Dal “Se l’è cercata” al “Il femminicidio non esiste”

melitoGrazie Anarkikka !

A Melito di Porto Salvo, un paesino di 14 mila abitanti in Calabria, una ragazza di 16 anni è stata stuprata per tre anni da 9 aguzzini.

Quindi una bambina di 13 anni ha subito per tre anni violenze sessuali e psicologiche da parte di 9 adulti.

Ma diamo un nome e un cognome agli aguzzini.
Il capo del branco è Giovanni Iamonte, 30 anni, secondogenito del boss di Melito Porto Salvo, Remingo Iamonte (attualmente detenuto), e nipote di don Natale deceduto alcuni anni fa dopo un lungo periodo di latitanza finita nell’hinterland milanese.
Oltre a lui, sono stati arrestati per violenza sessuale Federico Cafiero De Raho e dell’aggiunto Gaetano Paci, sono stati arrestati anche Daniele Benedetto (21 anni), Pasquale Principato (22), Michele Nucera (22), Davide Schimizzi (22), Lorenzo Tripodi (21) e Antonio Verduci (21). Un ragazzo di 18 anni, inoltre, è stato affidato a una comunità perché minorenne quando sono avvenute le violenze mentre per Mario Domenico Pitasi, di 24 anni, è stato disposta la misura dell’obbligo di presentazione. Quest’ultimo, infatti, è stato accusato solo di favoreggiamento personale. (Fonte: qui)

Sono tutti ragazzi tra i 18 e i 30 anni. Tutti hanno abusato di una bambina per tre anni. Riflettiamo sulla relazione di potere che c’è dietro a uno stupro. Le motivazioni possono essere molteplici, come l’affermazione di quello che questa cultura stereotipate vuole sia il “maschio”, la non accettazione del rifiuto, la dominazione della vittima che, spesso indifesa, non viene vista come un essere umano al proprio pari e quindi non c’è interesse nel provocarle gravi danni fisici e psicologici. La totale mancanza di empatia è un elemento da non sottovalutare.

L’articolo della Stampa di Niccolò Zancan dell’11 settembre, attraverso le opinioni degli e delle abitanti del paese, ha tirato fuori tutto quello che la cultura dello stupro ci insegna sin da quando i nostri genitori sono in attesa.
Queste sono le opinioni:

«Se l’è cercata!».

«Ci dispiace per la famiglia, ma non doveva mettersi in quella situazione».

«Sapevamo che era una ragazza un po’ movimentata. Una che non sa stare al posto suo».

Una signora: «Sono vicina alle famiglie dei figli maschi. Per come si vestono, certe ragazze se la vanno a cercare».

Il parroco Benvenuto Malara: «Purtroppo corre voce che questo non sia un caso isolato. C’è molta prostituzione in paese».

L’altro parroco, Domenico De Biase: «Sono tutte vittime – dice – anche i ragazzi. E poi, io credo che certe volte il silenzio sia la risposta più eloquente».

Ora viene fuori che: “La madre sapeva, il poliziotto fratello di uno dei violentatori sapeva, il paese – secondo i magistrati – sapeva.” E che “Il padre della ragazza – ha specificato il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Gaetano Paci – si era lamentato con il padre di Iamonte senza però denunciare le angherie” e che “Anche Chiara la cugina di Maddalena, cui la ragazzina aveva confidato tutto, ha taciuto”. (Fonte: qui)

C’è la caccia  a chi sapeva, ma non ha denunciato.

I giornali hanno riempito le loro pagine di parole, di opinioni e sentenze. Come al solito insomma.

L’attacco alla madre come unica responsabile dell’omissione è un cliché dovuto allo stereotipo della madre come unica persona in grado di garantire sempre amore incondizionato e protezione a prescindere, al di là di tutto il resto. Il padre può non esistere, la responsabile è sempre e solo la madre (qui un articolo che spiega molto mene il fenomeno).

Ma quello che colpisce, ancora una volta, l’ennesima e purtroppo non sarà l’ultima, è il continuo riproporsi dei pensieri e delle dinamiche tipiche della cultura dello stupro, sia da parte di uomini che da parte di donne. Infatti, un’altra tematica che giustifica la cultura dello stupro, è quella del maschilismo e sessismo internalizzato che affrontiamo più volte nella nostra pagina e qui trovate un articolo dedicato in cui affronto tutti i punti difficili da scardinare nella nostra cultura. Come leggerete, ancora una volta rimarco la connessione fondamentale: gli stereotipi di genere portano a discriminazioni che a loro volta portano alla giustificazione della violenza. I dati dell’Istat di giugno 2015 mostrano che in Italia una donna su 3 ha subito violenza nella sua vita.

