L’8 MARZO, E’ DAVVERO UNA FESTA?

8 marzo

Ormai lo sanno anche i muri, la “festa della donna” è un operazione commerciale per far vendere mimose, fare regali, far sentire le donne come delle “regine” (come se essere “regine” fosse qualcosa da bramare).

Con questo, non vogliamo criticare nessuna scelta, o fare dei moralismi inutili, semplicemente ci teniamo a spiegare, per quanto possibile, il significato di questa giornata che e il perché non sia una “festa”.

Partiamo dalle basi

1) Il famoso incendio in cui si dice che 100 operaie morirono l’8 marzo 1908 nella fabbrica tessile Cotton di New York è una BUFALA.

La FALSITÀ’ di questo mito deve essere chiara, anche perché, a nostro modesto parere, in ogni caso non ci sarebbe nulla da festeggiare.

Ci sono testimonianze storiche, documentabili anche solo su Wikipedia che dimostrano che l’incendio non è avvenuto l’8 marzo ma bensì il 25 marzo 1911.

Ci fu un incendio, ma nella fabbrica Triangle e non è avvenuto l’8 marzo, bensì il 25 marzo 1911. In questo famoso incendio morirono 123 donne e 23 uomini (la maggioranza immigrate ed immigrati).

Non fu il titolare pazzo e scatenato, spesso chiamato col nome di Mister Johnson, a rinchiudere dentro queste donne per ucciderle ma fu un incidente. Le uscite principali della fabbrica erano chiuse e non c’erano uscite di sicurezza. (dentro la ditta tessile si poteva fumare, la presenza di luce e gas, insomma fate pure 2+2).  Vi consigliamo di leggere qui al riguardo.

Questo incidente non ha nulla a che fare con l’origine dell’8 marzo.

2) L’8 marzo non è una festa.

In realtà questa data è molto importante ma ha origini politiche.

Facciamo un breve excursus storico:

Tutto partì nel 1907 quando a Stoccarda il VII Congresso della II Internazionale socialista votò una risoluzione nella quale si impegnavano i partiti socialisti a lottare energicamente per l’introduzione del suffragio universale delle donne.

Nel 1909 il Partito socialista americano decise quindi di organizzare in tutte le sezioni locali una manifestazione in favore del diritto di voto femminile. Fu così che negli Stati Uniti la prima e ufficiale giornata della donna fu celebrata il 23 febbraio 1909.

Ed è con la seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste, tenutasi a Copenaghen dal 26 al 27 agosto 1910 che venne deciso di istituire una comune giornata dedicata alla rivendicazione di tutti i diritti delle donne, non solo il diritto di voto. Purtroppo però la manifestazione non fu ripetuta tutti gli anni, né celebrata in tutti i paesi, fino a quando furono completamente sospese dal luglio 1914 a causa dell’inizio della Prima Guerra Mondiale.

Ed ecco che arriviamo alla scelta dell’8 marzo:

L’ 8 marzo 1917 le donne di San Pietroburgo guidarono una grande manifestazione che rivendicava la fine della guerra, il loro diritto a votare e i loro diritti fondamentali (per maggiori informazioni leggere qui) iniziando la Rivoluzione russa di febbraio.

La protesta venne chiamata «pane e pace», slogan ripreso dal discorso «pane e rose» (“bread and roses”che la leader femminista e socialista Rose Schneiderman fece di fronte a una platea di suffragiste borghesi nel giugno del 1912:

Ciò che la donna che lavora vuole è il diritto di vivere, non semplicemente di esistere – il diritto alla vita così come ce l’ha la donna ricca, il diritto al sole e alla musica e all’arte. Voi non avete niente che anche l’operaia più umile non abbia il diritto di avere. L’operaia deve avere il pane, ma deve avere anche le rose. Date una mano anche voi, donne del privilegio, a darle la scheda elettorale con cui combattere.

