Feste in maschera: parliamo un po’ di appropriazione culturale e sessismo!

Halloween e Carnevale sono due ottime occasioni per riflettere su un tema ancora molto poco conosciuto in Italia: le discriminazioni che possiamo mettere in atto attraverso i nostri travestimenti dal sessismo, al razzismo, all’appropriazione culturale.

Si, perché in altri paesi, come gli Stati Uniti se ne parla dagli anni ’70, mentre qui non c’è molta sensibilità al riguardo, tanto che addirittura si trova ancora nei negozi il trucco per la “blackface”:

Tingersi la faccia di nero per vestirsi da una persona nera è molto molto razzista.
Anche io anni fa pensavo che non ci fosse nulla di male, proprio perché qui non c’è alcuna sensibilità o educazione in merito, ma poi ho iniziato ad informarmi e a capire perché fosse un gesto irrispettoso e razzista.

La blackface nasce nel XIX negli Stati Uniti nei Minstrel show, degli spettacoli comici interpretati da bianchi con la faccia dipinta di nero. Più precisamente è stata inventata nel 1830, da un attore bianco a New York, Thomas D. Rice, conosciuto come Daddy Rice che si vestì di stracci, si tinse il viso di nero e si mise a ballare e a cantare impersonando uno schiavo, Jim Crow. La canzone che eseguiva, “Jump Jim Crow“, divenne molto popolare e si utilizzava nell’imitazione stereotipata dei neri. Tant’è che le leggi di segregazione razziale adottate negli Stati Uniti del Sud, adottate alla fine del XIX secolo e rimaste in vigore fino al 1965, si chiamavano “Jimp Crow laws”.

Jimcrow.jpg

La rappresentazione portava con se stereotipi incredibilmente razzisti e offensivi sugli afro-americani, che venivano dipinti come stupidi, sporchi, pigri e ladri. Come persone inferiori ai bianchi.

Laughable

Gli attori bianchi, per recitare in Blackface, usavano annerirsi la pelle con sughero bruciato e successivamente cerone nero o lucido per scarpe, esageravano con il trucco le dimensioni delle labbra, portando spesso parrucche di lana, guanti, frac, oppure abiti da straccioni per completare la trasformazione. Con il passare degli anni, perfino attori neri recitarono in Blackface.

Dal teatri Teatro americano del minstrel, la blackface si diffuse poi in tutta Europa, portando tutta una serie di imitazioni, travestimenti e/o comportamenti che scimmiottavano la cultura afro-americana.

Si pensi ad esempio al Zwarte Piet “Pietro il moro” dei Paesi Bassi, un servo nero che viene ritratto come aiutante di San Nicola nel portare i doni di Natale, che ancora oggi viene rappresentato con la blackface. I Paesi Bassi hanno giocato un ruolo centrale nel trasporto degli schiavi africani da vendere nelle piantagioni da zucchero e di caffé nelle loro colonie in Suriname e in Indonesia. E il personaggio di Zwarte Piet perpretato come “tradizione” non fa altro che rappresentare come una cosa buffa, un gioco, tutti quei secoli di schiavitù.

Ancora oggi persone bianche si dipingono il volto di nero per rappresentare un’etnia che non è la propria. Non importa quanti amici afro-americani si hanno o quanto ci piace la musica nera, la blackface sarà per sempre collegata a una lunga storia di violenza e oppressione, come anche il fatto di travestirsi da personaggio di un’altra etnia è razzista.

Perché così tanta attenzione e perché è importante parlarne?

Perché fortunatamente la cultura si evolve e si cerca di diventare persone migliori.

Travestirsi da un’etnia che non è la nostra vuol dire ridurre una complessità culturale ad un feticcio stereotipato che alimenta discriminazioni e false descrizioni di quella cultura.

Vestirsi da nativi americani, messicani col sombrero, da geisha o da persona nera, corrisponde a ridicolizzare, inferiorizzare un’etnia e la sua rappresentazione, anche se lo facciamo in “buona fede”.

Perché dobbiamo ricordarci che una cultura non è un costume. Ne parla molto bene qui Narrazioni Differenti: Come evitare di indossare un costume razzista ad Halloween.

Negli Stati Uniti addirittura i college preparano volantini appositi con linee guida come questo, ad esempio:

CultralApporpriation.png

Traduco:

Appropriazione culturale, cos’è e perché va evitata?