Non finirò mai di ripetere più e più volte gli stessi concetti che sono conseguenze della cultura dello stupro come il victim blaming e lo slut shaming.

Lo stupro, come le violenze psicologiche e fisiche, rappresenta una dinamica di relazione di potere tra l’abusante e la vittima. L’abusante non accetta il rifiuto della vittima e quindi attua violenza. Per questo è importante capire che il possesso non è MAI amore.

Come è importante insegnare ai bambini il rispetto delle altre persone, che se una ragazza dice “no” è “no”. Come è altrettanto importante insegnare alle bambine che non è vero che l’uomo è cacciatore e che “se insiste è perché gli piaci”, perché tutto questo è perpetrare la cultura dello stupro. Una compagna o un compagno non si appartengono, è molto importante capire questo. Sono persone libere che decidono di passare la propria vita con un’altra persona, ma non appartengono all’altro/a .

Anche per questo quando avviene uno stupro si guarda sempre alla vittima. “com’eri vestita?”, “avevi bevuto?”, “cosa ci facevi sola di sera?”, “sei sessualmente attiva?”, “vai spesso alle feste?” etc.
Questo si chiama ri-vittimizzazione. Non solo la società, ma anche gli organi che dovrebbero proteggere la vittima spesso attuano una ri-vittimizzazione. Non solo la vittima è stata stuprata e quindi avrà un trauma, spesso irreversibile, per tutta la vita, ma durante un processo o durante la denuncia queste sono le domande che le vengono poste.
Perché una ragazza non può esser libera di bere e di divertirsi come un ragazzo sennò rischia di esser stuprata?
Emblematica è la lettera della ragazza stuprata da Brock Allen Turner, uno studente dell’università di Stanford, condannato a sei mesi e a libertà vigilata. Ne consiglio la lettura, la potete trovare qui.

Il parroco che dice: «Purtroppo corre voce che questo non sia un caso isolato. C’è molta prostituzione in paese» e quindi confonde uno stupro con la prostituzione è emblematico.

E certo. Se una prostituta viene stuprata, è normale. Se viene stuprata una bambina, è una ragazzata. Non c’è mai una presa di posizione in difesa della vittima. C’è sempre una costante ri-vittimizzazione.

A parte che anche una prostituta può subire uno stupro, non per questo è meno vittima. E poi c’è un costante slut shaming in questa società che giudica le donne per come si vestono, per il fatto di decidere liberamente per il proprio corpo. La stigmatizzazione della morale della donna che se non rispetta gli stereotipi di sottomessa è definita “puttana” come fosse un’offesa unicamente al sesso femminile (e quindi sessista), l’abbiamo affrontata moltissime volte. Non dimentichiamoci che, se siamo libere di esprimerci e di vivere la nostra vita in quanto esseri umani, per questa società, prima o poi siamo tutte puttane. Riflettiamo sull’utilizzo sessista della lingua italiana e facciamone un uso migliore 😉

La nostra società perpetra un’educazione basata su stereotipi che colpiscono sia bambini che bambine sin dalla nascita e questo crea inevitabilmente un divario del riconoscimento sociale tra maschi e femmine, avallato anche dalla continua oggettificazione della donna attraverso i media e le pubblicità.

Ma perché ho deciso di ripetere per la millesima volta gli stessi identici concetti degli altri articoli che ho scritto?
Non solo perché sono convinta che repetita iuvant, ma perché la mancanza di un’educazione alla parità di genere crea una rivittimizzazione costante delle vittime di violenza e una giustificazione dell’atto estremo: il femminicidio.

Addirittura ho letto commenti sulla nostra pagina che sostenevano che il femminicidio non esiste. Ma andiamo per ordine.

Il 9 settembre abbiamo condiviso sulla pagina quest’immagine della mitica Anarkikka:

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Incredibilmente ha scosso un gran successo e, di conseguenza, attirato l’attenzione di moltissime persone.

