Uomini che odiano le donne: il femminicidio dentro e fuori casa

 

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Festival dei diritti umani – Milano, 5 Maggio 2016

Quando ho trascritto la forte e indimenticabile testimonianza di Nadia Murad ho promesso che avrei trascritto anche l’incontro “Uomini che odiano le donne: Il femminicidio dentro e fuori casa”.

Ecco gli interventi estremamente interessanti di Sergio González Rodríguez, Sumaya Abdel Qader, Emilia Perassi e Lella Costa.

Conduce Danilo De Biasio, direttore esecutivo del Festival dei Diritti Umani:

Danilo: Perché le donne subiscono la violenza, a volte fino a rimanerne uccise, per mano di uomini. Oggi vogliamo riuscire a capire con i nostri ospiti, se si sono dati delle risposte e anche che cosa si può fare perché non accada più. Sono contento di avere qui Sergio González Rodríguez, scrittore e giornalista messicano e Sumaya Abdel Qader, sociologa italo-palestinese che sta coordinando Aisha, un’ associazione che lavora con donne musulmane, contro la violenza di genere.

Li abbiamo invitati perché sono accomunati da una cosa: combattono entrambi il femminicidio. Il primo, con i libri come “Ossa nel Deserto” che è uscito in Italia nel 2008, e che è una pietra miliare del giornalismo narrativo, la seconda combatte la violenza contro le donne in particolare dentro la comunità islamica, e o fa mettendoci la faccia.

Stesso obiettivo, mondi diversi.

Non è finita qui perché al termine del dibattito ci sarà Lella Costa, che riesce sempre a far passare messaggi importanti con apparente leggerezza e presenterà  “Dei diritti e della pena” dialogo attorno al progetto ‘Human’.

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Darei la parola alla nostra ospite, Emilia Perassi, che insegna letterature ispanoamericane alla statale di Milano col focus tra letteratura e diritti umani. Quando si parla di diritti e America Latina di getto viene in mente popolazioni indigene, dittatura, povertà estrema, ma la letteratura latino americana si ferma solo a questo quando parla di diritti umani?

Emilia Perassi: E’ un campo complicato perché è la prima volta che si parla di un continente e quindi è difficile capire la storia e la cultura di un continente. In America Latina scrittore, il libro, significano una possibilità rara, un significano un cambiamento. Danno voce, danno libertà. Cito sempre Neruda che si è sempre definito come la sentinella che da voce a chi non ce l’ha. Asturias, la grande voce della cultura maya, si definiva il grande interprete, con lo stesso significa. Romanzi, saggi, giornalismo narrativo, sono fondamentali perché danno voce a chi non ce l’ha. Questo per me è fondamentale per capire libri come Ossa nel Deserto. Dal punto di vista del giornalismo narrativo si tratta di uno dei continenti più delicati, uno dei posti al mondo in cui si sta registrano il maggior numero di persecuzioni al giornalismo. Tutte le zone dell’America Latina hanno utilizzato il giornalismo per raccontare storie di chi non può raccontarle, per dare questa voce, per testimoniare. Il primo grande che inaugura questa genealogia di giornalismo narrativo è Rodolfo Walsh in Argentina con Operazione Massacro. Gli invisibili diventano visibili grazie a un libro.

Danilo: Sergio González Rodríguez ha avuto l’onore di essere protagonista di un libro di Roberto Bolaño che nel suo romanzo 2666 lo descrive come quel personaggio che cerca di scoprire i colpevoli di numerosi omicidi di donne. Nel suo libro “ossa nel Deserto” a pag 56 “…ciò suggerisce che Ciudad Juárez l’uso, la gestione e il possesso dello spazio pubblico intuiscono negli omicidi di donne non sono per l’arbitrio di coloro che esercitano la violenza, ma anche mediante le strategie di dominio territoriale della frontiera. In altre parole, lo dice l’aumento del capitale, lo sviluppo urbano, l’impresa di costruzione, le speculazioni immobiliari e la’industria maquiladora”. Il caso del femminicidio in Messico è un macchinismo di capitalismo malato di sviluppo che crea le condizioni per sviluppo. Puoi sviluppare questo pensiero?

