imitato senza intento denigratorio ha senso parlare di black face (o comunque tingersi la faccia di nero per qualsiasi motivo)?”
Si, ha senso, perché tingersi la faccia, anche se non ha lo scopo di sciommiottare un’etnia, è razzista. Non sono io a dirlo, sono le persone che vivono il razzismo da secoli.
E ancora oggi le mie amiche nere e miei amici neri che vivono a Londra, Amsterdam, New York e Milano mi dicono che un programma come Tale e Quale, fatto come lo stanno facendo qui in Italia, sulla BBC non esisterebbe.
E se provassero a fare qualcosa di simile, la comunità nera si farebbe sentire a gran voce.
Infatti a una persona veramente alleata non dovrebbe manco venire l’idea di vestirsi da una persona nera, il problema è alla base.
Le persone che abbiamo condiviso qui sopra sono persone attiviste che ogni giorno lottano contro il razzismo, la loro opinione su quello che è il razzismo è l’unica valida.
Non siamo noi persone bianche a dover spiegare loro cosa sia o non sia il razzismo, noi non se sappiamo un tubo di cosa voglia dire vivere tutta la vita con una pelle non bianca!
Ovvio, la comunità nera non è un unicum, e non è mia intenzione parlare al posto loro.
Do voce a quello che mi stanno insegnando ogni giorni i miei compagni e le mie compagne nere sul razzismo interiorizzato che portiamo avanti.
Una persona nera può interpretare/travestirsi da persona nera, altrimenti scegli un altro personaggio.
E poiché manca la rappresentazione della comunità nera qui in Italia, (ecco perché ci ritroviamo ancora oggi a discutere di blackface), non dovrebbe essere trasmesso il messaggio che le persone bianche possono travestirsi da nere.
In un paese anglossassone questo creerebbe uno scalpore allucinante!
E ripeto, anche se non scimmiotti, verrebbe considerato comunque blackface.
Non ci si pittura la faccia di nero per interpretare un’etnia che non è la nostra. Specialmente quando è la categoria privilegiata a farlo (anche perché manca la rappresentazione della comunità nera nella nostra televisione). 
 
Se ti tingi la faccia di nero rientra comunque nella blackface.
Puoi tingerti di verde, di rosso, di blu, ma non di un colore che nella nostra società è discriminato in tutti i livelli.
E se sono le persone nere a dirlo, nulla è esagerato, si deve ascoltare e crescere.
Pensavo fosse chiaro: NON STIAMO PARLANDO DI TUTTI I TRAVESTIMENTI.
Stiamo parlando di chi, essendo bianco, si tinge la faccia per imitare un personaggio di un’etnia non bianca.
Se continuate a dire che questa battaglia è “esagerata” state facendo esattamente la stessa cosa che fanno la maggior parte degli uomini quando parliamo di maschilismo.
Se condividiamo una pubblicità sessista ci dicono che siamo esagerate, se pubblichiamo un post ricco di stereotipi di genere dicono che dobbiamo farci una risata, se ci mettiamo la gonna e usciamo ci dicono che “ce la siamo cercata”, se ci fanno catcalling e ci ribelliamo ci dicono che non sappiamo accettare un complimento.
Non sono gli uomini che devono dirci cos’è o non è maschilista. Siamo noi che viviamo il maschilismo sulla nostra pelle ogni singolo giorno a farlo.
Così come non sono le persone bianche a dire cosa sia o non sia razzista.
Non sono le persone eterosessuali a dire cosa sia o non sia omobifobico.
Non sono le persone cisgender a dire cosa sia o non sia transfobico.
Se capite il significato di “privilegio” e di “oppressione”, capite anche che un nero che si tinge la faccia di bianco non può essere paragonato alla black face.

Non esiste il razzismo al contrario!

Solitamente, quando si fanno notare queste cose, una delle classiche risposte è quella del razzismo al contrario, che non esiste!

Non esiste perché non c’è al mondo un sistema istituzionalizzato che ha reso “normali” a livello culturale dei pensieri e dei comportamenti razzisti nei confronti dei bianchi. La classe dominante e privilegiata a livello globale e storico è sempre quella bianca.

Ne parla molto bene un articolo di Intersezioni qui: Perché non esiste il “razzismo al contrario”.

Si parla di istituzionalità, quindi a livello politico, economico e sociale, dove c’è una comunità dominante e una comunità che è oppressa.

