Auschwitz. Toccare con mano la verità

Un paio di anni fa ho sentito il bisogno di fare un viaggio da sola. Avevo in mente tante mete ma avevo bisogno di trovare quella giusta. Non volevo andarmene in qualche villaggio turistico, non volevo la città ultra turistica che tutt* vedono. Avevo bisogno di  qualcosa che non si sceglie al primo colpo, avevo bisogno di un cambiamento, di fare qualcosa che mi sarebbe rimasto davvero nel cuore.

Dopo aver varato tutte le possibilità ho capito che solo una meta aveva un senso: Cracovia e la visita a Oświęcim (Auschwitz).

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Ogni mattina mi alzavo, e facendo colazione leggevo questa frase. La mia lavagna motivatrice piazzata in cucina che mi ricorda le cose importanti, i miei obiettivi. “Just do it“, “fallo e basta”. Inutile sottolineare che essendo il primo viaggio da sola ero terrorizzata quanto emozionata. Organizzavo, leggevo, studiavo, ripetendo a me stessa “FALLO E BASTA!”.

Prima di continuare nel mio racconto vi chiedo un favore. Le foto sono di proprietà di Un Altro Genere di Rispetto, scattate in momenti significativi della mia vita e pertanto vi prego di portarne rispetto e non appropriarvene e copiarle senza il nostro consenso.

Ad agosto del 2017 sono partita per Cracovia. Da sola. Sperando di trovare qualcosa. Per quanto la bellissima esperienza di un viaggio completamente da sol* la consiglio a tutt*,  non sono qui per parlarvi di questo, quanto per soffermarmi su ciò che ha significato visitare Auschwitz e Cracovia e fare un viaggio nel tempo fino al 1941, quando i diritti delle persone che non facevano parte di una categoria privilegiata non esistevano.

Ho prenotato il trasferimento ad Auschwitz dall’Italia. Un transfer condiviso mi è venuto a prendere vicino l’hotel e, dopo aver raccolto anche le altre persone che avevano prenotato il transfer insieme a me, ci siamo immersi in questo viaggio alla scoperta di un qualcosa che credevo davvero non fosse possibile.

L’aver avuto durante il tragitto persone con cui scambiare due parole è stata la mia salvezza. Ci siamo distratti ammirando le bellissime campagne polacche (che per certi versi sono simili alla Toscana, quasi mi sentivo a casa!) e parlato di quanto fosse bello viaggiare, conoscere, scoprire.

Arrivata ad Auschwitz tutto era estremamente turistico. Pullman, guide, turisti, un caldo assurdo e bar che vendevano l’acqua, la coca cola, i panini e le caramelle. Ci stà, non critico, ma vi assicuro che sembrava, dall’esterno, l’entrata a un parco giochi acquatico! Solo una cosa lo distingueva da tutto ciò, le rotaie esterne che si immettevano nel campo che avrei visitato dopo poco.

Una volta incontrata la guida turistica (che parlava italiano) ho capito il perchè di tutto quel trambusto esterno. Chiedono massima riservatezza e massimo rispetto all’interno. Niente rumori molesti, non si può mangiare, tutto è volto alla conservazione e al rispetto della Memoria.

Passiamo i controlli, prendiamo le radio per sentire la guida, attraversiamo un corridoio … e arriviamo al cancello.

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“Arbeit Macht Frei”

“Il lavoro rende liberi”

Liberi da cosa viene da chiedersi. Quella parola, libertà, messa lì, alla mercè di una speranza insensata, che tutti avevano, ma che nessuno poteva realmente avere. 

Onestamente, appena sono entrata lì, non ho pensato subito al dolore che avevano patito le persone deportate, costrette ad abbandonare la loro famiglia, con la speranza di ritrovare la libertà lavorando. Questo tipo di pensieri, sensazioni, emozioni, le avrei vissute dopo. Quando sono entrata non ho sentito l’odore di morte di cui tutti parlano, quando sono entrata ho provato un misto di curiosità e rabbia. Alla mente mi sono tornate tutte le nozioni che avevo imparato a scuola. Le immagini dei film, le scene, i libri, le fotografie, i racconti di mio nonno. La rabbia per un qualcosa che è passato ma che si sta ripetendo. Come? Guardiamoci intorno, il nazismo, il fascismo e le loro idee non sono mai morte perchè nonostante tutto, ancora ci sono persone che con il razzismo, ripropongono le stesse idee, gli stessi pensieri, gli stessi atti in modalità diversa, di quello che è successo nei campi di concentramento. Vi invito a rifletterci.

Il campo è grande, enorme. Entrando nelle stanze adibite a museo ho visto foto, filmati, oggetti che in qualche modo hanno creato uno sgomento. Avevo bisogno di un abbraccio, ma ero sola. Mi sono fatta forza perchè io stavo visitando quello che persone avevano subito. Io ero, sono fortunata.