Tra queste l’immancabile MRA – Men’s right activist (se non ne avete mai sentito parlare, andate qui e qui per avere un’idea):
“Quando si parla di tutti quei brav’uomini che perdono tutto tra soldi, casa e affidamento, per colpa di una ex moglie molto “pretenziosa”?
La psicologia fa più male della violenza, le donne lo sanno e fanno di conseguenza. Non siete così diverse da noi.”

Quando si parla di violenza sulle donne e di femminicidio questo è un tipo di commento e di pensiero che non manca MAI. E’ fuori luogo? Probabile, ma in realtà nasconde una mancata comprensione e/o conoscenza del ciclo della violenza e del femminicidio. A queste persone consiglio di focalizzarsi sull’argomento in questione (in questo caso, il femminicidio) e rimarco che non si tratta di fare gare col sesso che subisce più o meno violenza o che fa più o meno violenza, perché lo diciamo in mille modi: la violenza è sempre sbagliata!
Parliamo di violenza quasi tutti i giorni e in nessun caso deve essere giustificata.

Non si vuole minimizzare la violenza nei confronti degli uomini o dire che non esistono donne violente, donne che fanno violenza psicologica, mobbing e stalker. Certo che ci sono!

Ma questo, e non perché siamo egocentriche o misandriche, non deve sminuire l’evidente disequilibrio, dovuto a questioni strutturali come abbiamo detto e diremo, della violenza contro le donne e dell’esistenza della dinamica specifica del femminicidio (se avete letto tutti gli articoli di riferimento sopra citati, siete anche a conoscenza dei numeri e delle statistiche).

E quindi a queste persone consiglio il sito “maschile plurale” dove si possono trovare altre esperienze di padri separati e di percorsi contro la violenza di genere.

Tra tanti altri commenti però è venuta fuori più volte quanto sia evidente la mancanza di conoscenza del significato della parola “femminicidio”.

Ecco alcuni commenti al riguardo:

“Il femminicidio…non esiste nulla di più degradante, ragazzi. Omicidio, non femminicidio, state ponendo la donna su una posizione di inferiorità utilizzando il termine femminicidio, ragazze, anche no dai”

“Proprio perché le parole sono importanti, possiamo smettere di cercare di forzare il discorso in un’unica direzione e tornare a parlare di omicidio e non più di un selettivo “femminicidio”?
Parlare di femminicidio crea una discriminazione tra omicidio ed omicidio e io questa differenza non la vedo, non ci riesco.”

“quindi secondo te dietro ad ogni omicidio di una moglie, fidanzata, ex compagna, etc. c’è questo desiderio del maschio di imporsi? hai il referto psicologico di ogni omicidio in questione in cui si attesta che l’omicida ha fatto quello che ha fatto per questo motivo o è una cosa che nasce da una tua supposizione? perché se appunto vogliamo parlare di femminismo, che appunto appartiene ad entrambi i sessi siccome lotta per la parità dei diritti, io mi ritengo offeso dal momento in cui generalizzi ogni omicidio e ogni “brutta” azione (che possa essere da quelle più aberranti, appunto gli omicidi, a qualcosa di meno “pesante” come può esserlo ad esempio una sberla) dicendo che “lo ha fatto solo perché Maschio e quindi deve imporsi”.
Io con questo non sto dicendo di giustificare e comprendere chi commette omicidi, ma che alla base del problema non c’è che UN MASCHIO ha ucciso UNA DONNA, ma che UNA PERSONA ha ucciso UN’ALTRA PERSONA.”

Si può notare come, oltre alla mancanza di conoscenza del significato delle parole, come femminicidio e ciclo della violenza, c’è un’evidente confusione tra femminismo e misandria (che è il contrario di maschilismo) come abbiamo già affrontato qui.

Abbiamo detto molte volte che il messaggio del femminismo non è quello di trasmettere che esista un sesso migliore o peggiore (come vuole la misandria).
Lo so che i concetti sono sempre i soliti, ma siccome, repetita iuvant, allora lo riscrivo:

Siamo tutt* unic*, siamo tutti/e esseri umani e soprattutto tutt*, se educati/e a farlo, siamo in grado di fare tutto quello che ci impegneremo a fare!

Detto questo, il privilegio maschile e la disparità di genere (che abbiamo affrontato qui) sono reali.

“Il Gender Gap Index è un indice che calcola il divario di genere nei paesi basandosi su criteri economici, politici, educazione e salute. (…) l’Italia è al 41esimo posto, tra la Colombia e le Bahamas, per quanto riguarda l’Indice globale. E’ al 111esimo posto per quanto riguarda la partecipazione economica e le opportunità di lavoro. Al 58esimo posto per quanto riguarda il livello di educazione; al 74esimo posto per l’educazione e la sopravvivenza e al 24esimo posto per la vita politica.”