Com’è spiegato molto bene anche in questo articolo, “Il mito del razzismo inverso”:

“Dimenticare il contesto sociale, cioè i secoli di predominanza, oppressioni, e privilegi della “razza bianca” rispetto alle altre, è la grandissima “falla” nel ragionamento di chi parla di razzismo inverso. Quindi, sebbene un nero possa avere altrettanti pregiudizi razziali di un bianco, non potremo mai parlare di “razzismo verso i bianchi” fino a quando il nero non avrà lo stesso peso politico, sociale ed economico del bianco. Parlando ovviamente di bianchi e neri in termini di popolazione generale: ancora una volta nominare Obama come esempio di nero di successo non conta, così come parlare della famiglia bianca vicina di casa che vive alla soglia della povertà non conta. Non contano perché stiamo parlando di contesti, non di particolari, non di individui.

(…)

Perché anche in questo caso, quando si parla di privilegio, non si può confinarlo a quello di un singolo, né di una famiglia, e neanche di una élite. I grandi patrimoni tramandati dalla famiglia, che consentono ai figli di vivere una vita di agi, non sono privilegi, sono, appunto, beni. La possibilità di andare a studiare in scuole esclusive non è un privilegio, è, appunto, una possibilità, garantita dall’appartenenza ad una famiglia agiata. Il privilegio razziale, invece, è qualcosa che non proviene dalla storia personale, da una posizione di prestigio dovuta ai propri antenati o alla propria famiglia o classe di appartenenza, o semplicemente dal proprio successo personale, ma è qualcosa di cui godiamo a prescindere, che siamo ricchi o poveri, che siamo influenti o non contiamo nulla, che riusciamo a sbarcare il lunario a stento, o abbiamo un lavoro stabile e sicuro, e qualunque sia il nostro cognome.

Una metafora che ho trovato utile per capire questo concetto, applicata al sessismo in particolare, ma ancora una volta estendibile a tutti gli “ismi” è questa: non ce ne rendiamo conto, ma noi bianchi siamo molto ingombranti. Occupiamo spazio, anche se siamo piccoli e come individui poco influenti, occupiamo un sacco di spazio…”

 

Una persona nera che si mette il cerone, una volta tolto il cerone, rimane nella sua oppressione, la sua pelle nera lo fa vivere in una società che lo discrimina a livello sociale, politico ed economico per la sua pelle.
Una persona bianca che si tinge la pelle di nero, quando si strucca continua a vivere nel privilegio di avere la pelle bianca.
Questi sono concetti base che vengono esplicati in molti testi, che purtroppo qui non vengono fatti studiare, ma all’estero sì.
È importante conoscere, leggere, farsi una cultura, perché queste cose non ti vengono calate dall’alto, le devi apprendere, proprio a causa del fatto che viviamo in una società in cui alcune persone nascono con privilegi e altre no.
Se sei una persona alleata, ascolti e sostieni la comunità discriminata, non parlando al loro posto, ma dando voce alle loro battaglie.
Il privilegio ti da la possibilità di essere ascoltat* molto di più di chi non ha quel privilegio. Un maschio che non ride a una battuta sessista e spiega ai maschi che quella battuta è dannosa, viene isolato e preso in giro dal gruppo ma fa molto più presa di una donna che lo fa notare.
Ma questi sono meccanismi di base che si imparano se si frequentano ambienti attivisti.

Non si sovradetermina la comunità discriminata, si ascolta, si comprende e si può portare alla luce le loro battaglie in un mondo in cui loro continuano ad essere invisibili. Questo fanno le persone alleate.

Dire, di fronte al razzismo, che le persone hanno opinioni differenti, è come dire, di fronte a una frase omofobica che può essere “omofobia” per alcuni mentre per altri no.

L’omofobia è omofobia.

La bifobia è bifobia.

La transfobia è transfobia.

Il sessismo è sessismo.

Il razzismo è razzismo.

Non sono opinioni, sono discriminazioni. Il relativismo non esiste quando si parla di discriminazioni. Esiste l’umiltà e il rispetto.

Ed è proprio la comunità discriminata che ci fa capire quali sono le discriminazioni che continuiamo a perpetrare. Si può scegliere se essere alleat* o se continuare a vivere nel nostro privilegio dietro al “ognun* ha la sua opinione”.