Consiglio di vedere al riguardo il documentario del 2007 “Vogliamo anche le rose” di Alina Marazzi.

Dopo pochi giorni dall’8 marzo 1917 le donne in Russia ottennero il diritto di voto, per questo motivo il 14 giugno 1921 la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste fissò all’8 marzo la «Giornata internazionale dell’operaia» e l’8 marzo divenne da allora riconosciuto in tutti i paesi come la data ufficiale della Giornata Internazionale della Donna.

Da allora, l’8 marzo è diventata la data della Giornata Internazionale della donna in molti paesi.

In Italia fu tenuta per la prima volta soltanto nel 1922, per iniziativa del Partito comunista d’Italia, che la celebrò il 12 marzo, prima domenica successiva all’ormai fatidico 8 marzo.

Da quell’anno, in seguito all’avvento di Mussolini, non si è più festeggiata, fino all’8 Marzo 1945, alla fine della seconda guerra mondiale in seguito alla nascita dell’Unione Donne Italiane (UDI) nel settembre 1944.

Perché in Italia si regalano le mimose?

Con la fine della guerra, l’8 marzo 1946 fu celebrato in tutta l’Italia e vide la prima comparsa del suo simbolo, la mimosa, fiore scelto da tre protagoniste della Resistenza e deputate del PCI, Teresa Noce, Rita Montagnana e Teresa Mattei. 

Scelsero la mimose perché fiorisce attorno ai primi di marzo in tutto il paese e perché era facile da trovare ovunque in tutto il paese in modo che fosse accessibile ad ogni persona, senza distinzioni di classe.

In un’intervista Teresa Mattei disse: «La mimosa era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette. Mi ricordava la lotta sulle montagne e poteva essere raccolto a mazzi e gratuitamente» (per approfondimenti leggete qui).

Sappiate quindi che la mimosa è un simbolo di resistenza e di lotta di classe 

Questa data è diventata simbolo delle lotte politiche delle nostre predecessore, che hanno lottato per chiedere diritti come il divorzio, l’aborto e pari diritti per ogni genere.

Per questo non chiamatela “festa delle donne”, non solo non è corretto, ma toglie anche valore al significato di questo giorno.

Non abbiamo bisogno di una giornata in cui essere trattate come “esseri speciali”, da festeggiare o da proteggere (sessismo benevolo, ne abbiamo parlato anche qui).

Non abbiamo bisogno della “concessione” di una giornata per onorarci.

L’8 marzo è essenziale, tutto l’anno, per ricordarci che la strada da fare è ancora lunga.

Alcuni esempi?

  • Come abbiamo parlato nello specifico qui (Il Gender Pay Gap in Europa e in Italia), le donne, a parità di esperienza ed educazione degli uomini,  guadagnano il 16% in meno degli uomini. Il Global Gender Gap Index 2016, l’ indice del World Economic Forum che calcola il divario di genere nei paesi di tutto il mondo basandosi su criteri economici, politici, educazione e salute, pone nell’indice generale l’Italia al 50esimo posto, tra la Serbia e il Kazakhistan (su 144 paesi).

    Nello specifico l’Italia è :

    • al 117esimo posto per quanto riguarda la partecipazione economica e le opportunità di lavoro delle donne nei confronti degli uomini.
    • Al 56esimo posto per quanto riguarda il livello di educazione
    • Al 72esimo posto per l’educazione e la sopravvivenza.