E come avete visto, questa disparità è strutturale poiché (repetite aivant) deriva da tutta una serie di stereotipi e discriminazioni che ci sono inculcati fin dalla nascita come abbiamo affrontato qui e che arrivano a giustificare la violenza.

E con questo non pensiamo che gli uomini siano tutti femminicidi o violenti! Smettiamola con queste generalizzazioni, vi prego.

Ci sono moltissimi uomini che lottano per la parità di diritti delle donne e moltissime donne che sono maschiliste e attuano il così detto “maschilismo internalizzato” oppure che continuano a non comprendere (e non voler conoscere) il vero significato del femminismo.

Ma andiamo ad affrontare meglio il termine “femminicidio”.

Il femminicidio è un termine riconosciuto a livello internazionale per indicare un fenomeno ben preciso in quanto le donne vengono uccise proprio in quanto donne, mogli, fidanzate, ex compagne, etc. E’ il culmine del ciclo della violenza contro le donne basato sul il rapporto di potere all’interno della coppia o della relazione. La violenza viene usata per ristabilire il potere maschile, è espressione del desiderio di controllo, dominio e possesso dell’uomo sulla donna. Queste donne sono considerate un oggetto di proprietà, e non un essere umano paritario (vedi qui).

Quindi, riassumendo, perché si dice «femminicidio» e non «omicidio»?

  • Perché indica un fenomeno culturale preciso;
  • La donna viene uccisa «in quanto donna»;
  • E’ il culmine del ciclo della violenza contro le donne basato sul il rapporto di potere all’interno della coppia o della relazione;
  • La violenza viene usata per ristabilire il potere maschile, è espressione del desiderio di controllo, dominio e possesso dell’uomo sulla donna.
  • Le donne sono considerate un oggetto di proprietà, e non un essere umano paritario.
  • Non è il come sia stata uccisa ma il PERCHE’. E’ questo che distingue un omicidio da un femminicidio.
    • Ad esempio: se un ladro entra in casa e mi spara, non è un femminicidio.
  • Se una donna viene uccisa per aver trasgredito al ruolo ideale di donna imposto dalla tradizione(dicotomia tra la donna obbediente, brava madre e moglie, la “Madonna” da una parte e la donna sessualmente disponibile, “Eva” la tentatrice dall’altra)
  • Per aver provato ad aver la libertà di decidere cosa fare della propria vita, per aver detto «NO», per essersi sottratta al potere e al controllo del proprio padre, partner, compagno, amante….
  • Perché una donna, per la sua autodeterminazione, è stata punita con la morte.

Torniamo all’immagine in questione.

Questa si riferisce all’utilizzo corretto delle parole nell’ambito del fenomeno del femminicidio che non è un termine degradante, bensì relativo ad un fenomeno ben preciso.
Ed è per questo che è importante specificare strangola una “donna” e non una “prostituta”, perché anche se era stata pagata per delle prestazioni, non vuol dire che fosse un oggetto di proprietà del cliente. Le prostitute sono stigmatizzate dalla società, se vengono uccise “se la sono cercata”. Per questo è importante dire “è stata strangolata una donna”. Mentre la frase “è uccisa da un “uomo”” vuole porre l’accento su quanto troppo spesso si giustifica il femminicidio col raptus, che non esiste. E nell’ambito del femminicidio puoi anche scrivere “è stata uccisa da un essere umano”; ma il punto focale è che è stata uccisa da un “uomo” che ha perpetrato la relazione di potere e di possesso nei confronti della donna fino all’estremo. Ecco perché sono state scelte queste parole ed è importante esplicitarle.

Nel 2015 sono state uccise 152 donne per i motivi qui sopra elencati e volendo, articoli, dati e libri al riguardo ce ne sono moltissimi, se solo si volesse cercarli. Ne segnalo tre:

1) “Violenza sulle donne: i numeri dei femminicidi in Italia e nel mondo”
2) “Violenza sulle donne: come interpretare i dati Istat”
3) “La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia” (dal sito dell’ISTAT)

Sappiamo che i media strumentalizzano sempre parole e informazioni purtroppo, avvallando la cultura dello stupro e del privilegio maschile.