È l’abc. Se non vi è chiaro questo allora non vi sarà chiaro nulla di quello che pubblichiamo.
E, per chi tira fuori le drag queens (dimenticando sempre i drag kings, tra l’altro):
La questione delle drag queens e dei drag kings non può essere assimilata alla black face perché non è offensiva della comunità LGBTQIA+ (e lo dico perché ne abbiamo discusso parecchio con loro) e non è offensiva nemmeno per il persone cishet: bensì ha l’obiettivo di scardinare i ruoli di genere! Sono persone che vogliono rompere il sistema, distruggendo i ruoli di genere e allargando l’espressione di genere.

E per le donne che si sentono prese in giro dalle Drag Queens: paragonare le drag agli uomini cishet che per carnevale o alle feste in maschera si vestono in modo caricaturale da donna vuol dire non conoscere il mondo drag. L’obiettivo di questo mondo è scardinare gli stereotipi, i ruoli di genere e le espressioni di genere attraverso performance artistiche. Il mondo drag riguarda il mondo dello spettacolo, dell’arte e delle performance. Prima di giudicare, come sempre, informatevi e approfondite.

Ecco alcuni testi consigliati:

“Corpi ad arte. La drag queen e l’illusoria consistenza del genere” di Donatella Lanzarotta

“Drag queen: the complete story” di Simon Doonan

“Il re nudo. Per un archivio Drag King in Italia”, autori vari

“Alright darling? The contemporary Drag Scene”, Greg Bailey

“Drag Queen”, Daniele Robotti

Con la blackface, o comunque tingendoci la faccia di nero visto che non hai la pelle nera, tu sovradetermini, schiacci, sminuisci e offendi una minoranza che per quella pelle vive ogni giorno l’oppressione (la comunità stessa, almeno la parte attivista, lo sta ripetendo in tutte le salse), con l’arte drag non offendi nessuna comunità, semmai lotti affinché i ruoli di genere stereotipati si estinguano.
Consiglio di capire un po’ meglio la questione genere: espressione, identità e ruolo.
Condivido qui i nostri articoli di base:
leggere i nostri quattro articoli in merito:
1. La favolosità del mondo LGBTQIA+ – Parte Prima: qui affrontiamo le basi della differenza tra sesso biologico, genere (identità, ruolo ed espressione) e orientamento sessuale e/o romantico. E sbufaliamo anche la così detta “ideologia gender”.
2. La favolosità del mondo LGBTQIA+ – Parte Terza: qui parliamo delle identità di genere.

Come vale per il razzismo, stesso discorso vale per il sessismo.

Il sessismo nei confronti delle donne è strutturale, a livello politico, economico e sociale. Non esiste nessun stato al mondo in cui i posti di potere non siano occupati esclusivamente da uomini (glass ceiling), in cui gli uomini guadagnino meno delle donne a parità di posizione, in cui gli uomini sono uccisi in quanto uomini. Non esiste perché viviamo in una società patriarcale.

Su questo condividiamo il post di Michela con parole fondamentali, che dovrebbero essere scontate:

75266147_1175073412703992_5640685471592873984_o.jpg

74386022_1175073422703991_2994237618637504512_o.jpg

76775088_1175073466037320_4947179490309570560_o.jpg

72889222_1175073476037319_6545743159417110528_o.jpg

74426904_1175073532703980_9215111135412355072_o.jpg

73537345_1175073542703979_6075739274693574656_o.jpg

Se volete un ulteriore approfondimento su questo, potete leggere qui una serie di punti delle nostre principali linee guida della pagina.

Il sessismo è talmente radicato nella nostra cultura che basta fare una banalissima ricerca su Google “vestiti da halloween/carnevale per donna” e “vestiti da halloween/carnevale per uomo” e questo è il risultato che vi troverete:

travestimenti

I vestiti da donna sono ipersessualizzati, quelli da uomo sono normali, ne parla anche questo articolo del Blog delle donne: Sessismo e Halloween.

Il punto non è vestirsi o meno con un costume sexy, nessuna persona ha il diritto di giudicare moralmente un’altra per come si veste.

Il punto è che non esistono alternative, proprio perché è un problema istituzionalizzato, strutturale.

Come viene spiegato anche in questo articolo, Sessismo e appropriazione culturale: Trick or Treat?, se si va in un negozio di vestiti di Carnevale o di Halloween e si apre un catalogo, i vestiti da donna sono quasi sempre sessualizzati, mentre quelli da uomo o “neutri”, no.

