I moti di Stonewall – l’inizio della strada verso la libertà

 

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Ci troviamo al “Stonewall Inn”, un pub nel Greenwich village, sono le 1:20 di notte di venerdì 27 giugno 1969, quando la polizia irruppe per l’ennesima volta nel pub con violenza.

Era una prassi ormai assodata.

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Tu Non Sei Una Pari -Dina Leygerman

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Tu Non Sei Una Pari. Mi dispiace.

C’e’ un post che sta facendo il giro dei social media, in risposta alla Marcia delle Donne di Sabato 21 Gennaio, 2017. Inizia con “Io non sono una “disgrazia per le donne” perché’ non sostengo la marcia delle donne. Non mi sento una “cittadina di seconda classe” perché’ sono donna…”

Questa è la mia risposta a quel post.

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Ci chiamavano Libertà

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Quest’anno, per il mio compleanno mi è stato regalato un libro. Uno di quei libri che ti cambiano la vita. Che ti coinvolgono e che ti fanno affermare “il mondo adesso non sarà più lo stesso”.

Ho ringraziato cento volte la mia amica, sorella, Marina, per avermelo regalato. E voglio condividerlo con voi perchè il messaggio di questo libro è davvero importante.

Ci chiamavano Libertà di Donatella Alfonso. Non è una storia, non è un romanzo, è un insieme di testimonianze a riprova che le partigiane e le resistenti sono davvero esistite. Che senza di loro la Resistenza italiana nella seconda guerra mondiale non sarebbe mai esistita.

Non ne parlano mai nelle scuole delle donne. Perchè? Quale era il loro ruolo nella resistenza partigiana? Perchè sono così importanti?

Si parla di una “Resistenza Taciuta” come viene definita per la prima volta nel 1976 nel libro di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, e non perchè ci sia stato un silenzio assoluto, ma perchè sono state davvero poche le donne che hanno avuto il coraggio di accettare un riconoscimento e dichiarare che erano state partigiane.

In un paese maschilista come il nostro, con una mentalità vecchia di almeno 70 anni, la donna che combatteva, che passava del tempo con gli uomini, che non stava in casa a badare alla famiglia, era considerata una poco di buono. Ma vi spiegherò meglio dopo…

Secondo i calcoli di esperti militari si contano almeno un milione di donne impegnate nella Resistenza. Purtroppo però i numeri ufficiali negli elenchi dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani d’Italia) sono ben altri:

35 mila partigiane combattenti

20 mila “patriote” con funzioni di supporto

70 mila donne inquadrate nei Gdd (gruppi di difesa della donna)

19 medaglie d’oro al valore e 17 d’argento

2812 le donne che sono state fucilate o impiccate

1070 le donne cadute in combattimento

2750 le donne deportate nei campi di concentramento (molte delle quali a Ravensbrück)

4653 le donne arrestate e torturate

891 le donne deferite al tribunale speciale

Inutile quindi ribadire che la donna, nella resistenza italiana ha avuto un ruolo fondamentale.

Il libro, che contiene le testimonianze di decine di donne che hanno combattuto e lottato per la libertà (non solo dalla guerra, ma anche dal pensiero chiuso e maschilista) apre a un punto di vista diverso, che non deve essere più ignorato.

Facendo un passo indietro, un’immagine esplicativa di come viveva la donna 70 anni fa è questa:

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*foto presa dalla pagina “Abbatto i Muri” di Facebook

Lascio anche un articolo interessante con l’intervista alla ricercatrice Annacarla Valeriano che ha svolto ricerche con l’Università agli Studi di Teramo sulla vita di queste donne considerate “malate” nella società fascista.

La presa di coscienza delle donne che hanno deciso di combattere contro la guerra, ribellandosi al fascismo e la nazismo, non era solo per il bisogno di porre fine alla miseria, alla povertà, alla morte.

Le donne combattevano anche per i loro diritti, per il loro bisogno di potersi esprimere, per la possibilità di un futuro migliore per le loro figlie.

Leggendo le testimonianze riportate nel libro, il bisogno primario era quello del diritto al voto. Il suffragio universale. Tanto che il 31 gennaio 1945 con il decreto De Gasperi-Togliatti, tutte le donne sopra i ventuno anni di età, ottennero il diritto al voto. L’8 marzo i GDD (Gruppi di difesa delle donne) celebrarono la giornata internazionale della donna puntando proprio sull’importanza del diritto al voto. E anche se la radio banda di Mussolini, il giorno in cui fu concesso questo diritto, continuava ad affermare che “le donne italiane erano incapaci di avere un’opinione politica e che il giorno delle elezioni avrebbero votato per il candidato più bello o per un attore… ” le donne non si diedero per vinte, e per il voto dell’Assemblea costituente furono ben 14.610.845 ad esercitare il loro diritto, contro gli uomini che furono 13.354.601.