Sta a noi farci una propria cultura sui termini e sul significato delle parole.

La parola “femminicidio” è utilizzata proprio perché esiste ancora la relazione di potere tra uomo e donna ed esiste ancora una disparità di potere tra uomo e donna.
Se un ladro mi butta dalle scale mentre scappa dalla mia abitazione e muoio sul colpo, non è femminicidio. Perché non mi ha ucciso per esercitare un potere su di me, non mi ha uccisa perché mi considerava un oggetto di sua proprietà.

E’ molto importante che la parola “femminicidio” venga usata nei casi in cui esiste la relazione di potere tra l’abusante e la vittima.
E’ difficile spiegare su una pagina di un blog il ciclo della violenza e la dinamica della violenza sulle donne.
Ma possiamo provare un minimo ad informarci, ed ecco due consigli di lettura per sapere qualcosa di più sul ciclo della violenza e sugli stereotipi sulla violenza da sfatare:
1 ) “Linee guida per il contrasto della violenza sulle donne – Strumenti per gli operatori e le operatrici della rete a sostegno delle donne vittime di violenza” (manuale della provincia di Trento)
2) Gli indici di recidivida e rivittimizzazione dell’Associazione Volontarie del Telefono Rosa di Torino

Quindi, come si può dire che il “femminicidio” non esiste e che la vittima di stupro “se l’è cercata”?

Purtroppo le persone continueranno ad avere questi pensieri finché non ci sarà una concreta e reale azione che deve partire dall’educazione alla parità di genere e contro gli stereotipi di genere sin da tenera età.

Per questo sono perfettamente d’accordo con Anna, del Blog delle donne:
“…C’è bisogno di un cambiamento radicale, c’è bisogno di fare cultura, di spiegare che lo stupro è una violenza bella e buona, che quando una ragazza non è consenziente non si è andata a cercare nulla, che può comportarsi come le pare, può vestirsi come le pare, può dire quello che le pare, non è certo colpa sua se un ragazzo o un branco di ragazzi la stuprano.

È per questo che nelle scuole c’è bisogno di introdurre l’educazione di genere.”

In un mondo in cui il privilegio maschile continua ad essere l’unica educazione che i bambini e le bambine ricevono, i cambiamenti sociali sono i cambiamenti più lunghi, proprio perché strutturali. Ci vorranno secoli per vedere i risultati.

Per questo repetite aivant.

Termino dicendo quello che dico sempre sulla pagina. Come tutte le cose, chi vuole può approfondire le cose, ci sono molti libri e articoli al riguardo. Poi ogni persona è libera di formare la propria conoscenza e di conseguenza la propria opinione, non sarà certo un commento su Facebook (o un articolo di un blog) a farlo.

Nonostante questo, nel mio piccolo, continuerò a ripetere.

Come faccio spesso, consiglio una serie di tesi per approfondire la tematica:

Donne che amano troppo di Robin Norwood

Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti

Insicure da morire di Franca Gareffa

Non lo faccio più di Cristina Obber

L’amore rubato di Dacia Maraini

Ferite a morte di Serena Dandini

Questo non è amore di La 27esima Ora

I labirinti del male di Luciano Garofano-Rossella Diaz

Nessuna più di AA.VV.

7° piano di Asa Grennvall, hop edizioni

L’ho uccisa perché l’amavo. FALSO! di Loredana Lipperini- Michela Murgia

Non esiste una giustificazione di Giacomo Grifoni

Parole Tossiche. Cronache di ordinario sessismo di Graziella Priulla

Di Pari Passo. Percorso Educativo contro la violenza di genere di Nadia Muscialini

Educazione sessista, Stereotipi di genere nei libri delle elementari di GIULIA- Biemmi Irene

Ancora dalla parte delle bambine di Ed.Rosenberg & Sellier- Loredana Lipperini

Papà, mamma e gender di Michela Marzano

E oltre a questi, il sito Telefono Rosa Piemonte consiglia una lista molto interessante di testi che potete trovare qui.

A cura di Giulia Terrosi

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7 thoughts on “Dal “Se l’è cercata” al “Il femminicidio non esiste”

  1. nel video si nominano anche i film ma non credo che questi oggettifichino nessuno nè fomentano gli stupri, palano di sesso ed erotismo ma questo esiste. Cè una cultura che colpevolizza la vittima ma è fatta di bigittismo e sessuofobia e sessismo

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