Capita spesso anche a noi sulla pagina che quando parliamo di queste tematiche veniamo etichettate come “buoniste” o come vittime del “politically correct”.

Oppure che ci venga detto che le “vere” discriminazioni sono “ben altro”.

Ma la cosa fondamentale da capire è che nessuna persona può giudicare i sentimenti che sta provando un’altra persona o il livello di oppressione di una persona oppressa.

Su questo punto condivido il pensiero espresso da AiM:

Una persona non può stabilire il livello di sopportazione ad una violenza al posto di chi l’ha subita.

Una persona bianca non può stabilire la misura del razzismo al posto delle persone che lo subiscono.

Un tempo le classi privilegiate, le etnie, il genere, parlavano anche al posto delle classi che loro stessi opprimevano.

Oggi, per fortuna le persone oppresse parlano e si autorappresentano e fin quando non si impara a riconoscere che è loro che dobbiamo ascoltare, senza avere la presunzione di dire quel che devono o non devono considerare violenza sessista o razzista, ci si muove sempre come classe di oppressione, privilegiata, che opera appropriazione culturale, sovradeterminazione e disconoscimento delle rivendicazioni altrui.

Lo fa chiunque sminuendo le denunce di violenza sessista.

Lo fa il bianco che sminuisce la violenza razzista, fisica, culturale, a stratificare un insieme di stereotipi che sono origine del razzismo.

Lo fanno le donne che vorrebbero decidere al posto di altre donne, parlare al posto loro,come le abolizioniste e le radfem moraliste e transofobe.

Io non posso parlare e decidere sulla pelle di una persona trans.

Non posso parlare e decidere al posto di una persona lesbica.

Non posso parlare e decidere al posto di una sex worker e non posso parlare e decidere al posto di una donna che indica di aver subito violenza, parlando di sé, o al posto di una persona che subisce razzismo.

Non posso, io persona bianca ed europea, parlare al posto di una persona migrante.

Vanno accolte le loro indicazioni, le indicazioni di chi è parte oppressa in una gerarchia che si muove agilmente e in modo subdolo per continuare nella conservazione dei ruoli di potere.

Per concludere, travestiamoci, divertiamoci, con un pizzico di consapevolezza in più!!

Buoni travestimenti 🙂

A cura di Giulia Terrosi

PS. Per coloro che “Halloween non è una nostra festa!”, bisogna capire che cosa si intende per “nostro”, visto che ogni festa religiosa che si festeggia in Italia è stata presa da culture pagane pre-esistenti da quella cristiana.

Halloween nient’altro è che la festa celtica di Samhain, dal gaelico samhuinn (si pronuncia “souin”), “summer’s end”, ovvero lfine dell’estate” ed era festeggiata anche dagli etruschi, ripresa poi dai Romani stessi che l’hanno festeggiata per secoli.

Si celebrava la fine della stagione estiva e l’inizio dell’inverno. Samhain infatti rappresentava il passaggio dalla luce al buio ed era la fine di un ciclo come Beltane.

E, quando un ciclo finiva e ne iniziava un altro, il confine tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti si assottigliava permettendo agli spiriti erranti di vagare indisturbati sulla Terra. Ed ecco qui il collegamento con il mondo dei morti.

I Celti infatti credevano che in questa notte i propri cari tornassero sulla terra a far loro visita e a portare loro protezione.

La zucca non esisteva, bisogna aspettare la scoperta dell’America affinché la zucca arrivi in Europa. I Celti utilizzavano le rape e vi inserivano un lumino in modo che i cari defunti potessero trovare la strada di casa.

Con l’avvento della lingua irlandese questa notte, che rappresentava comunque il ritorno dei morti sulla terra, venne chiamata “Hallow E’en”, forma contratta di All Hallows’ Eve.

Hallows significava santo, ed è da lì che deriva Ognissanti.

Quindi non è una cultura così distante dalla nostra. Ricordate che tutte le feste religiose che ci sono oggi in Italia derivano da quelle pagane.

Per approfondire le origini di Halloween consigliamo la lettura di questo articolo: “Halloween le vere origini.”.

Condivido qui un pezzo dell’articolo “Samhain, la vera storia di Halloween”:

“L’importanza che la popolazione celta attribuiva a Samhain risiede nella loro concezione del tempo, visto come un cerchio suddiviso in cicli: il termine di ogni ciclo era considerato molto importante e carico di magia.

