Centri Antiviolenza – Un aiuto per le donne vittime di violenza

31444915_10214095520536069_1592783076918820864_n

Voglio partire con questa immagine. La più significativa.

Il numero 1522 è stato istituito dal Dipartimento delle Pari Opportunità affinché possa essere da sostegno per tutte quelle donne che subiscono abusi o violenze e hanno bisogno di aiuto.

Non abbiate paura a chiamarlo. Pensate a voi stesse. Alla vostra vita. Alla vita dei vostri figli o delle vostre figlie se ne avete.

Potrei continuare a scrivere altre migliaia di parole per cercare di convincervi a fare questo passo. Cercare di convincervi a denunciare chi vi maltratta, chi abusa di voi, chi vi picchia, chi vi ferisce, chi non vi dà via di scampo. Ma mi limiterò a dirvi che C’E’ UNA VIA DI SCAMPO. 

Ho pensato a lungo prima di scrivere questo articolo. Forse non trovavo le parole adatte. Forse non sapevo se questo articolo potesse essere d’aiuto a qualcun*. Si ha sempre un po’ paura perché mettere alla mercé di tutti il proprio passato, le proprie miserie, è destabilizzante.

Chi è fortunat* nella vita, non vede il dolore e lo spavento negli occhi di una madre che viene maltrattata o picchiata. Non conosce la paura quando i genitori litigano e urlano.

E’ solo una litigata.

Tutto finirà.

I mobili non verranno distrutti.

Non ci sarà sangue da ripulire.

Non ci sarà da correre in ospedale o alla prima guardia medica.

Non sarà una notte insonne.

I genitori si vogliono bene e nessuno farà del male all’altr*. 

Poi c’è chi invece questo terrore lo conosce. E lo conosce bene. E a distanza di anni, se lo ricorda. Rientra nella mente come un brutto sogno. Con il tempo i ricordi si affievoliscono, fa tutto meno male. Ma lo sguardo della madre che prende le botte, no. Quello non si scorda. E allora capisci che qualcosa è da cambiare. E che si può cambiare. Nella propria vita e nella vita delle altre persone.

E quindi cosa sono due ore della tua vita passate a fare ricerche sui siti internet per poter cercare, quanto meno, di aiutare qualcuno?

Fra pochi giorni sarà la festa della mamma. La mia mamma. Colei che mi ha aiutata a crescere nonostante le difficoltà. Colei che mi è stata accanto e ha fatto sacrifici. Colei che mi ha fatto studiare per diventare quella che sono. Colei che ha asciugato le mie lacrime trattenendosi dal pianto. Colei che “dai Vale, siamo una squadra, non ti arrendere, siamo forti, andrà tutto bene!”. Piangendo. Colei che “tu lei non la tocchi” e il pugno in pieno viso lo ha preso lei, al posto mio. Colei che “tuo padre ti vuole comunque bene, la decisione sta solo a te”. E io che mio padre l’ho perdonato, nonostante i suoi errori, parlandoci, cercando le sue scuse, vere, sincere, e ritornando a vivere un passo alla volta.

Queste parole sono per mia madre,

il mio orgoglio.

Ho tenuto nascosta questa cosa per tanto tempo. Mi vergognavo delle mie miserie, mi vergognavo del mio passato, di cosa era successo, di tutte quelle cose brutte che non riuscivo a raccontare. Ma se non tenerla per me può aiutare altre persone a capire che SI PUO’ CAMBIARE LE COSE, allora va bene, mi spoglio del mio passato, senza vittimizzarmi, senza vittimizzare mia madre. E’ stato quello che è stato. E’ successo quello che è successo, ma le cose sono cambiate.

E se non riesce a farlo vostra madre, fatelo voi figli e figlie. Cercate aiuto. Non chiudetevi nel vostro guscio. Parlate, denunciate, urlate.

Non vergognatevi! MAI! 