Sergio: Grazie intanto per questa presentazione generosa. Potrei aggiungere a ciò che è stato citato dal libro, un principio dettato dall’urbanista Mike Davis che si chiama “ecologia della paura”. Ovvero una realtà in cui lo sviluppo del capitalismo ha portato all’assenza del rispetto dei diritti umani.

Quando sono stato testimone a Ciudad Juárez della violenza sistematica che viene esercitata contro le donne, ho deciso di seguire questa traccia di sangue per tutta la mia vita. Durante le mie ricerche ho scoperto che in primo luogo la causa era dettata dalla violenza intra familiare basata sulle regole del patriarcato e del macismo.  Inoltre, ho scoperto che il fattore determinante di questa violenza è la totale assenza del rispetto per la vita umana e per la persona causata dalla corruzione e dal potere. La situazione peggiore per gli esseri umani è quando il potere politico si trasforma in un potere contro gli esseri umani. Ho visto ragazze molto giovani che venivano rapite e portate in queste case di sicurezza dove venivano torturate, picchiate e violentate e ho scoperto che dietro c’era potere molto più grande. Stiamo parlando di decine e decine di casi che non hanno mai avuto seguito con un’investigazione di polizia. Quando mi sono avvicinato a questi casi ho iniziato a toccare dei temi molto pericolosi per le persone al potere in quel momento ho capito che se non si fermavano queste violenze si sarebbero diffuse in tutto il paese. Infatti quando ho iniziato a indagare più a fondo, sono stato rapito, picchiato e torturato e finito in ospedale per mesi. Ma ho continuato le mie ricerche e ho scoperto sempre di più. Un comandante della polizia aveva mandato un sicario per dissuadermi. Mi sento fortunato per essere sopravvissuto, molti miei amici non ce l’hanno fatta, più di 100 colleghi giornalisti sono stati giustiziati o scomparsi. In memoria loro tutti i giorni io continuo il mio lavoro e non mi fermerò davanti alle minacce.

Tutti gli attentati contro i diritti umani, la libertà di espressione, stanno accadendo nel mio paese ma anche in altre parti del mondo, per questo bisogna considerare il fenomeno dal punto di vista integrale. La violenza contro le donne ha le radici nella cultura, nella politica e nella storia. Dobbiamo considerarla da un punto di vista integrale e interconnesso. E’ una responsabilità collettiva. Le disuguaglianze sono responsabilità collettiva, del governo. Bisogna avere una maggiore conoscenza di questi argomenti sia nell’ambito nazionale che internazionale.

Il Messico è uno dei 25 paesi con più volenza contro le donne al mondo. Ma non è un problema che si risolverà con un’azione spontanea. Abbiamo bisogno di un’azione congiunta comune dall’interno e dall’esterno del paese.

In Messico, ogni 10 secondi una donna è vittima di violenza, ogni giorno perdono la vita 7 donne in Messico. Ogni giorno 13 persone tra uomini e donne. Sono delle cifre che fanno rabbrividire. Dobbiamo affrontare questi temi con serietà e profondità. Dobbiamo informare, denunciare ed educare le persone per trasformare queste cose in cultura.  La nostra speranza per il futuro sta nella coscienza del presente che è un compito comune, di tutti che ci coinvolge tutti i quanti. Vorrei impiegare le armi dell’intelligenza, dell’umanità, della dimensione dell’essere umano, del rispetto per la vita, per la cultura che viene anche dai libri, cinema, arte e teatro per opporci a queste barbarie. La cultura è quello che può fermare la barbarie. E le armi della cultura sono coloro che ci garantiranno un futuro.

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Danilo: Sumaya, coordinatrice del progetto Aisha che si occupa di violenza contro le donne nelle comunità islamiche. Detto che c’è bisogno di combattere la violenza contro le donne in qualsiasi comunità, però c’è, secondo te, uno specifico del maschilismo nella comunità islamica?