Insieme a Samhain (31 ottobre, appunto) si festeggiavano Lughnasadh (1 agosto), Beltane (30 aprile o 1 maggio), Imbolc (1-2 febbraio), Yule (21 dicembre), Ostara (21 marzo), Litha (21 giugno) e Mabon (21 settembre).

L’avvento del Cristianesimo non ha del tutto cancellato queste festività, ma in molti casi si è sovrapposto ad esse conferendo loro contenuti e significati diversi da quelli originari.

La morte era il tema principale della festa, in sintonia con ciò che stava avvenendo in natura: durante la stagione invernale la vita sembra tacere, mentre in realtà si rinnova sottoterra, dove tradizionalmente, tra l’altro, riposano i morti. Da qui è comprensibile l’accostamento dello Samhain al culto dei morti.

I Celti credevano che alla vigilia di ogni nuovo anno, cioè il 31 ottobre, Samhain chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti, che vivevano in una landa di eterna giovinezza e felicità chiamata Tir nan Oge, e che le forze degli spiriti potessero unirsi al mondo dei viventi, provocando in questo modo il dissolvimento temporaneo delle leggi del tempo e dello spazio e facendo sì che l’aldilà si fondesse con il mondo dei vivi e permettendo agli spiriti erranti di vagare indisturbati sulla Terra.

Samhain era, dunque, una celebrazione che univa la paura della morte e degli spiriti all’allegria dei festeggiamenti per la fine del vecchio anno. Durante la notte del 31 ottobre si tenevano dei raduni nei boschi e sulle colline per la cerimonia dell’accensione del Fuoco Sacro e venivano effettuati sacrifici animali. Vestiti con maschere grottesche, i Celti tornavano al villaggio, facendosi luce con lanterne costituite da cipolle intagliate al cui interno erano poste le braci del Fuoco Sacro.

Dopo questi riti i Celti festeggiavano per 3 giorni, mascherandosi con le pelli degli animali uccisi per spaventare gli spiriti. In Irlanda si diffuse l’usanza di accendere torce e fiaccole fuori dagli usci e di lasciare cibo e latte per le anime dei defunti che avrebbero reso visita ai propri familiari, affinché potessero rifocillarsi e decidessero di non fare scherzi ai viventi.

(…)

La commemorazione dei defunti ha origini antiche. Già i Romani facevano festeggiamenti il primo Novembre in onore di Pomona, dea dei frutti, durante i quali venivano fatte offerte di mele, la frutta del periodo, per propiziarsi la fertilità. Quando i Romani vennero in contatto con i Celti in seguito all’occupazione della Britannia, incontrarono anche tra queste popolazioni festeggiamenti per il 31 ottobre.

I Druidi si riunivano sulle colline e danzavano intorno ai fuochi, facendo offerte alle divinità con il raccolto e gli animali. Questo giorno segnava il passaggio dalla stagione estiva a quella invernale e durante questo passaggio il tempo si considerava sospeso permettendo al mondo dei vivi e quello dei morti di entrare in contatto.

(…)

Il calendario celtico divideva l’anno in dodici mesi che avevano inizio con una festa particolare, che è considerata il “capodanno celtico”. In coincidenza con il 17° giorno di Samonios troviamo “trinoxtion Samoni sindiu” (“da oggi la festa delle tre notti di Samonios”). Secondo il nostro calendario si tratta della notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre.

Posta a metà strada tra l’equinozio autunnale e il solstizio d’inverno, il Trinozio di Samonios segnava l’inizio dell’inverno. Quale era però il significato della festa? Un’affascinante teoria ricollega il termine “samonios” ad altre parole della famiglia linguistica indoeuropea, come il sanscrito “sàmanam” Emoticon smile assemblea) dalla radice sem-, som-, sm- “insieme”. La festa delle tre notti di Samonios sarebbe quindi il momento della riunione non solo del popolo, ma di esso coi propri antenati. Si riteneva che durante quei giorni i morti tornassero a camminare in mezzo ai vivi riunendosi ad essi. Era un momento di festa e di gioia, trascorso tra banchetti e allegria.

Del resto ancora oggi nel mondo celtico (e in molti paesi delle nostre montagne) la veglia funebre è trascorsa mangiando, bevendo e celebrando in letizia il morto.