IL RUOLO DELLE DONNE

I ruoli che hanno ricoperto le partigiane si possono definire in tre categorie:

  • la corriera
  • la staffetta
  • la lotta armata

La corriera era il ruolo riservato alla donna giovane, spesso poco più che bambina per dare meno nell’occhio. Consisteva nel far passare le valigie o le borse a doppio fondo attraverso i posti di blocco e di controllo dei nazifascisti. Come racconta Rosa Messina Pessi insieme al marito Secondo Pessi  nel libro “Nella lotta insieme. Il prezzo della democrazia”  il viaggio durava in media tre o quattro giorni perchè all’epoca non si avevano i mezzi di cui si dispone oggi. Poteva essere effettuato in treno, a piedi, con mezzi di fortuna. Lei doveva arrivare a Milano, presso la vecchia drogheria del sig. Luigi, il quale gestiva le “corriere” provenienti da tutta Italia e forniva il cambio delle valigie che poi dovevano essere trasportate. Nel retro della bottega vi era una stanza per far soggiornare le corriere, in modo che non rischiassero di essere trovate dai nazifascisti. Le corriere poi uscivano dal retrobottega solo quando dovevano ripartire.

La staffetta consisteva nella trasmissione delle informazioni e nella consegna di materiali e armi. E’ il ruolo più noto nella resistenza femminile.

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Queste donne, anche giovanissime, andavano ovunque: attraversavano villaggi, si arrampicavano su per i monti, scendevano a valle. Ovunque pur di portare a termine il loro lavoro, piene di paura ma allo stesso tempo spavalde, attraversavano i posti di blocco dei nazifascisti pur di raggiungere il loro unico obiettivo. La libertà.

Riprendo un passaggio del libro “Ci chiamavano libertà” che spiega benissimo il concetto:

“… La bicicletta è il simbolo della libertà della staffetta: si pedala col vento tra i capelli, si osserva il passaggio che scorre veloce, si respira a pieni polmoni, si incontra ogni genere di persona. Si rischia, la staffetta lo sa perfettamente e questo fa parte della libertà e della scelta che la giovane ha compiuto.”

Le regole principali che dovevano essere rispettate per svolgere questi lavori, come si evince da una “Lettera del partito comunista alle compagne staffette” che fu diffusa clandestinamente e pubblicata solo dieci anni dopo la Liberazione da “Rinascita” erano:

  1. Non devi far conoscere a nessuno il lavoro che svolgi, dove vai e da dove vieni.
  2. Nella casa dove abiti, devi far credere che hai una normale professione e devi provvederti di quanto ti occorre per dimostrare che eserciti quella professione.
  3. Devi avere sempre pronta una giustificazione nel caso che durante il viaggio fossi fermata e interrogata su quello che fai.
  4. Sii sempre puntuale e prudente nell’andare agli appuntamenti e ai recapiti
  5. Nell’andare ai recapiti assicurati sempre che nessuno ti segua.
  6. Se ti accorgi che qualche persona sospetta segue i tuoi movimenti, non entrare nella casa, non recarti al luogo del recapito o dell’appuntamento.
  7. Quando ti accade qualche incidente o noti qualche cosa che non va, devi subito informare nei minimi particolari il dirigente del tuo lavoro.
  8. Nascondi il materiale che trasporti nel modo migliore e cammina sempre con disinvoltura e senza destare sospetti.
  9. Quando hai recapiti dove ti rechi prendi contatto con i compagni, consegna a loro ciò che devi consegnare senza dire ciò che porti o ciò che sei venuta a fare.

La lotta armata. Sì, perchè anche le donne combattevano. Quando erano bruciate (ovvero erano state riconosciute o segnalate ai nazifasciti, e quindi non potevano più lavorare come staffette) le donne venivano mandate in montagna insieme ai partigiani per la lotta armata. Ci sono state anche donne che hanno deciso di farlo per vocazione, perchè volevano combattere, ma spesso il motivo era la salvaguardia del gruppo a cui facevano riferimento e l’incolumità della donna e della sua famiglia.