E allora, come possono cambiare le cose? Possono cambiare solo chiedendo aiuto. Ogni caso è a sè, ogni violenza anche. Siamo tutt* esseri umani, non abbiamo super poteri, quindi non possiamo fare tutto da sol*.

Dal sito D.i.R.e si possono raccogliere tutte le informazioni necessarie. Vi consiglio vivamente di consultare questo sito affinché possiate trovare tutte le informazioni necessarie.

In caso di pericolo immediato o di violenza subita è importante rivolgersi sempre alle Forze dell’Ordine, al Pronto Intervento o a un Centro Antiviolenza e se vuoi donne non riuscite a farlo, chiedete che qualcuno lo faccia per voi. Se i vostri figli e le vostre figlie sono piccol* e quindi non autonomi cercate di tenerli con voi e aspettate l’arrivo delle Forze dell’Ordine.

 

Non abbiate paura di cambiare vita.

Cambiamento non vuol dire peggiorare la situazione.

I numeri utili da chiamare in caso di violenza sono:

Carabinieri – 112

Polizia di stato – 113

Ambulanza – 118

Centro antiviolenza – 1522

Sappiate che il 1522, come tutti gli altri numeri, sono attivi 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno e sono gratuiti. Il 1522 ha operatori e operatrici che parlano anche le lingue straniere tra cui l’inglese, il francese, lo spagnolo e l’arabo. Ha una funzione di primo ascolto e primo orientamento per la violenza di genere e stalking. Vi potrà fornire informazioni utili su come muovervi e cosa fare sul territorio nazionale italiano.

Una cosa importante è che non importa denunciare per forza nella città o nel paese in cui vivete. A volte capita che le donne non vogliano denunciare per vergogna, e per paura di ripercussioni. Se abitate in Sicilia, potete denunciare anche ad Aosta. La validità è per tutto il territorio nazionale.

Sappiate che si può denunciare fino a 3 mesi dopo l’accaduto. Avete tempo per pensarci, l’importante è che siate abbastanza astute da tenervi le prove. Se venite picchiate o ci sono degli abusi sessuali, è necessario andare al pronto soccorso e avere il referto medico.

In questo LINK troverete tutte le azioni legali che potete utilizzare in caso di violenza o stalking.

Se non avete reddito, se non potete affrontare le spese legali o mantenervi, non abbiate paura. I centri antiviolenza servono anche a questo. Rivolgetevi a loro, avrete tutte le consulenze che vi servono e loro vi spiegheranno come fare. Lo stato italiano, prevede il gratuito patrocinio per le spese legali. Basterà fare domanda.

Sempre sul sito D.i.R.e. c’è un test che riporto integralmente. Vi servirà a capire se la vostra relazione non è sana e quindi siete a rischio violenza. Se risponderete SI’ alla maggior parte delle domande, chiamate il 1522:

Ripensa alla tua attuale o passata relazione amorosa e rispondi alle domande qui sotto.

Vuole sempre sapere cosa stai facendo, dove ti trovi e con chi stai?

Controlla il tuo telefono o accede al tuo account di facebook, twitter?

Ti impedisce di lavorare e/o studiare, o di coltivare qualche hobby?

Controlla se e come spendi i tuoi soldi, o pretende di gestirli?

Ti insulta, critica sempre i tuoi comportamenti o scredita tutto ciò che fai?

E’ violento fisicamente? Ti ha mai colpito, preso a schiaffi, calci e/o pugni?

Ti impedisce di mantenere i rapporti con i tuoi amici, amiche, colleghi/e di lavoro e/o familiari?

Minaccia di fare del male a te e/o alle persone a te care?

Se siete a conoscenza di una violenza o di un abuso subito da una vostra amica o una vostra parente, cercate di starle vicina. Ma soprattutto NON GIUDICATELA, qualsiasi sia la sua decisione. Cercate di farla parlare e ma soprattutto ASCOLTATELA. NON imponete i vostri consigli. Basta un “ti capisco”, e “sii forte”. Il coraggio di denunciare e di cambiare vita viene da dentro, non si può imporre.