 

Spazzole. Oggetti personali sottratti alle persone che venivano rinchiuse nei campi di concentramento. Non solo spazzole, scarpe, gioielli, valige, vestiti… Dignità…

Vestiti di bambini, di bambine che non avevano più futuro. Vestiti tolti, bambin* denudati, ridotti al niente, a carne da macello. Dignità…

Una dignità che non esiste, un’umanità che non aveva ragion d’essere per quelle persone che eseguivano gli ordini del Terzo Reich.

Tremo mentre scrivo. È rabbia. E’ paura che possa succedere di nuovo. È rabbia verso quelle persone che innalzano ancora una svastica in nome di un comportamento vergognoso che uccide fisicamente e psicologicamente le persone. Che le riduce al niente. È rabbia per tutte quelle volte che sento parlare di razzismo. Che sento parlare di razze e non di etnie. Che sento parlare di colore della pelle, di diversità religiose e di guerre inneggiate dai mass media in un nome di un Dio.  È rabbia per tutte quelle volte che “aiutiamoli a casa loro”, “loro sono inferiori”, “loro rubano e stuprano”, “loro ci rubano il lavoro”. E io mi chiedo: “loro, chi?”. È rabbia per tutte quelle volte che il razzismo odierno viene strumentalizzato in nome del Dio Denaro. Ed è tristezza perchè la speranza ogni volta che la memoria di Auschwitz e di tutti gli altri campi rimane su un libro, in un compito di scuola, in un’interrogazione e un 8 in storia, rimane lì e non impressa nella mente degli e delle adolescenti che hanno in mano il futuro del mondo e del nostro paese.   

Donne, uomini, bambini, bambine. Nude, nudi. Ridotti alle ossa, senza cibo, senza cure.

Parla la guida e io ascolto, o almeno ci provo. Ascolto e mi asciugo gli occhi. Mi copro nonostante il caldo infernale di quella giornata di agosto. Ho i brividi e ho bisogno di respirare. Non posso credere che sia davvero così. Tante parole, film, libri, lezioni non possono spiegare la vita in un campo di concentramento. Ma visitarlo, è tutta un’altra cosa. Toccare con mano. Sentire. 

Usciamo da una delle case di Auschwitz, mi giro e vedo questo:

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Sì. State immaginando bene. E’ uno dei muri in cui le persone venivano fucilate. Una famiglia sta pregando. Aspetto. Rispetto il loro momento. Non voglio fotografare il loro dolore. Il loro dolore è un qualcosa che noi non potremo mai capire. Loro finiscono e io scatto. Un muro, dei fiori. La memoria di persone che sono morte lì, perchè ebree… forse. O forse semplicemente diverse dai canoni dettati dal Terzo Reich.

Nel museo c’è questa immagine. Semplice da capire, si trova anche in molti libri di scuola.

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Non solo persone ebree. Prigionieri politici, Rom, Prigionieri Sovietici, Omosessuali, Criminali, Asociali e tanti altri. La diversità ti uccideva. La diversità era sbagliata.

Se è vero che Hitler era un folle, descritto come un pazzo psicopatico che uccideva le persone in nome della razza ariana (lasciando perdere tutto il discorso sul denaro e la potenza, il super uomo etc. etc.), perchè ancora oggi viene fatta la guerra alle stesse persone? Perchè ciò che è considerato diverso dai canoni che la società occidentale ci impone non è sinonimo di ricchezza culturale ma piuttosto sinonimo di sbagliato? 

Sappiamo bene cosa succedeva alle persone lì dentro. Come funzionava. Se non riuscivi a lavorare abbastanza, a sopravvivere, se per loro non eri idoneo o idonea, se morivi, finivi qui:

 

Forni crematori.

Qui sì, ho sentito l’odore di morte. Ho sentito l’odore della tristezza, della rabbia, della paura, della vita che finiva, delle persone a cui era stata tolta l’anima. Forni crematori. Non sono due semplici parole. Sono due parole che tolgono definitivamente la dignità alle persone. Vengono fatte sparire, bruciate, carbonizzate, annullate nel silenzio, nell’omertà delle persone. Nella paura delle ribellioni, nel bisogno di sopravvivenza, nella giustificazione della violenza. Annullate. Sparite. Tutto finito.

Uscire da Auschwitz mi ha riportato per 15 minuti alla realtà. La visita non è finita, c’è ancora Birkenau. “Ve la sentite?” chiede la guida. C’è chi rinuncia. Forse hanno visto abbastanza. La stanchezza fisica, quella emotiva e il caldo mettono a dura prova. Ma non mi arrendo. Sono andata fin laggiù per un motivo. Nonostante senta il bisogno di un abbraccio, nonostante senta il bisogno di sentire le persone a cui voglio bene. Nonostante in qualche modo sia riuscita a calarmi nella vita vissuta nei campi di concentramento penso solo a una cosa: io sono fortunata.