Tali tradizioni rimasero ben vive anche durante il medioevo, nonostante la conversione al cristianesimo. Non si dimentichi però, a questo proposito, che la conversione avvenne per lo più per decreto. Teodosio nel IV secolo e Carlo Magno nel IX, giusto per citare gli episodi fondamentali, imposero ai sudditi dell’impero di essere cristiani. Si comprende come le popolazioni pagane si siano solo formalmente convertite, continuando più o meno apertamente a seguire le loro tradizioni.

(…)

Attraverso le conquiste romane, Cristiani e Celti vennero a contatto. L’evangelizzazione delle Isole Britanniche portò con sé un nuovo concetto della vita, molto distante da quello celtico e durante tale periodo la Chiesa tentò di sradicare i culti pagani, ma non sempre vi riuscì. Halloween non fu completamente cancellata, ma fu in qualche modo cristianizzata, tramite l’istituzione del giorno di Ognissanti il 1° Novembre e, in seguito, della commemorazione dei defunti il 2 Novembre.

Fu Odilone di Cluny, nel 998 d.C., a dare l’avvio a quella che sarebbe stata una nuova e longeva tradizione delle società occidentali. Allora egli diede disposizione affinché i monasteri dipendenti dall’abbazia celebrassero il rito dei defunti a partire dal vespro del 1° Novembre. Il giorno seguente era invece disposto che fosse commemorato con un’Eucarestia offerta al Signore, pro requie omnium defunctorum. Un’usanza che si diffuse ben presto in tutta l’Europa cristiana, per giungere a Roma più tardi.

La Festa di Ognissanti, infatti, fu celebrata per la prima volta a Roma il 13 Maggio del 609 d.C., in occasione della consacrazione del Pantheon alla Vergine Maria. ”

Fonte con approfondimenti: https://www.irlandando.it/halloween/storia/

E dato che ogni anno si sentono dire le solite frasi “Halloween non è una nostra festa”/”Halloween è satanica” etc. etc. condivido qui anche l’album con le risposte ufficiali alle campagne anti-Halloween della pagina “Le vere origini di Halloween”, che consiglio di seguire.

Anche Carnevale stesso ha origini molto antiche e precedenti la religione cristiana. Febbraio, dal latino februare, “purificare” era il mese dei riti di purificazione in onore del dio etrusco Februus e della dea romana Febris, del passaggio dall’inverno alla primavera (e anche qui i confini tra il mondo dei morti e il mondo dei vivi si assottigliava) e dei riti di fecondazione. Infatti durante il periodo che noi chiamiamo Carnevale, si celebrava la fertilità della terra che tornava a vivere dopo il sonno invernale. Da qui, la festa romana dei Saturnalia, dedicata al dio Saturno e le Dionisie greche (le antesterie) in onore del dio Dionisio, dove si scioglievano gli obblighi sociali e le gerarchie per festeggiare la fine di un periodo, sono state entrambe riprese dall’odierno Carnevale.

Basti pensare che il 25 dicembre, prima di essere il Sol Invictus con la festa del dio Mitra tra l’altro nato da una vergine il 25 dicembre, seguito 12 discepoli, compiva miracoli, alla sua morte fu sepolto e resuscitò dopo 3 giorni (e accadeva 1200 anni prima dell’esistenza di Gesù) era la festa di altri molti dei. Come per citarne alcuni, Horus, concepito dalla vergine Iside con Kneph, lo “Spirito Santo” (3000 anni prima); Dionysus, nato il 25 dicembre da una vergine, morto e risorto (500 anni prima) e Tammuz o Zoroastro nato dalla vergine Semiramide, morto e risorto (400 anni prima) e molto altri dei.

Ogni anno, quando Halloween si avvicina, ricomincia il diffondersi delle solite cavolate che non stanno né in cielo né in terra. La regola è sempre la stessa: trovate fonti scientifiche/storiche/antropologiche accertate di quello che leggete? No? Beh allora è una cavolata. Ecco alcuni libri basati sulle suddette fonti:

“Halloween storia e tradizioni” di Jean Markale

“La notte delle zucche” di Paolo Gulisano e Brid O’neil

“La notte di Samhain” di Kay Mccarty, Gianluca Baldi

“Le vere origini di Halloween” di Sarah Bernini, Luce, Chiara Rancati e Monica Casalini

Quindi, dal mio punto di vista, festeggiate la festa che vi sentite di festeggiare e non impedite alle altre persone di festeggiare!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...