Non mi stancherò mai di ripeterlo, non mi stancherò mai di dirlo:

L’amore non è possesso. 

Ne ha parlato la mia collega nell’articolo al link riportato sopra.

Non abbiate paura. FATELO PER VOI E PER CHI VI VUOLE DAVVERO BENE.

Vi lascio il link con tutti i CENTRI ANTIVIOLENZA d’Italia e d’Europa.

Se volete saperne di più vi consiglio di leggere altri due articoli importanti:

Ripercussioni psicologiche della violenza domestica sulle donne e

I tipi di violenza contro le donne

Un abbraccio sincero.

Valentina R.

 

Fonti:

D.i.R.e.

Ministero della giustizia

 

 

 

Annunci

Il ruolo della donna nel Regno dell’Arabia Saudita. Ecco cosa non possono fare.

Vivere in Arabia Saudita non è semplice. Purtroppo è risaputo. Essere donne in Arabia Saudita, tanto meno.

La forma  di governo prevista nel Regno dell’Arabia Saudita è la monarchia assoluta ed è uno dei pochi paesi al mondo a non avere un parlamento. Le leggi emanate dal governo si basano sulla religione islamica seguendo i principi della Sharīʿa,  e della Sunna. La Sharīʿa è applicata da tribunali coranici. Ciò implica l’esistenza della polizia religiosa che obbliga i sudditi a vivere secondo le leggi islamiche e impone loro un comportamento decoroso nei confronti dell’Islam. Decoroso per me è una parola forte. In un paese occidentale come il nostro, il significato di questa parola non è lo stesso per loro.

La pressione della religione islamica e l’insieme dei dogmi da seguire lasciano poco spazio ai diritti civili in generale e quelli delle donne valgono esattamente la metà di quelli dell’ uomo; la forte struttura patriarcale del paese ha imposto delle regole molto rigide che non lasciano libertà di espressione e di vita a chi nasce donna in questo paese.

Parliamo di un paese in cui molte libertà fondamentali presenti nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo non esistono; parliamo di un paese in cui sono previste pene corporali e pena di morte spesso applicate senza un regolare processo; parliamo di un paese in cui le minoranze religiose e politiche sono oppresse, così come le donne e gli omosessuali.

Sembra infinita la lista delle cose che non possono fare le donne. Ricercando in molti siti ne scovo ogni volta sempre una in più. Le ho quindi raccolte per fare chiarezza e per denunciare questa ingiustizia.

1

Cosa non possono fare le donne: 