 

Sumaya: Buonasera e grazie per l’invito. questa è una domanda me la pongono spesso  in realtà andando a guardare i dati non sembra esserci differenza tra una cultura e l’altra,  le percentuali sono simili. E’ un problema trasversale e proprio per questo va affrontato in maniera trasversale. Per questo Aisha è un progetto aperto alla città, stiamo collaborando con le istituzioni e con la rete antiviolenza di Milano. Abbiamo però voluto dare un occhio di riguardo in più alle donne musulmane che subiscono violenza. Perché sembra che siano più restie a chiedere aiuto e che siano vittime di retaggi culturali che considerano la violenza domestica come questione privata e normale.  Noi vogliamo lavorare su più livelli. Prima di tutto la sensibilizzazione che va a toccare il livello culturale che è quello più importante su cui bisogna lavorare per cambiare degli atteggiamenti e delle idee. Per questo abbiamo sviluppato uno spot che vuole essere un primo segnale all’interno della comunità. Vuole affrontare la questione e cominciare a lavorarci.

Abbiamo avviato un lavoro di formazione alle donne nelle varie comunità. I musulmani non sono un blocco unico, hanno una specificità di linguaggio e di cultura propria. Stiamo formando queste operatrici che potranno essere le referenti in ogni comunità, aiutando le donne, sapendo come avviare le procedure di aiuto.

Stiamo lavorando anche sul fronte della preparazione delle guide religiose, gli Imam, che non conoscono sempre le procedure di aiuto oppure non sanno riconoscere i livelli di violenza, perché non c’è solo la violenza fisica, ad esempio c’è la violenza piscologica che è altrettanto devastante. Quindi stiamo aiutando a far capire, a prevenire. Lavoriamo con le famiglie affrontando molti temi come i matrimoni precoci o  l’infibulazione, per esempio, che spesso molti legano a pratiche religiose ma non lo è. Parliamo con i giovani affrontando l’educazione all’affettività, alla sessualità, perché con i giovani “la pasta è morbida e si può modellare” ma non è sempre facile perché bisogna avere le condizioni perché questa educazione culturale attecchisca. Spesso i giovani vivono condizioni familiari difficili ed è per questo che è importante lavorare anche con le famiglie.

Nello spot abbiamo voluto la presenza di donne, di uomini e di Imam. Non abbiamo fatto vedere la violenza ed era voluto perché alcune delle donne presenti nel video sono state vittime di violenza e hanno voluto dire che si può tornare a vivere e a sorridere. Vuole denunciare che è doveroso denunciare, che se ne deve parlare.

Danilo: uno degli elementi fondamentali di questo festival, noi vogliamo valorizzare le persone che ci mettono la faccia, che si mettono in discussione e che hanno messo la faccia. Mi è rimasta una curiosità, perché negli ultimi anni quando sento parlare di Messico mi vengono in mente i cartelli della droga, la complicità con la polizia e con l’esercito. Vorrei capire da Sergio se questo ha delle conseguenze anche sul femminicidio.

Sergio: Si, la violenza del crimine organizzato, del narco-traffico ha un rapporto diretto con l’industria dei crimini come ad esempio la tratta delle persone, soprattutto di donne e di bambini. Ci troviamo in una situazione molto critica perché le istituzioni e le autorità non intervengono davanti a tuto questo. In Messico la percentuale dei delitti impuniti è del 98-99%. La situazione è davvero critica, non è un paese di diritto. E’ un impero del delitto, dobbiamo assolutamente combattere con questa situazione. I delitti che non vengono puniti generano più violenza, un circolo vizioso.

Danilo: questo tipo di racconto è solo di tipo giornalistico o ci sono scrittori narrativi che riescono a raccontare la violenza contro le donne?