Esco dal campo, bevo non so quanti litri d’acqua, mi sciacquo la faccia, ritorno all’entrata che sembra l’Acquafun di Riccione, ritorno alla mia realtà. Non ho fame però. Mi è passata. Faccio una corsa per prendere il pullman che mi porta a Birkenau. Solite regole. Non si mangia, non si urla, si porta rispetto.

A Birkenau i deportati arrivavano. Era uno dei maggiori campi di sterminio. A Birkenau non si scherza. Il campo è enorme. Una pianura distesa fatta di casotti. Immaginate d’inverno. Con la neve e le temperature rigide della Polonia. Un vagone in lontananza, mi avvicino. Un particolare risalta, cattura la mia attenzione. Una rosa.

 

Un simbolo che mi ricorda la vita, mi ricorda l’amore. Mi ricorda che le persone lì avevano dei sentimenti. Mi ricorda che hanno vissuto perdendo tutto, smettendo di amare forse, perchè non ne avevano più la possibilità. Loro non erano persone. Erano numeri destinati a sparire nel niente.

A Birkenau ho sentito davvero, ancor di più che a Auschwitz l’annullamento della persona. La cancellazione dei valori primitivi. L’amore. Il bisogno di cure.

La guida parla e spiega.

E io provo disgusto. Malessere. Incredula cerco di capire, forse la guida si sta sbagliando. Non lo sta dicendo davvero. Non è possibile che stia dicendo questo:

Esseri umani costretti a dormire in cucce, a condividere con più persone lo stesso letto. Persone che non conoscevano, persone malate. Persone che avevano malattie. Persone che se dovevano espletare i loro bisogni fisiologici non si alzavano dal letto perchè altrimenti avrebbero rischiato di perderlo, e perchè con il coprifuoco non si poteva raggiungere i bagni di notte. Stiamo parlando di un posto dove la dissenteria era la normalità, così come le infezioni.  Avere un letto era un lusso. Anche se condiviso con altre persone. E così dormivano in assi di legno, senza materassi, al freddo senza riscaldamento, al caldo aiutava il proliferarsi di germi e microbi. Dormivano e le feci e l’urina delle persone che non potevano alzarsi da letto sopra di loro colava sul corpo di altre persone, sulla testa di altre persone. Ma dormivano perchè dovevano lavorare, avere le forze, altrimenti per loro c’era solo la morte.

 

I letti: 

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I bagni:

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La guida continua a spiegare:

“spesso i bagni si dovevano condividere. Sì, un buco per due persone. Si doveva espletare i propri bisogni insieme. Perchè il tempo era poco a disposizione, si doveva lavorare. Perchè i bagni erano pochi. Perchè le guardie dicevano di fare così e la loro parola non era messa in discussione. Altrimenti … lo sapete! 

La storia viene insegnata, trasmessa, impressa con foto, libri, film. Viene raccontata a voce dai partigiani e dalle partigiane che hanno combattuto. Viene raccontata da chi è sopravvissut* all’olocausto.

Dicono che il miglior metodo di studio sia quello di elaborare le nozioni e farle proprie. Associarle alla realtà ragionandoci. Dicono anche che ci vuole la giusta motivazione per imparare cose nuove. Che deve esserci un vero interesse. L’interesse per il passato è il nostro futuro, per far sì che non succedano più queste cose. La memoria, ricordare, dovrebbe insegnare. Imparare dal passato dicono. Quando succederà davvero? mi chiedo io.

Tornando verso Cracovia le persone sul transfer erano più silenziose. Anche io che di solito parlo anche con i muri. Io ancora desideravo quell’abbraccio e che qualcuno mi dicesse che il passato è passato e che non succederà mai più. E io lo spero, anche se purtroppo so che non è così. Basta pensare alla Nord Corea.

Ultimo giorno a Cracovia. Non mi do per vinta. La città è stupenda e a me manca ancora di visitare la parte ebraica di Cracovia. Mi dirigo verso il  Museo Ebraico Galizia.

Ammetto che vederlo dopo il campo di concentramento è stata una passeggiata. Ma un’immagine ha attirato la mia attenzione, che è il riassunto di tutto il mio pensiero:

immagine

“In un angolo del campo di concentramento, a un passo da dove si innalzavano gli infami forni crematori, nella ruvida superficie di una pietra, qualcuno, chi?, aveva inciso con l’aiuto di un coltello forse, o di un chiodo, la più drammatica delle proteste: “Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia”.”

[Luis Sepulveda]

Così torno a casa con due frasi nella mia testa: “Se questo è un uomo …” e “Restiamo umani”. Due frasi che da quando sono stata a visitare Auschwitz e Birkenau mi ripeto spesso. “Restiamo umani e restiamo uniti. Siamo tutti esseri umani.” Non ho altro da aggiungere, 27 gennaio – Il Giorno Della Memoria Delle Vittime Dell’Olocausto.

Valentina R.

 

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