  • Le donne sono molto più a rischio di violenza sessuale o violenza domestica.
    • In Italia, la ricerca dell’Istat del 2014 ha mostrato che:
      • Su 100 casi di stupro più di 90 sono donne. Non diciamo che non esista il contrario, perché esiste e non se ne parla. Però questo è un dato che fa pensare.
      • Su 100 stupri, 52 sono causati da persone che conoscono la vittima.
      • La giustificazione dello stupro è dovuta a quella che viene chiamata “Rape Culture”, cultura dello stupro, che è intrinseca nella nostra società e fa scattare dei meccanismi come questi:
        • «Non è così grave, è stata una ragazzata»: giustificazione della violenza;
        • «Per come si vestono, certe ragazze se la vanno a cercare»; «Si vestono così e poi si lamentano»: slut-shaming;
        • «Se l’è cercata» o «se l’è meritato»; «Non doveva mettersi in quella situazione»: Victim blaming;
        • «Lei l’ha provocato!»: una minigonna non stupra MAI.
        • Se volete approfondire il significato di Rape Culture, slut-shaming e victim blaming, vi rimango a questo articolo dove affronto nello specifico questi termini: “Maschilismo e sessismo interiorizzato. Una riflessione”.
    • In generale, i dati Istat del 2015 mostrano che in Italia, 1 donna su 3 tra i 16 e i 60 anni ha subito una violenza fisica o sessuale. E’ un fenomeno strutturale.

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Ancora una volta, spieghiamo perché si chiama “femminicidio” e non omicidio (se volete approfondire, ne abbiamo parlato qui):

  • Indica un fenomeno culturale preciso: la donna viene uccisa «in quanto donna»;
  • E’ il culmine del ciclo della violenza contro le donne basato sul rapporto di potere all’interno della coppia o della relazione;
  • La violenza viene usata per ristabilire il potere è espressione del desiderio di controllo, dominio e possesso dell’uomo sulla donna.
  • Le donne sono considerate un oggetto di proprietà e non un essere umano paritario.
  • Non è il come sia stata uccisa ma il PERCHE’. E’ questo che distingue un omicidio da un femminicidio.
  • Ad esempio: se un ladro entra in casa e mi spara, non è un femminicidio.
  • Se una donna viene uccisa per aver trasgredito al ruolo ideale di donna imposto dalla tradizione(dicotomia tra la donna obbediente, brava madre e moglie, la “Madonna” da una parte e la donna sessualmente disponibile, “Eva” la tentatrice dall’altra)
  • Per aver provato ad avere la libertà di decidere cosa fare della propria vita, per aver detto «NO», per essersi sottratta al potere e al controllo.

Quindi, cosa c’è alla base di tutto questo? Perché è ancora importante l’8 marzo?

  • Una società che si basa su rapporti di potere fa sì che alcune persone nascono con più privilegi rispetto ad altre.
  • La nostra società si basa sul potere bianco etero-patriarcale. Questo vuol dire che ci sono delle costruzioni di ruoli e di rapporti che vengono creati alla base di questo potere.
  • La costruzione di questi ruoli ingabbia maschi e femmine in quelli che vengono chiamati «ruoli di genere» basati soprattutto su stereotipi, come ho affrontato qui: Aiuto! Arriva il gender.
  • Il sesso biologico è l’insieme delle caratteristiche biologiche, fisiologiche e corporee fra gli uomini e donne e non decide né il genere l’orientamento sessuale (il genere verso cui si prova attrazione sessuale). Per approfondimenti vi rimando a questo pezzo: La favolosità del mondo LGBTQIA+ – Parte Prima.

L’8 marzo è importante per ricordarci ogni giorno su cosa si basa la piramide della violenza:

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Ricordiamo che ridere alle battute sessiste o transomofobe non vi rende delle brutte persone. Il problema non è ridere a queste battute, il problema è chiedersi PERCHE’ stiamo ridendo. Perché vi fa ridere quella battuta?

Ridete perché la cultura dice di ridere per determinate cose, di ridere delle persone che non rispecchiano gli stereotipi che la cultura ci insegna.

EMPATIA: cercare di capire come si sente l’altra persona, la persona di cui stiamo ridendo.

Ed è attraverso la battuta che poi si normalizza e si giustifica la violenza.