Emilia: C’è un impegno ad alto spettro, una delle voci che sta prendendo un significato molto particolare il metterci “Il corpo” non soltanto la faccia, perché c’è un atteggiamento investigativo, come quello di Sergio, cercare interviste, dati. Questo è un fatto determinante del giornalismo investigativo. Ma c’è una grande letteratura narrativa, poesia, teatro che porta avanti la denuncia, l’uscita dal silenzio. Lo scrittore è una figura importantissima. Molti hanno critto romanzi con l’intenzione chiara di migliorare il tuo paese, non per te stesso. Fai le cose per il bene, per contribuire al bene del tuo paese.

Danilo: mi ha colpito molto il passaggio sugli Imam con Sumaya. E’ una figura davvero così centrale e ha bisogno di una particolare cura?

Sumaya: Certo, è importante per i musulmani,  perché gli imam sono una figura di riferimento per la spiritualità e la conoscenza della religione. Se una donna va dal Imam dicendo che suo marito le ha detto che nel corano c’è scritto che l’uomo è superiore alla donna, lui deve essere in grado di dire che non è vero. Ci sono piccoli livelli in cui tra un uomo e una donna c’è un rapporto di potere psicologico. Per quanto riguarda questioni più gravi, ci sono donne vittime di violenza che vanno a chiedere aiuto all’Imam, e quindi lui deve sapere qual è la procedura da avviare.

In Italia non c’è un’autorità che decide chi è Imam e chi non lo è, questa è una criticità. Ma ci stiamo lavorando per creare degli enti che certifichino l’autorità di Imam attraverso un percorso studio e conoscenza del contesto.

Danilo: confesso che non mi ricordo il numero di donne vittime di femminicidi di Ciudad Juárez. C’è stata una qualche forma di mobilitazione delle donne o dei familiari al riguardo?

Sergio:  In realtà c’è stata una grandissima mobilitazione di persone che volevano difendere le donne di Ciudad Juárez ed è anche per questo che si è venuti a conoscenza del problema anche al di fuori del Messico. Ma nonostante tutta questa mobilitazione all’interno del paese, ci sono stati dei risultati molto avversi. Per esempio l’organizzazione “Frontiera Nord” (Colegio de la Frontera Norte : https://www.colef.mx/?lang=en) che è un istituto di ricerca molto importante in Messico, ha fatto una ricerca molto dettagliata sulla situazione delle donne a Ciudad Juárez non è affatto migliorata dal 1993 al 2013. Soprattutto perché non c’è stata giustizia per le vittime e per le famiglie delle vittime. C’è un gruppo a Ciudad Juárez, Le nostre figlie ritornano a casa (Nuestras Hijas de Regreso a Casa ), che ha confermato che nulla è cambiato. Questo è allarmante perché significa che c’è un totale disinteresse da parte dell’autorità e una mancanza di attenzione, queste famiglie non avranno mai giustizia. Secondo le dichiarazioni delle autorità i femminicidi a Ciudad Juárez non sono mai esistiti, è stata tutta un’invenzione dei giornalisti e dei femministi. Per controbattere a questa menzogna ufficiale ci sono tutte le indagini che abbiamo condotto noi giornalisti e ricercatori indipendenti con tutti i nomi e cognomi di queste donne che aspettano giustizia.

Danilo: A proposito di femminismo. Sumaya, esiste il femminismo islamico?

Sumaya: non mi piacciono le etichette, perché sfuggono. Etichettare significa ingabbiare, non cogliere la dinamicità delle trasformazioni che sono un continuo divenire. Femminismo è tutto e niente. Si declina in tantissimi modi e nasce in molti contesti diversi da quello che è l’impegno femminile delle donne musulmane verso il cambiamento culturale della libertà delle donne e della loro indipendenza. Quindi a me sta sempre stretta questa definizione come mi stanno strette le definizioni in generale. Alcune si definiscono femministe, altre no perché hanno questa visione delle cose. C’è un filone culturale femminile di donne che sono fortemente impegnate sul piano culturale per cambiare le cose liberando la propria religione dai retaggi culturali che negli ultimi tempi hanno soffocato la libertà delle donne. I processi culturali sono i più lenti in assoluto. Sicuramente bisogna dare voce a queste voci, bisogna ascoltarle e bisogna contrastare tutte le altre voci che invece vogliono sminuirle. Come ad esempio quando mi zittiscono dicendomi che non posso parlare di libertà perché porto lo hijab.  Come ha detto di recente una ministra francese che ha detto: “loro pensano di essere libere ma non lo sono”. Questa gabbia in cui si trovano gli altri nella loro limitatezza di non concepire che la libertà non è solo secondo i propri schemi, è da superare. E questo è un processo culturale lento, ma sul quale ci stiamo lavorando.