Appropriazione culturale: l’atto di prendere delle espressioni intellettuali e culturali da una cultura che non è la propria, senza mostrare rispetto per quella cultura.

Qual’ è il problema?

  • Incorpora una lunga storia di pregiudizio, odio, discriminazione, colonialismo e schiavitù;
  • Rende un elemento importate e/o sacro in moda;
  • Da una rappresentazione inaccurata, spesso ricca di stereotipi di un gruppo.

La lista delle cose da fare per avere un travestimento appropriato:

Il tuo costume….

  • rappresenta una cultura che non è la tua?
  • include parole come “tradizionale”, “etnico”, “culturale” o “tribale”?
  • Perpetra stereotipi, disinformazione o inesattezze storiche e/o culturali?

NON INDOSSARLO!

Travestimenti inaccettabili: indossare un copricapo nativo indiano, vestirsi da “messicano” indossando un sombrero, vestirsi da geisha, qualsiasi tipo di blackface.

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Proprio perché è un argomento di cui non si conosce molto, è normale porsi delle domande. Quindi, mi sono confrontata con altre persone parlando di questo argomento e ne sono usciti questi quesiti:

  • Ma se mi volessi vestire da un cartone animato o da un personaggio che non rappresenta la mia etnia? E’ lecito che una bambina bianca si vesta anche da Moana, Elsa o Jasmine della Disney? O che un’adulta bianca si vesta da suor Maria Claretta di Sister Act?
  • E i Cosplayer allora?
  • Se viene organizzata una festa a tema giapponese, per rendere omaggio a una cultura, e mi travesto da Geisha, sbaglio?
  • Se il mio intento è pacifico, che male c’è a approfondire la mia conoscenza di altre culture ed esaltarle nei travestimenti? Siamo o no tutti cittadini del mondo?
Ho chiesto ad Asia (La Mucca intellettuale) di Tucamingo di darmi una mano a rispondere e la ringrazio per le sue risposte:

Nel momento in cui ti travesti da cartone animato, non stai usando l’etnia come travestimento, ma il personaggio (tipo: Halloween vestita da Nonna Salice sarebbe scomodo e difficile da realizzare, ma sarebbe un personaggio, non una cultura).

Se il travestimento sta nel personaggio e non nell’etnia o nella brutta copia di elementi culturali, non si può parlare di appropriazione culturale
Diciamo che però se ti devi vestire da suor Maria Claretta rinuncerei a un po’ di realismo evitando blackface o cambiamenti fisici, che comunque fanno parte della ridicolizzazione.

Per la stessa ragione i cosplay non possono essere inclusi nella definizione di appropriazione culturale, anche perché i cosplay sono fatti proprio con l’intento di omaggiare una parte della cultura giapponese (quella pop) che bisogna necessariamente conoscere a fondo per fare cosplay.

Se ciò che vuoi fare è rendere omaggio a una cultura non sbagli mai, sta proprio lì la differenza. Se ad Halloween una ragazza americana bianca (che, quindi, anche se contro la sua volontà trae vantaggio da un razzismo istituzionalizzato) si veste da “indiana sexy”, sta confermando ciò che anni di colonizzazione e un sistema di oppressione nei confronti dei nativi affermano da sempre: questa non è una cultura e ne posso fare quello che voglio. Oltre al fatto che ci sarebbe una gran mancanza di rispetto perché la starebbe sessualizzando. Mentre se, per omaggiare/conoscere meglio la cultura dei nativi, organizzi una festa a tema dove si suona la musica tradizionale, si utilizzano i vestiti tipici di quei popoli (veri, però, non una porno riproduzione fatta in Bangladesh e rivenduta nei negozi di costumi per carnevale), si mangiano cibi tradizionali e si conserva il valore di quei simboli, allora è semplice incontro tra culture.