  • Lavorare. Infatti le donne sono rilegate ai lavori domestici e all’accudimento dei figli. Possono lavorare solo se vi è l’autorizzazione del tutore (maschio ovviamente). Fortunatamente questa cosa sta cambiando. Si calcola infatti che almeno il 16% delle donne ha un impiego.
  • Uscire da sole. Devono sempre essere accompagnate da un uomo, un tutore, o chi ne fa le veci.
  • Guidare se non si è compiuto 40 anni (legge entrata in vigore  26 settembre 2017). In ogni caso, considerando che le donne non possono uscire da sole, devono essere sempre accompagnate da un familiare (uomo). Prima dell’emanazione di questa legge se una donna provava a guidare rischiava 10 frustate
  • Usare abiti occidentali. In Arabia Saudita è previsto per le donne saudite l’uso del burqa. Devono essere completamente coperte, anche i piedi.
  • Le donne non possono provare gli abiti nei negozi. Devono comprarli e provarli a casa. Il motivo è semplice. Le donne non possono lavorare nei negozi (perchè frequentati anche dagli uomini), quindi a servirle è un commesso. Vi immaginate lo scandalo ?
  • Segregazione: non possono frequentare posti in cui vi siano anche gli uomini. Vige la norma che i locali siano separati in base al sesso. Infatti i ristoranti sono divisi in due sezioni: una per gli uomini e una per la famiglia in cui possono accedere anche le donne.
  • Ricevere trattamenti medici non urgenti. Sì, per una donna è impossibile effettuare un intervento o anche solo una visita se non vi è il permesso del tutore
  • Praticare uno sport agonistico. Sebbene sia stata concessa questa opportunità nel 2012 alle Olimpiadi di Londra, quando due donne hanno gareggiato nel judo e nell’atletica. Evento storico e non ripetuto. Fortunatamente, solo ultimamente, le donne possono fare sport a livello scolastico. Prima era considerato haram perchè il sudore è sporco
  • Aprire un conto corrente bancario. La donna, considerata meno intelligente non può avere il proprio denaro e gestirlo.
  • Viaggiare. Il passaporto e la carta d’identità sono rilasciate solo dopo il permesso del tutore. In ogni caso non possono viaggiare da sole.
  • Avere un processo equo. Le donne valgono esattamente la metà degli uomini. Un esempio è l’eredità. In questo caso le donne possono ricevere solo la metà degli uomini. Anche in caso di testimonianza in Tribunale la loro testimonianza vale la metà. Quindi in caso di testimonianza contro un uomo occorrono 3 donne per superare quella di un uomo.
  • Decidere di sposarsi. Infatti spetta al padre o al tutore la scelta di donarla in sposa. Inoltre, se vogliono sposarsi con uno straniero devono chiedere l’approvazione del ministero degli interni. Inutile aggiungere, ahimè, che il matrimonio con i non musulmani è praticamente impossibile.
  • Divorziare. Anche in questo caso hanno bisogno di un permesso da parte di un uomo.
  • Avere la custodia dei figli. Le donne infatti, in caso di divorzio possono far crescere i figli maschi fino all’età di 7 anni e le figlie femmine fino al raggiungimento dei 9 anni. Dopodiché devono vivere con il padre.
  • Abortire. L’aborto è severamente vietato. Non si può abortire: su richiesta, per fattori socio economici, per anomalie del feto e e per stupro. Vi sono limitazioni in caso di aborto per salute fisica e mentale (Fonte)

Questo cartone animato, già condiviso sulla nostra pagina a suo tempo, mostra in modo chiaro la posizione della donna in questo paese.

A cura di Valentina R.

Fonti:

Wikipedia – Diritti umani in Arabia Saudita

Interlex

Il sole 24ore

Huffingtonpost – Diritti delle donne in Arabia Saudita

L’antidiplomatico

Agi

Wikipedia – legislazioni sull’aborto

Businessinsider

 

Ci chiamavano Libertà

donne-partigiane

Quest’anno, per il mio compleanno mi è stato regalato un libro. Uno di quei libri che ti cambiano la vita. Che ti coinvolgono e che ti fanno affermare “il mondo adesso non sarà più lo stesso”.

Ho ringraziato cento volte la mia amica, sorella, Marina, per avermelo regalato. E voglio condividerlo con voi perchè il messaggio di questo libro è davvero importante.

Ci chiamavano Libertà di Donatella Alfonso. Non è una storia, non è un romanzo, è un insieme di testimonianze a riprova che le partigiane e le resistenti sono davvero esistite. Che senza di loro la Resistenza italiana nella seconda guerra mondiale non sarebbe mai esistita.

Non ne parlano mai nelle scuole delle donne. Perchè? Quale era il loro ruolo nella resistenza partigiana? Perchè sono così importanti?

Si parla di una “Resistenza Taciuta” come viene definita per la prima volta nel 1976 nel libro di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, e non perchè ci sia stato un silenzio assoluto, ma perchè sono state davvero poche le donne che hanno avuto il coraggio di accettare un riconoscimento e dichiarare che erano state partigiane.