Domande del pubblico:

A Sumaya.

  1. Sono apparsi diversi testi di donne islamiche dove si dice che solo la liberazione da parte delle donne può venire un mutamento da parte del mondo islamico e quindi anche un’eventuale integrazione? Inoltre, puoi chiarirci la questione dell’infibulazione?

Sumaya: sicuramente c’è un movimento femminile importante in tutto il mondo che darà un contributo grandissimo per cambiare tutti i retaggi che ci sono, nel mondo musulmano e  non solo. Però sono convinta che non debba essere fatto solo dalle donne. Credo moltissimo nell’impegno costrutto tra uomini e donne per lottare contro la discriminazione e la violenza e Sergio sta lavorando in questo senso mettendoci la faccia nella lotta contro il femminicidio.

Il mondo islamico si caratterizza per una grande pluralità dove c’è un’espressione positiva  e uno negativa. Noi cerchiamo di promuovere quella positive e di sbriciolare tutto quello che va contro i diritti umani.

Tutto ciò che è legato alle mutilazioni genitali femminili non fa parte di nessuna religione. Sono tradizioni culturali trasversali a diverse comunità, cristiane musulmane etc. spesso sono le donne stesse a volerlo perché per loro è un qualcosa che va fatto. Sono le donne che fanno questa pratica, sono custodi di questa pratica per diventare donne etc. Alcuni paesi si stanno mobilitando per metterla a bando ma c’è ancora molta strada da fare. Se non parte dalle donne il rifiuto, l’interiorizzazione che questa pratica è una violenza.

Danilo: abbiamo avuto Nadia Murad, ho ancora emozione a parlarne. Ha totalmente bloccato l’atmosfera, nessuno respirava. Ieri alla bicocca Nadia e Sumaya si sono incontrare e tu, Sumaya le hai detto che farai quello che è possibile per denunciare quello che è accaduto in nome del califfato.

Sumaya: questo è stato il mio impegno che ho dato a Nadia proprio perché quello che ha subito l’ha subito in nome dell’Islam. Le ho dato il mio impegno a portare aventi la sua voce, lottare a fianco a el i ae a tute le donne che sono vittime  di queste barbarie e di questa identità che si è definita con l’Islam ma nulla, nulla ha a che fare con l’Islam.

  1. Vorrei sapere se e come avete una rete con le strutture sanitarie? sono volontaria a San Paolo e spesso capitano casi di violenza contro le donne, anche musulmane e penso che avere delle reti che non siano solo istituzionali come il vostro progetto sia fondamentale.

Sumaya: Il fatto che incontriate le donne in un contesto sanitario è perché arrivano la situazione  è degenerata. Noi non vogliamo arrivare questo, vogliamo che si creino le condizioni per arrivare prima. La preparazione di queste operatrici è una parte del processo, avere persone che siano capaci di comunicare e che siano un punto di riferimento anche per le istituzioni sanitarie. Stiamo promuovendo anche l’utilizzo della lingua italiana perché parlare la lingua locale vuol dire essere indipendenti, è uno strumento forte che permette di difendersi.

  1. Ho sentito dire che la grande responsabilità è il capitalismo. Ma accanto al capitalismo non c’è anche la tradizione che ci riguarda tutti a partire da quella religiosa che prevede che il potere sia sempre e solo in mano ai maschi?

Sumaya: Anche le donne possono guidare la comunità dal punto di vista religioso. Il fatto che gli Imam siano solo maschi è dovuto a un retaggio culturale. Ma l’Islam ha avuto la prima tramandatrice e interpretatrice della cultura islamica una donna.