Non porta ad una chiusura mentale se si capisce esattamente cosa si intende per appropriazione culturale, ne abbiamo parlato qui:

<< L’appropriazione culturale è l’adozione di elementi di una cultura da parte dei membri di un’altra cultura. È una pratica talvolta dannosa in quanto violazione dei diritti collettivi di proprietà intellettuale della cultura originaria. Si realizza attraverso l’uso di tradizioni, dell’arte, dei cibi, delle mode, dei simboli, della tecnologia, del linguaggio e delle canzoni culturali di altre culture senza il permesso delle stesse. L’appropriazione culturale differisce dall’acculturazione, dall’assimilazione o dal cambiamento culturale in quanto l’appropriazione o l’appropriazione indiretta si riferisce all’adozione di questi elementi culturali secondo un approccio “colonialista”: gli elementi copiati sono quelli di una cultura minoritaria da parte di membri di una cultura dominante. Questi elementi vengono utilizzati al di fuori del loro contesto culturale originario, a volte anche in contrasto con i desideri espressi dai rappresentanti della cultura originaria>>.

Nessun male nell’esaltare una cultura, il punto è che “culture is not a costume”.

Credere di non far del male indossando un costume o di non offendere, non vuol dire che non lo si stia facendo.

Siamo tutti cittadini del mondo, ma allo stato attuale delle cose, purtroppo, non siamo tutti allo stesso modo e comunque essere cittadini del mondo non dovrebbe appiattire tutto, ma esaltare la diversità e la particolarità come valori!

Anche se in Italia non si conosce bene tutto il complesso mondo dell’appropriazione culturale e nemmeno il significato di razzismo, non vuol dire che entrambi non debbano essere affrontati e comunque, in qualche modo compresi. Perché la classe privilegiata bianca non può decidere il livello di razzismo o di appropriazione culturale di un’etnia che l’ha subita o la sta subendo.
Su questo concetto vi consiglio di vedere la bellissima serie Dear White People, qui un articolo interessante di Wired: 5 lezioni sul razzismo da ripassare con Dear White People. Dopotutto, “non sai cosa vuol dire, finché non lo provi sulla tua pelle”.
La contaminazione culturale esiste ovunque, siamo un mondo globalizzato, musica, arte e moda sono fuse in miliardi di culture diverse. Il punto è quando tradizioni, arte,  cibi, modo di vestirsi, simboli, tecnologia, linguaggio o canzoni culturali appartenenti a un’cultura vengono prese dalla cultura dominante e decontestualizzate, traendone beneficio facendole diventare qualcosa “di moda”. Così si riproducono gli stessi schemi colonialistici sotto il falso concetto di “ispirazione”.  Lo scambio culturale e l’apprendimento culturale sono molto importanti, servono a crescere e sono ben lontani dall’appropriazione. Ne parla meglio questo articolo di Vice, Apprezzare una cultura senza appropriarsene.
L’appropriazione culturale è un qualcosa di più complesso di un costume in maschera e non basterebbe un semplice articolo approfondirla.

In ogni caso, solitamente, quando si fanno notare queste cose, una delle classiche risposte è quella del razzismo al contrario, che non esiste!

Non esiste perché non c’è al mondo un sistema istituzionalizzato che ha reso “normali” a livello culturale dei pensieri e dei comportamenti razzisti nei confronti dei bianchi. La classe dominante e privilegiata a livello globale e storico è sempre quella bianca.

Ne parla molto bene un articolo di Intersezioni qui: Perché non esiste il “razzismo al contrario”.

La stessa cosa vale per il sessismo, è talmente radicato nella nostra cultura che basta fare una banalissima ricerca su Google “vestiti da halloween/carnevale per donna” e “vestiti da halloween/carnevale per uomo” e questo è il risultato che vi troverete:

travestimenti

I vestiti da donna sono ipersessualizzati, quelli da uomo sono normali, ne parla anche questo articolo del Blog delle donne: Sessismo e Halloween.

Il punto non è vestirsi o meno con un costume sexy, nessuna persona ha il diritto di giudicare moralmente un’altra per come si veste.

Il punto è che non esistono alternative, proprio perché è un problema istituzionalizzato, strutturale.

Come viene spiegato anche in questo articolo, Sessismo e appropriazione culturale: Trick or Treat?, se si va in un negozio di vestiti di Carnevale o di Halloween e si apre un catalogo, i vestiti da donna sono quasi sempre sessualizzati, mentre quelli da uomo o “neutri”, no.

Capita spesso anche a noi sulla pagina che quando parliamo di queste tematiche veniamo etichettate come “buoniste” o come vittime del “politically correct”.