In un paese maschilista come il nostro, con una mentalità vecchia di almeno 70 anni, la donna che combatteva, che passava del tempo con gli uomini, che non stava in casa a badare alla famiglia, era considerata una poco di buono. Ma vi spiegherò meglio dopo…

Secondo i calcoli di esperti militari si contano almeno un milione di donne impegnate nella Resistenza. Purtroppo però i numeri ufficiali negli elenchi dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani d’Italia) sono ben altri:

35 mila partigiane combattenti

20 mila “patriote” con funzioni di supporto

70 mila donne inquadrate nei Gdd (gruppi di difesa della donna)

19 medaglie d’oro al valore e 17 d’argento

2812 le donne che sono state fucilate o impiccate

1070 le donne cadute in combattimento

2750 le donne deportate nei campi di concentramento (molte delle quali a Ravensbrück)

4653 le donne arrestate e torturate

891 le donne deferite al tribunale speciale

Inutile quindi ribadire che la donna, nella resistenza italiana ha avuto un ruolo fondamentale.

Il libro, che contiene le testimonianze di decine di donne che hanno combattuto e lottato per la libertà (non solo dalla guerra, ma anche dal pensiero chiuso e maschilista) apre a un punto di vista diverso, che non deve essere più ignorato.

Facendo un passo indietro, un’immagine esplicativa di come viveva la donna 70 anni fa è questa:

 15940525_1200002803400211_5064811592913549376_n

*foto presa dalla pagina “Abbatto i Muri” di Facebook

Lascio anche un articolo interessante con l’intervista alla ricercatrice Annacarla Valeriano che ha svolto ricerche con l’Università agli Studi di Teramo sulla vita di queste donne considerate “malate” nella società fascista.

La presa di coscienza delle donne che hanno deciso di combattere contro la guerra, ribellandosi al fascismo e la nazismo, non era solo per il bisogno di porre fine alla miseria, alla povertà, alla morte.

Le donne combattevano anche per i loro diritti, per il loro bisogno di potersi esprimere, per la possibilità di un futuro migliore per le loro figlie.

Leggendo le testimonianze riportate nel libro, il bisogno primario era quello del diritto al voto. Il suffragio universale. Tanto che il 31 gennaio 1945 con il decreto De Gasperi-Togliatti, tutte le donne sopra i ventuno anni di età, ottennero il diritto al voto. L’8 marzo i GDD (Gruppi di difesa delle donne) celebrarono la giornata internazionale della donna puntando proprio sull’importanza del diritto al voto. E anche se la radio banda di Mussolini, il giorno in cui fu concesso questo diritto, continuava ad affermare che “le donne italiane erano incapaci di avere un’opinione politica e che il giorno delle elezioni avrebbero votato per il candidato più bello o per un attore… ” le donne non si diedero per vinte, e per il voto dell’Assemblea costituente furono ben 14.610.845 ad esercitare il loro diritto, contro gli uomini che furono 13.354.601.

IL RUOLO DELLE DONNE

I ruoli che hanno ricoperto le partigiane si possono definire in tre categorie:

  • la corriera
  • la staffetta
  • la lotta armata

La corriera era il ruolo riservato alla donna giovane, spesso poco più che bambina per dare meno nell’occhio. Consisteva nel far passare le valigie o le borse a doppio fondo attraverso i posti di blocco e di controllo dei nazifascisti. Come racconta Rosa Messina Pessi insieme al marito Secondo Pessi  nel libro “Nella lotta insieme. Il prezzo della democrazia”  il viaggio durava in media tre o quattro giorni perchè all’epoca non si avevano i mezzi di cui si dispone oggi. Poteva essere effettuato in treno, a piedi, con mezzi di fortuna. Lei doveva arrivare a Milano, presso la vecchia drogheria del sig. Luigi, il quale gestiva le “corriere” provenienti da tutta Italia e forniva il cambio delle valigie che poi dovevano essere trasportate. Nel retro della bottega vi era una stanza per far soggiornare le corriere, in modo che non rischiassero di essere trovate dai nazifascisti. Le corriere poi uscivano dal retrobottega solo quando dovevano ripartire.