Domande a Sergio González Rodríguez.

  1. C’è stato un episodio scatenante che gli ha fatto decidere di dedicare tutta la sua vita alla difesa delle donne?

Sergio: quando sono andato a Ciudad Juárez nel 1996 ho iniziato a rendermi conto della situazione delle donne e a costruire un modus operandi molto specifico. Ero in un ufficio giudiziario dove una ragazzina di 14 anni con sua mamma che mi chiesero se io fossi un giornalista e che volevamo raccontarmi qualcosa. La ragazzina di 14 anni mi ha raccontato che il comandante della polizia le ha preso la testa e l’ha sbattuta alla parete. Una ragazzina di 14 anni. Da quel momento la mia vita è cambiata, è stato il momento scatenante. Non potevo capire come un comandante di polizia poteva compiere una tale atrocità nei confronti di una bambina di 14 anni. Questo poliziotto voleva costringere questa bambina a testimoniare contro una persona innocente. Oggi in Messico la violenza di questo tipo è una pratica autorizzata a legittima soprattutto dagli agenti di polizia. In quel momento non potevo immaginare la gravità del problema ma ho deciso di indagare e andare a fondo e non mi sono più fermato.

  1. Pensa che la legalizzazione delle droghe può diminuire la violenza contro le donne?

Sergio: penso di si, ma è una situazione molto poco probabile. Perché i grandi governi economici come gli Stati Uniti, come quelli dell’Inghilterra, Australia o Israele, vogliono la guerra delle droghe perché l’illegalità produce molti più soldi. E’ ciò che permette la crescita macchina della guerra, la produzione delle armi che c’è dietro il narcotraffico. E’ tutto collegato. Vendita delle armi, narcotraffici, terrorismo. Nella dottrina militare statunitense c’è l’equazione:  terrorismo = narcotraffico = insufficienza politica. Per questo si parla di “regolamentazione” delle droghe e non di “Legalizzazione”. L’uso di questi termini fa capire che non ci saranno molti cambiamenti per ora nell’ambito della legalizzazioni di droghe, ma se le droghe fossero legalizzate non ci troveremmo in uno scenario di violenza come quello odierno.

  1. Nell’età pre-ispanica dove la donna era fecondatrice e legata alla terra, può essere che è cambiato tutto dal momento in cui l’uomo e la donna non sono più sullo stesso piano?

Sergio: La concezione della donna nei tempi antichi era una visione della donna come culla dell’umanità, come l’origine della fertilità, della produttività. Il cambiamento del punto di vista è avvenuto con l’avvento della religione cristiana che ha portato una visione maschilista e misogina della società. Tuttavia questa tradizione giudaico cristiana non è così grave come il disinteresse delle istituzioni. Mi è stato chiesto se la l’etnia latina fosse più portata alla violenza contro le donne, ma la violenza contro le donne è comune e pari in tutte le etnie e culture, ma la differenza à l’applicazione della tutela della legge. In Messico il problema fondamentale è l’assenza di giustizia. Per questo il movimento verso la giustizia deve partire dalla società e fortunatamente le donne in Messico oggi stanno cambiando il paese. Sono loro che stanno lottando per il rispetto delle donne. Come ha scritto Ágnes Helle, filosofa ungherese: la partecipazione delle donne trasformerà il mondo.

 

Intervento di Lella Costa:

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Io Alzo Lo Sguardo – Sergio: 

Io Alzo Lo Sguardo -Sumaya:

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A cura di Giulia Terrosi

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One thought on “Uomini che odiano le donne: il femminicidio dentro e fuori casa

  1. è troppo comodo dire “nulla nulla ha a che fare con l’islam” no la religione monoteista giudaico-cristiana e musulmana ha molto a che fare con la violenza sulle donne e l’ha fomentata. E che vuol dire “retaggio culturale”‘ Anche la religione è retaggio culturale e non è innocente

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