Oppure che ci venga detto che le “vere” discriminazioni sono “ben altro”.

Ma la cosa fondamentale da capire è che nessuna persona può giudicare i sentimenti che sta provando un’altra persona o il livello di oppressione di una persona oppressa.

Su questo punto condivido il pensiero espresso da AiM:

Una persona non può stabilire il livello di sopportazione ad una violenza al posto di chi l’ha subita.

Una persona bianca non può stabilire la misura del razzismo al posto delle persone che lo subiscono.

Un tempo le classi privilegiate, le razze, il genere, parlavano anche al posto delle classi che loro stessi opprimevano.

Oggi, per fortuna le persone oppresse parlano e si autorappresentano e fin quando non si impara a riconoscere che è loro che dobbiamo ascoltare, senza avere la presunzione di dire quel che devono o non devono considerare violenza sessista o razzista, ci si muove sempre come classe di oppressione, privilegiata, che opera appropriazione culturale, sovradeterminazione e disconoscimento delle rivendicazioni altrui.

Lo fa chiunque sminuendo le denunce di violenza sessista.

Lo fa il bianco che sminuisce la violenza razzista, fisica, culturale, a stratificare un insieme di stereotipi che sono origine del razzismo.

Lo fanno le donne che vorrebbero decidere al posto di altre donne, parlare al posto loro,come le abolizioniste e le radfem moraliste e transofobe.

Io non posso parlare e decidere sulla pelle di una persona trans.

Non posso parlare e decidere al posto di una persona lesbica.

Non posso parlare e decidere al posto di una sex worker e non posso parlare e decidere al posto di una donna che indica di aver subito violenza, parlando di sé, o al posto di una persona che subisce razzismo.

Non posso, io persona bianca ed europea, parlare al posto di una persona migrante.

Vanno accolte le loro indicazioni, le indicazioni di chi è parte oppressa in una gerarchia che si muove agilmente e in modo subdolo per continuare nella conservazione dei ruoli di potere.

Per concludere, travestiamoci, divertiamoci, con un pizzico di consapevolezza in più!!

Buoni travestimenti 🙂

A cura di Giulia Terrosi

PS. per coloro che “Halloween non è una nostra festa!”, bisogna capire che cosa si intende per “nostro”, visto che ogni festa religiosa che si festeggia in Italia è stata presa da culture pagani pre-esistenti da quella cristiana. Halloween nient’altro è che la festa celtica di Samhain, dal gaelico samhuinn, “summer’s end”, fine dell’estate ed era festeggiata anche dagli etruschi. Si celebrava la fine della stagione estiva e l’inizio dell’inverno. A cavallo delle due stagioni il confine tra il mondo dei vivi e  il mondo dei morti si assottigliava permettendo agli spiriti erranti di vagare indisturbati sulla Terra, ed ecco qui il collegamento con il mondo dei morti.  L’irlandese Hallow E’en era la forma contratta di All Hallows’ Eve. Hallows significava santo, ed è da lì che deriva Ognissanti. Quindi non è una cultura così distante dalla nostra, tutte le nostre feste religiose derivano da quelle pagane. Anche Carnevale stesso ha origini molto antiche e precedenti la religione cristiana. Febbraio, dal latino februare, “purificare” era il mese dei riti di purificazione in onore del dio etrusco Februus e della dea romana Febris, del passaggio dall’inverno alla primavera (e anche qui i confini tra il mondo dei morti e il mondo dei vivi si assottigliava) e dei riti di fecondazione. Infatti durante il periodo che noi chiamiamo Carnevale, si celebrava la fertilità della terra che tornava a vivere dopo il sonno invernale. Da qui, la festa romana dei Saturnalia, dedicata al dio Saturno e le Dionisie greche (le antesterie) in onore del dio Dionisio, dove si scioglievano gli obblighi sociali e le gerarchie per festeggiare la fine di un periodo, sono state entrambe riprese dall’odierno Carnevale. Basti pensare che il 25 dicembre, che prima di essere il Sol Invictus con la festa del dio Mitra, era la festa di altri molti dei come Horus, Tammus o Zoroastro (tra l’altro la maggioranza di loro nati da una vergine e risorti il terzo giorno).

Quindi, dal mio punto di vista, festeggiate la festa che vi sentite di festeggiare!

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