Riprendo la testimonianza di Mariuccia Fava per sottolineare che le donne non ricevevano nessun comportamento di favore in quanto donne.

“… Mi sono trovata sempre bene, nessuno non solo ha mai fatto delle avances o mi ha mancato di rispetto, ma proprio nessuno ci pensava: lì eravamo solo dei compagni che combattevano. … Eravamo tutti uguali. … Certo, quando sono arrivata su magari qualcuno si aspettava che io facessi qualche lavoro per loro, ma se lo son sognato: io non ho mai fatto da mangiare, per principio… io volevo sparare … “

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Il problema, per quanto riguarda la testimonianza, è che queste donne (come avevo già accennato prima) non potevano raccontare cosa era accaduto durante la guerra. Non potevano dire che erano state delle protagoniste della resistenza e non potevano dire che erano state le protagoniste della Resistenza italiana. Il patriarcato, forte all’epoca, le avrebbe messe in cattiva luce. Rischiavano di non trovare lavoro, di essere ripudiate dalle famiglie e dai conoscenti. Soprattutto le donne che erano state sui monti.

L’idea di una donna insieme a una trentina di uomini (compagni, fratelli di lotta)… “chissà cosa le hanno fatto quando era lassù”… Una lotta al pudore.

Per questo non si hanno molte testimonianze delle donne. Per questo molte hanno preferito non ottenere l’onorificenza e la medaglia al valore. Per questo è una Resistenza Taciuta che non si racconta nei libri di storia. Fortunatamente, grazie al lavoro svolto dalla scrittrice, la testimonianza di Mariuccia Fava è una delle tante presenti nel libro. Vi consiglio vivamente di leggerlo per avere un quadro più chiaro della situazione.

Quest’anno appunto per il 27 gennaio abbiamo voluto sottolineare una storia taciuta. Semisconosciuta.

Chi conosce il nostro blog sa già dell’attenzione che poniamo alla storia. Perchè solo conoscendo la storia passata possiamo capire cosa sta succedendo oggi.

In 70 anni quante cose sono cambiate? Il ruolo della donna è diverso?

Fortunatamente per molti aspetti sì, anche se il patriarcato è duro a morire.

Oggi le donne possono lavorare, ma ancora non possono vestirsi come vogliono, dormire con chi vogliono, agire COME VOGLIONO. La strada è ancora lunga.

Non ci stanchiamo mai di ripetere che la donna “poco di buono” non esiste. La libertà di espressione, di azione, di pensiero è importante. E su questo dobbiamo ancora lavorare tanto.

Il maschilismo interiorizzato, inteso come “Eva contro Eva”, ovvero quelle azioni di slut-shaming che avvengono ogni giorno, di certo non ci aiutano. Le donne per prime dovrebbero essere unite e dovrebbero capire che solo rimanendo compatte, si può lottare contro il patriarcato e contro il sessismo, proprio come hanno fatto le nostre eroine. Le nostre partigiane che hanno sconfitto la guerra.

Senza di loro non sarebbe potuto succedere. Si parla di alleanza e coalizione tra donne, tra uomini e TRA DONNE E UOMINI.

Se prima si era indicate per “poco di buono” perchè si andava a combattere sui monti, adesso siamo indicate per “poco di buono” perchè ci mettiamo una minigonna, perchè dormiamo in camere miste in un ostello o perchè torniamo a casa di notte da sole.

Occorre capire che le donne non devono offendersi a vicenda per trasmettere un messaggio di solidarietà tra i sessi.

In questa giornata della memoria, VOGLIAMO RICORDARE, non scordare.

Vogliamo ricordare TUTT* coloro che hanno combattuto per la nostra libertà. Tutt* coloro che non ce l’anno fatta. Tutt* coloro che credevano in un mondo migliore, di pace, di accettazione, di tolleranza, DI AMORE.

Nel nostro primissimo video pubblicato sulla nostra pagina di Facebook è visibile questo:

Noi non vogliamo che la storia si ripeta. Non vogliamo che il mondo sia così.

Impegniamoci a cambiare.

Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo

                                                                                                     – Mahatma Gandhi

Valentina R.