Ricordate che gli stereotipi sono semplificazioni della realtà e li utilizziamo quotidianamente senza accorgercene per mille cose. Non sono sempre negativi (possono essere positivi o neutri) perché nella quotidianità sono utili per il nostro cervello che li fa in modo automatico.

Il problema degli stereotipi sta proprio nella semplificazione della realtà, in quanto questo meccanismo porta al pregiudizio (giudizio anticipato rispetto alla conoscenza del contesto complesso). I pregiudizi sono pericolosi poiché portano a discriminazioni (trattamento non paritario bei confronti di persone appartenenti ad un gruppo a seconda del sesso, etnia, orientamento sessuale, identità di genere è così via).

Le discriminazioni (come ad esempio sessismo, razzismo ed omofobia) sono molto pericolose perché portano alla giustificazione della violenza.
Entriamo in contatto ogni giorno con vittime di violenza psicologica o fisica o di bullismo proprio a causa degli stereotipi, proprio a causa di quelle battute che hanno generato il “ma fatevela una risata”, che non ci fanno più ridere.

Per questo per noi anche la semplice battuta è una cosa seria: perché nasconde una forma mentis ben precisa, che tende a semplificare la realtà e a giustificare atti molto più gravi. Questa è la nostra motivazione sul perché condividiamo le segnalazioni che ci arrivano e sul perché no, non ce la facciamo una risata. La cosa fondamentale è esser consapevoli di questo.

Se vi fa ridere, ok. Ma per l’ennesima volta, dire «Fattela una risata» a una persona che non sta ridendo, è come dire «smettila di piangere» a una persona che sta piangendo. La state facendo sentire sbagliata, inadeguata, non solo per l’emozione che prova, ma come persona. Smettiamola di far sentire inadeguate le persone. Smettiamola di dire alle persone come dovrebbero sentirsi, facendole allora sentire loro inadeguate. Nessuna persona può dirci come ci dobbiamo sentire, anche davanti a una battuta. Questa è violenza psicologica.

Ogni volta che una persona esprime un sentimento, l’unica cosa che possiamo fare è cercare di mettersi nei suoi panni e capire cosa sta cercando di trasmettere.

Dirle cosa fareste al loro posto, dirle cosa fare, se non è richiesto, non serve! Anzi, aumenta il disagio di quella persona. 

Quando dite che “trovate esagerato” il sentimento di una persona che sta esprimendo una propria emozione di disagio, oppure che vi sareste comportate/i in maniera diversa. La state facendo sentire sbagliata, inadeguata, non solo per l’emozione che prova, ma come persona.

L’ascolto è il primo passo per capire quali sono gli stereotipi e, di conseguenza, le discriminazioni che ci colpiscono nel quotidiano.  Ascoltare con rispetto anche perché le emozioni non si giudicano.  Non si giudicano perché non si scelgono, le emozioni si provano e basta, non si spiegano, non sono il frutto di un ragionamento. 

Non si giudicano perché non siamo noi che le abbiamo provate e non possiamo provare e non possiamo pretendere di provare le stesse emozioni di un’altra persona in quella specifica situazione o dire loro cos’avreste fatto voi in quella situazione. Ogni persona reagisce in maniera diversa davanti a una situazione. 

Ci sono mille modi diversi di vivere tramite emozioni diverse la stessa cosa, nessuna di queste emozioni può essere giudicata. Quando giudicate l’emozioni di una persona lo fate partendo dal vostro metro di giudizio che non è universale.

Questi ragionamenti si sviluppano tramite l’empatia, che purtroppo non ci viene insegnata. Manca l’empatia, manca il rispetto e soprattutto manca l’aver provato sulla propria pelle la stessa sensazione di disagio che ha provato un’altra persona.

Tutta la campagna #Metoo #QuellaVoltaChe ha permesso di far venire alla luce una cosa fondamentale: ogni donna nella sua vita ha subito almeno una volta una molestia (se volete approfondire ne ho parlato qui).