La staffetta consisteva nella trasmissione delle informazioni e nella consegna di materiali e armi. E’ il ruolo più noto nella resistenza femminile.

gruppi-difesa-donna

Queste donne, anche giovanissime, andavano ovunque: attraversavano villaggi, si arrampicavano su per i monti, scendevano a valle. Ovunque pur di portare a termine il loro lavoro, piene di paura ma allo stesso tempo spavalde, attraversavano i posti di blocco dei nazifascisti pur di raggiungere il loro unico obiettivo. La libertà.

Riprendo un passaggio del libro “Ci chiamavano libertà” che spiega benissimo il concetto:

“… La bicicletta è il simbolo della libertà della staffetta: si pedala col vento tra i capelli, si osserva il passaggio che scorre veloce, si respira a pieni polmoni, si incontra ogni genere di persona. Si rischia, la staffetta lo sa perfettamente e questo fa parte della libertà e della scelta che la giovane ha compiuto.”

Le regole principali che dovevano essere rispettate per svolgere questi lavori, come si evince da una “Lettera del partito comunista alle compagne staffette” che fu diffusa clandestinamente e pubblicata solo dieci anni dopo la Liberazione da “Rinascita” erano:

  1. Non devi far conoscere a nessuno il lavoro che svolgi, dove vai e da dove vieni.
  2. Nella casa dove abiti, devi far credere che hai una normale professione e devi provvederti di quanto ti occorre per dimostrare che eserciti quella professione.
  3. Devi avere sempre pronta una giustificazione nel caso che durante il viaggio fossi fermata e interrogata su quello che fai.
  4. Sii sempre puntuale e prudente nell’andare agli appuntamenti e ai recapiti
  5. Nell’andare ai recapiti assicurati sempre che nessuno ti segua.
  6. Se ti accorgi che qualche persona sospetta segue i tuoi movimenti, non entrare nella casa, non recarti al luogo del recapito o dell’appuntamento.
  7. Quando ti accade qualche incidente o noti qualche cosa che non va, devi subito informare nei minimi particolari il dirigente del tuo lavoro.
  8. Nascondi il materiale che trasporti nel modo migliore e cammina sempre con disinvoltura e senza destare sospetti.
  9. Quando hai recapiti dove ti rechi prendi contatto con i compagni, consegna a loro ciò che devi consegnare senza dire ciò che porti o ciò che sei venuta a fare.

La lotta armata. Sì, perchè anche le donne combattevano. Quando erano bruciate (ovvero erano state riconosciute o segnalate ai nazifasciti, e quindi non potevano più lavorare come staffette) le donne venivano mandate in montagna insieme ai partigiani per la lotta armata. Ci sono state anche donne che hanno deciso di farlo per vocazione, perchè volevano combattere, ma spesso il motivo era la salvaguardia del gruppo a cui facevano riferimento e l’incolumità della donna e della sua famiglia.

Riprendo la testimonianza di Mariuccia Fava per sottolineare che le donne non ricevevano nessun comportamento di favore in quanto donne.

“… Mi sono trovata sempre bene, nessuno non solo ha mai fatto delle avances o mi ha mancato di rispetto, ma proprio nessuno ci pensava: lì eravamo solo dei compagni che combattevano. … Eravamo tutti uguali. … Certo, quando sono arrivata su magari qualcuno si aspettava che io facessi qualche lavoro per loro, ma se lo son sognato: io non ho mai fatto da mangiare, per principio… io volevo sparare … “

partigiane

Il problema, per quanto riguarda la testimonianza, è che queste donne (come avevo già accennato prima) non potevano raccontare cosa era accaduto durante la guerra. Non potevano dire che erano state delle protagoniste della resistenza e non potevano dire che erano state le protagoniste della Resistenza italiana. Il patriarcato, forte all’epoca, le avrebbe messe in cattiva luce. Rischiavano di non trovare lavoro, di essere ripudiate dalle famiglie e dai conoscenti. Soprattutto le donne che erano state sui monti.