Fonti:

Ravensbrück: il campo di concentramento per sole donne

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TO GO WITH AFP STORY – Photographs of prisoners murdered at the Ravensbrueck concentration camp for women line a wall in the “Place of Names” memorial at the camp in Fuerstenberg February 24, 2009. The “Sex Slavery in Nazi Concentration Camps” exhibition which opened at the Ravensbrueck concentration camp memorial, sheds light on the fate of women prisoners, many of which came from the Ravensbrueck camp, forced to provide sex to inmates in other concentration camps. AFP PHOTO JOHN MACDOUGALL (Photo credit should read JOHN MACDOUGALL/AFP/Getty Images)

Non ne avevo mai sentito parlare e sono rimasta sconcertata quando ho letto di questo campo di concentramento. Hitler, nel maggio del 1939, aprì questo lager per sole donne. Dal maggio del 1939 al 30 aprile 1945 sono passate di qui 130 mila donne, provenienti da 20 nazioni diverse e 50 mila sono morte.

Ravensbrück non è famoso. Si tratta di lager a nord di Berlino. E’ stato taciuto per tantissimi anni. La giornalista Sarah Helm ha voluto portare a galla la verità con il suo libro: Il Cielo Sopra l’Inferno. Lo potete trovare anche in inglese con il nome If This Is a Woman, parafrasando il titolo del libro di Primo Levi “Se questo è un uomo”.

Lo scopo di Hitler era quello di eliminare le donne “non conformi”: prigioniere politiche, lesbiche, rom, prostitute, disabili, senza fissa dimora, malate di mente, testimoni di Geova, comuniste, donne semplicemente giudicate “inutili” dal regime, e solo il 10% di queste donne erano ebree. 

L’atrocità commesse in questo lager superano l’immaginazione. Basti pensare che per sterminare la specie, queste donne, oltre che ad essere picchiate, torturate, seviziate, sottoposte a esperimenti medici, venivano sterilizzate e o fatte abortire se oramai incinta.

L’assurdità della situazione si sottolinea con la presenza di guardie naziste donna. Infatti erano le stesse donne a fare del male alle donne. Obbligo nazista, cattiveria, mancanza di umanità o di empatia… non lo so! Mi chiedo solo come sia stato possibile!

Fu compiuta infatti una sterilizzazione di massa e i nazisti praticarono il controllo della riproduzione. Fu istituito un vero e proprio laboratorio per applicare sui loro corpi vari metodi per studiare come reagivano ai trattamenti. Quando poi, nel 1944 i nazisti non riuscirono più a evitare le nascite le donne erano costrette a partorire e i figli venivano lasciati morire di stenti.

Il coraggio di alcune giovani studentesse polacche, che nel 1941 furono scelte per gli esperimenti, e che attraverso delle lettere che riuscirono a spedire alle famiglie, permise di divulgare la notizia delle terribili atrocità che venivano compiute in questo campo di concentramento. I nazisti furono costretti a diminuire notevolmente gli esperimenti.

Ravensbrück non era solo il laboratorio dello “scienziato pazzo”. Era anche la base per la fornitura di prostitute per gli altri campi di concentramento. Infatti il campo fornì anche circa il 70% delle donne impiegate come prostitute nei bordelli interni di altri campi di concentramento; nel 1942, ad esempio, i tedeschi inviarono circa cinquanta prigioniere politiche in vari bordelli di campi di sterminio tra cui Mauthausen e Gusen. Molte di queste donne preferirono partire come volontarie per fuggire alle terribili condizioni di vita a cui erano sottoposte.

Nel 1944 le percentuali delle deportate era il seguente:

La Gestapo distinse inoltre le detenute come segue:

  • 83,54% politiche
  • 12,35% asociali
  •   2,02% criminali comuni
  •   1,11% Testimoni di Geova
  •   0,98% altro

Potete quindi solo immaginare quanta malvagità e razzismo venne praticato in quegli anni!

L’ARRIVO AL CAMPO DI CONCENTRAMENTO

Quando una nuova prigioniera arrivava a Ravensbrück era obbligata ad indossare il Winkel, un triangolo di stoffa colorato, che identificava il motivo di internamento; sul triangolo era applicata una lettera che identificava la nazionalità. Le deportate polacche, che divennero la maggior componente nazionale nel campo a partire dal 1942, indossavano normalmente un triangolo rosso (deportate politiche) con una lettera “P” (nazionalità polacca).

Le donne ebree, prima del trasferimento verso Auschwitz, indossavano un triangolo giallo, alcune volte sovrapposto con un secondo triangolo per indicare altri motivi di internamento. Le criminali comuni indossavano il triangolo verde, i Testimoni di Geova il triangolo viola. Le zingare, le prostitute e le «asociali» venivano identificate da un triangolo nero.