In pagina potete trovare qui le testimonianze dei #MeToo che ci sono arrivate, ma ci tengo anche a segnalare il nostro album #IHave, perché ci sono persone che hanno scelto di esporsi per raccontare come hanno contribuito alla cultura patriarcale e come ad un certo momento della loro vita hanno deciso di cambiare se stess* e di lottare per cambiare la società. Perché insieme, le cose cambiano.

Per tutto questo, questa giornata deve essere ricordata per il suo significato originale: il raggiungimento di pari diritti e di pari dignità, l’uguaglianza, l’abbattimento degli stereotipi e dei pregiudizi.

Diciamolo a gran voce che l’8 marzo è una giornata che non è nata per una categoria da proteggere e da “celebrare”, ma perché la parità di genere ancora non esiste. Non abbiamo bisogno di una giornata per essere rispettate ma abbiamo bisogno ed il diritto di essere RISPETTATE SEMPRE in quanto esseri umani.

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Ci dice quindi davvero poco che in Italia i musei saranno gratis per sempre alle donne ogni 8 marzo. Ok! Grazie! Ma perché non anche agli uomini con delle rassegne concentrate sul tema del rispetto e del perché esiste l’8 marzo? Questo si potrebbe dire per anche tutti quegli eventi e locali con ingresso gratuito per la donna, come se fossimo una categoria protetta che ha bisogno di agevolazioni.

In questa Giornata, come in tutti i giorni dell’anno, sarebbe utile parlare dell’origine di questa ricorrenza, fare educazione di genere a scuola, parlarne per abbattere gli stereotipi e le discriminazioni con i quali veniamo educat*.

E allora donne se volete, festeggiate l’8 marzo, perché siete libere/i di scegliere se festeggiare o no. Al di là di ogni moralismo, ogni pregiudizio o stereotipo che ci accompagna ogni giorno. Fate quello che vi sentite di fare, ma è davvero importante essere consapevoli che questo giorno non è una festa, è un giorno che ci ricorda a che punto siamo e che si realizzi quanta strada ci sia ancora da fare per raggiungere pari diritti e pari dignità.

E voi uomini, se volete festeggiare le donne intorno a voi perché così vi è stato detto di fare, fate pure, ma quello che sarebbe utile fare è domandarvi con quanti stereotipi siete cresciuti, con quanta mascolinità tossica vi hanno convinti che quello è essere uomini.

Ricordatevi che ci sono tanti modi di essere uomo, quanti sono gli uomini al mondo. Nulla può renderti «meno uomo»: sei tu che decidi cosa definisce la tua virilità (vi rimando alla Campagna di liberazione del maschile di Abbatto i Muri #MascolinitàFragile).

Non fatevi ingabbiare in ruoli di genere tossici, guardatevi intorno, guardate questa società, dal divario salariare, ai posti di potere alla violenza continuamente giustificata, mettete anche voi gli occhiali viola, leggete, informatevi, frequentate altri scrittori femministi.

Solo così, cambiando il nostro quotidiano ogni giorno, sarà possibile creare una nuova società più giusta e sarà dato davvero valore al significato dell’8 marzo.

Nel mondo c’è bisogno di rispetto, quello vero. Non quello dato perché si è considerate speciali, ma perché siamo persone.

Qualunque cosa decidiate di fare, dall’andare a vedere lo strip-tease, all’uscire con le amiche, col compagno o la compagna, un cinema, una cena, o anche solo rimanere a casa a guardare la TV, ricordate che l’8 marzo ha un significato ben preciso e che per parlare di rispetto, si devono prima abbattere i meccanismi che permettono di violarlo.

Fate ciò che vi sentite di fare, ciò di cui avete davvero bisogno. Siate voi stesse sempre e  con l’orgoglio di una persona che, in quanto tale, merita rispetto.

Buona giornata a tutt*.

Valentina R. & Giulia Terrosi

 

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