L’idea di una donna insieme a una trentina di uomini (compagni, fratelli di lotta)… “chissà cosa le hanno fatto quando era lassù”… Una lotta al pudore.

Per questo non si hanno molte testimonianze delle donne. Per questo molte hanno preferito non ottenere l’onorificenza e la medaglia al valore. Per questo è una Resistenza Taciuta che non si racconta nei libri di storia. Fortunatamente, grazie al lavoro svolto dalla scrittrice, la testimonianza di Mariuccia Fava è una delle tante presenti nel libro. Vi consiglio vivamente di leggerlo per avere un quadro più chiaro della situazione.

Quest’anno appunto per il 27 gennaio abbiamo voluto sottolineare una storia taciuta. Semisconosciuta.

Chi conosce il nostro blog sa già dell’attenzione che poniamo alla storia. Perchè solo conoscendo la storia passata possiamo capire cosa sta succedendo oggi.

In 70 anni quante cose sono cambiate? Il ruolo della donna è diverso?

Fortunatamente per molti aspetti sì, anche se il patriarcato è duro a morire.

Oggi le donne possono lavorare, ma ancora non possono vestirsi come vogliono, dormire con chi vogliono, agire COME VOGLIONO. La strada è ancora lunga.

Non ci stanchiamo mai di ripetere che la donna “poco di buono” non esiste. La libertà di espressione, di azione, di pensiero è importante. E su questo dobbiamo ancora lavorare tanto.

Il maschilismo interiorizzato, inteso come “Eva contro Eva”, ovvero quelle azioni di slut-shaming che avvengono ogni giorno, di certo non ci aiutano. Le donne per prime dovrebbero essere unite e dovrebbero capire che solo rimanendo compatte, si può lottare contro il patriarcato e contro il sessismo, proprio come hanno fatto le nostre eroine. Le nostre partigiane che hanno sconfitto la guerra.

Senza di loro non sarebbe potuto succedere. Si parla di alleanza e coalizione tra donne, tra uomini e TRA DONNE E UOMINI.

Se prima si era indicate per “poco di buono” perchè si andava a combattere sui monti, adesso siamo indicate per “poco di buono” perchè ci mettiamo una minigonna, perchè dormiamo in camere miste in un ostello o perchè torniamo a casa di notte da sole.

Occorre capire che le donne non devono offendersi a vicenda per trasmettere un messaggio di solidarietà tra i sessi.

In questa giornata della memoria, VOGLIAMO RICORDARE, non scordare.

Vogliamo ricordare TUTT* coloro che hanno combattuto per la nostra libertà. Tutt* coloro che non ce l’anno fatta. Tutt* coloro che credevano in un mondo migliore, di pace, di accettazione, di tolleranza, DI AMORE.

Nel nostro primissimo video pubblicato sulla nostra pagina di Facebook è visibile questo:

Noi non vogliamo che la storia si ripeta. Non vogliamo che il mondo sia così.

Impegniamoci a cambiare.

Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo

                                                                                                     – Mahatma Gandhi

Valentina R.

Fonti:

Ripercussioni psicologiche della violenza domestica sulle donne

IMG_20150525_200959

Uno dei motivi che mi ha spinto ad aprire questo blog e la relativa pagina Facebook è stato proprio quello di combattere questa grossa piaga mondiale: la violenza sulle donne e la violenza domestica.

Ogni giorno sento di donne maltrattate e uccise. Sento parlare di femminicidio, sento parlare di morte. Ogni volta mi si incrina una parte del cuore.

Sfido chiunque di voi, guardatevi intorno, e ditemi se non avete mai vissuto direttamente o indirettamente, attraverso vostri cari, amicizie o conoscenti, una situazione di violenza domestica sulle donne. Ditemi se non avete mai conosciuto una donna che è stata maltrattata fisicamente o psicologicamente da un uomo.