Il triangolo rosa, utilizzato per identificare gli omosessuali maschi presso gli altri campi di concentramento, non venne utilizzato nel campo femminile di Ravensbrück; le lesbiche internate, spesso per associati motivi razziali o politici, vennero contrassegnate con il triangolo nero e considerate semplici «asociali»[5]

Alle deportate venivano rasati i capelli, poi utilizzati dall’industria tedesca; le deportate “ariane”, però, non sempre subivano questo trattamento. Per esempio esso non venne applicato, nel 1943, ad un trasporto proveniente dalla Norvegia e composto da donne di origine nordica.

Successivamente, dopo essere state rasate, private di tutti i propri beni ispezionate nelle parti intime e lavate, le prigioniere sono destinate ai Block. I Block sono costruzioni di legno incatramato, divisi in due Stube, in ognuna delle quali c’erano un refettorio, un dormitorio, tre lavabi e tre latrine. La blockowa e la stubowa erano le responsabili rispettivamente del Block e della Stube, entrambe erano deportate.

Fonte: Le donne di Ravensbrück – L. B. Rolfi e A. M. Bruzzone

LA VITA NEL CAMPO DI CONCENTRAMENTO

I massacranti turni di lavoro giornalieri erano due, di dodici ore ciascuno: il primo dalle 6 di mattina alle 6 di sera; il secondo, quello di notte, fino alle 6 della mattina successiva.

Tutte le prigioniere dovevano compiere lavori pesanti. Erano obbligate a molti tipi diversi di lavoro schiavo: costruzioni, agricoltura e anche costruzione dei missili V2 per conto dell’azienda tedesca Siemens AG.

Se le detenute si ribellavano, tentavano di evadere o compivano atti di sabotaggio vero o presunto, venivano rinchiuse nella prigione del campo, il Bunker, nel quale subivano gravi sevizie morali e fisiche e molte finivano uccise o non sopravvivevano alle violenze; inoltre nel Bunker si effettuavano interrogatori, processi sommari, torture e condanne a morte. Se invece le detenute erano considerate da “rieducare” allora venivano inviate allo Strafblock, ossia un blocco di punizione. Le cause per cui rischiavano lo Strafblock erano rubare, mancanza di disciplina o mancanze lieve. La punizione era decisa dalle SS- Aufseherinnen, ossia le sorveglianti donna dei campi di concentramento, le quali, costringevano le insubordinate a preparare il concime pestando a piedi nudi masse di escrementi per poi impastarli, sempre a mani nude, con la cenere umana dei forni crematori.

Quando le prigioniere non erano più “utilizzabili” venivano uccise. Venivano quindi selezionate per i “trasporti neri” e inviate nei centri di sterminio come ad esempio Majdanek, Castello di Hartheim, Sonnenstein, Bernburg e altri punti dove si realizzava l’Aktion T4 per l’eutanasia dei disabili e l’Aktion 14F13, azione specifica mirata proprio all’uccisione dei prigionieri dei campi di concentramento malati e inabili al lavoro.

Ovviamente per loro, come già risaputo, non era previsto nessun funerale. La mancanza di diritti per gli essere umani come ad esempio una bara era assolutamente fuori questione. Queste donne (così come tutt* i prigionieri dei campi concentramento) erano considerate delle Stücke, ovvero dei pezzi, delle cose con un numero di matricola marchiato come se fosse un codice a barre. Se un* di loro moriva veniva semplicemente gettat* nei forni crematori e cancellat* dalle liste.

Per cause di forza maggiore, molti bambini seguivano le madri nei campi di concentramento. Per loro era un condanna a morte. I nazisti infatti, per non proliferare la razza non ariana, sterminavano i bambini, senza alcuna pietà! Chiedo scusa se mi permetto di descrivere come venivano uccisi questi bambini. Capisco che possa far soffrire il cuore ma non si può tacere.

I bambini potevano essere uccisi dal gas insieme alle loro madri, uccisi con iniezioni di veleno, bruciati, massacrati a bastonati, fucilati, annegati, gettati vivi nelle fosse comuni o usati come tiro al bersaglio per il divertimento delle guardi. Inoltre le donne incinta non avevano diritto alla vita.

E se vi dicessi che a Ravensbrück esisteva addirittura una sala adibita (la Kinderzimmer) in cui i piccoli venivano abbandonati a morire di fame e lasciati in pasto ai topi?

Le stime, incomplete e poco chiare riportano un numero di 882 bambini deportati in questo campo di concentramento e 500 che nacquero lì. Solo 5 su 1382 sono sopravvissuti.

GLI ESPERIMENTI

Abbiamo già accennato all’inizio dell’articolo che queste donne erano sottoposte ad esperimenti: erano delle vere e proprie cavie umane.

Almeno 86 donne di cui 74 polacche (qui la lista delle vittime)  furono destinate a queste torture.

Nello specifico furono fatti:

  • esperimenti per i farmaci per la cura delle ferite dei soldati al fronte, basati sulla sulfanamide. Perchè si avessero prove scientifiche e per essere sicuri che questo farmaco funzionasse le prigioniere venivano ferite, fratturate e infettate con i batteri più potenti, per poi essere curate con i farmaci da testare.
  • esperimenti per il trapianto di ossa. Qui alcune donne subirono amputazioni, fratture e ferite. 5 di queste morirono a seguito delle sperimentazioni, altre 6 vennero uccise successivamente nel campo
  • esperimenti basati sui raggi X. Tra le 120 e le 140 donne zingare vennero sterilizzate con questo metodo, lo scopo era ovviamente quello di creare una sterilizzazione forzata per la salvaguardia della specie ariana. Queste donne vennero convinte (inutile dire nella menzogna) a firmare un documento di consenso per la sterilizzazione in cambio della libertà.

Altri esperimenti che vennero fatti furono:

  • Esperimenti di congelamento/ raffreddamento prolungato;
  • Esperimenti di vaccinazione antipetecchiale;
  • Ricerche sull’epatite epidemica;
  • Prova di farmaci su detenute infettate con la gangrena gassosa e tetano;
  • Esperimenti di sterilizzazione;
  • Raggi X;
  • Trapianti di ossa da una prigioniera all’altra;
  • Studio sulle condizioni precancerose della cervice uterina;
  • Ricerche sui gemelli monozigoti;
  • Ricerche sulla cura ormonale dell’omosessualità.

Moltissime vi rimasero uccise, altre sfigurate a vita.

Di seguito potete trovare un articolo in inglese sugli esperimenti medici effettuati in questo luogo di tortura:

http://individual.utoronto.ca/jarekg/Ravensbruck/Experiments.html

Ravensbrück non era solo Ravensbrück. C’erano più di 40 sotto campi in cui si praticavano le stesse cose. Vi lascio la lista con il collegamento di Wikipedia chiedendomi quante donne sono morte, quante hanno sofferto, e nella speranza di credere che alcune siano rimaste in vita.

 

 

 

FONTI: http://www.vita.it/it/article/2015/01/21/ravensbruck-la-guerra-nascosta-di-hitler-alle-donne/129070/

https://it.wikipedia.org/wiki/Campo_di_concentramento_di_Ravensbr%C3%BCck

http://femminismorivoluzionario.blogspot.it/2016/05/da-unintervista-sarah-helm-sul-lager.html

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Onore a queste donne! 

Valentina R. 

UN ALTRO GENERE DI RISPETTO

Ci hanno intervistate !! Un modo per conoscere meglio chi siamo e il motivo per cui abbiamo scelto di aprire una pagina su FB e il blog!
Grazie fantastica blogger di The Q Word!
Buona lettura 🙂
G. & V.

THE QUEER WORD

Raga, oggi c’ho il batticuore!

Quando faccio ‘ste robe qua mi viene sempre l’allegria into core e sdo per la gioia… ma magari se vi rendo partecipi non sarebbe male!

Grandi, grandissime, immani soddisfazioni, mi sta dando il fatto di far parte di questa comunità facebookiana di bbbbelle persone dove si leggono libri femministi fighi da far spavento, il Pasionaria Book Club. Attraverso la comunità ho trovato loro… loro chi? Continuate a leggere e stay veramente tuned! 🙂

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Fatevi conto che tipo una settimana fa, anche qualcosina in più, contatto queste due creature stupende, Giulia e Valentina, autrici.creatrici.scrittrici di questo magnifico blog Un altro genere di rispetto… ed è stato ammmmmmmoooooore a prima vista (virtuale, ahimè!). Propongo loro una intervista, per presentare a voi il loro stupendo lavoro nel blog+pagina di Facebook, ed è incredibile… accettano e sono fantastichissime!
Non solo Valentina e Giulia sono persone che…

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