Nessun* di voi vero?

Queste situazioni sono all’ordine del giorno e io ne sono stanca. Allora ho pensato che cercando di spiegare quali siano le ripercussioni psicologiche di una violenza domestica, magari, forse, riuscirò a sensibilizzare qualcun’altr*…

Andiamo per ordine.

Continua a leggere

#nientepaura una linea di bracciali per salvare la vita delle donne vittime di violenza

13668999_1864897747070846_4580822105631586978_n

Due mie grandi amiche, sapendo che sono una delle amministratrici di questo blog e della pagina facebook, mi hanno fatto un regalo. Uno di quei regali che ti fa commuovere, che ti rende orgogliosa.

Vi chiederete come mai per me è così speciale…

Mi hanno regalato un bracciale della linea Tatù, #nientepaura. Questa azienda, di cui non conoscevo l’esistenza, produce gioielli e borse ma ha una missione speciale, ovvero quello di aiutare le donne vittime di violenza. Il sito internet è https://nientepaura.net/.

Infatti una parte del ricavato viene destinato al progetto Niente Paura che prevede la redistribuzione di parte dell’utile netto al terzo settore e la sensibilizzazione verso tematiche di grave allarme sociale.

Continua a leggere

Una donna non deve essere per forza una madre

bambini-genitori-spiaggia_980x571Nella mentalità patriarcale e maschilista, la donna eterosessuale è vista bene solo se decide di sposarsi, avere dei figli, crearsi una famiglia e dedicarsi a questa.

Siamo nel 2016, forse è il caso di ragionare e capire che la donna è un essere umano proprio come l’uomo, e come tale, può non sentire la necessità di creare una famiglia e avere dei figli.

Il ruolo della donna come mamma, moglie, donna delle pulizie, cuoca… DEVE FINIRE! Non siamo obbligate a fare niente, non abbiamo ruoli, ma viviamo in base alle necessità.

Continua a leggere

India, dal 2017 cellulari con tasti anti-panico per le donne

panic-button-2-640x480-630x473Un’importante iniziativa, l’India dal 2017 produrrà dei cellulari con il tasto anti-panico. Dovrebbero essere prodotti anche in Italia e diffusi nel resto del mondo. Le violenze sessuali e di genere sono sempre più diffuse, e, nonostante la sensibilizzazione e la lotta alla discriminazione, il tasso di abuso sessuale e violenza è sempre alto.
So bene, una volta in commercio, la possibilità che la mancanza di un cellulare anti-panico potrebbe essere un aggravante alla giustificazione dell’abuso. Ma meglio prevenire che curare.
Continuiamo quindi a insegnare che l’abuso e la violenza non si giustificano, ma preveniamo, e cerchiamo, per la nostra incolumità, di essere sempre più attrezzate e consapevoli.
Valentina R.

Blog delle donne

Da gennaio 2017 tutti i cellulari in commercio in India dovranno avere pulsanti anti-panico, per poter garantire una maggiore sicurezza alle donne spesso vittime di violenza.

Premendo il tasto 5 o 9, si potrà richiedere un aiuto più diretto e tempestivo in casi di pericolo. Lo ha annunciato martedì 26 aprile il ministero delle Comunicazioni e della Tecnologia indiano.

“La tecnologia è destinata a migliorare la vita delle persone, e ora sarà anche uno strumento più facile per garantire la sicurezza delle donne”, ha specificato il ministro delle Comunicazioni, Ravi Shankar Prasad.

Il ministero ha inoltre specificato che a partire da gennaio del 2018, tutti i dispositivi mobili dovranno avere un sistema di navigazione Gps incorporato.

Tutti i produttori di smartphone, fra cui i due colossi Apple e Samsung, dovranno rispettare queste richieste specifiche per il mercato indiano. L’India attualmente non dispone di un numero di emergenza centralizzato da chiamare…

View original post 212 altre parole