“Parole, Parole, Parole” con Michela Murgia, Haidi Giuliani e Cecilia Strada – 01.07.2016

 

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Venerdì 1 luglio, a Genova in occasione dell’Incontro Nazionale di Emergency, c’è stato l’evento “Parole parole parole”, un incontro pubblico su pace e diritti con molte/i ospiti.

Trascrivo la spiegazione delle parole scelte da 3 donne, perché fanno riflettere ed è un bene di questi tempi, riflettere parlando di umanità.

Alla fine del pezzo trovate il video completo della serata.

Le parole di Michela Murgia

Istrantzu

 

Istranzu è una parola sarda che significa due cose: straniero e ospite. E sono sue significati che non sono intercambiabili, vuol dire sempre tutte  e due le cose. Tutte le volte che si pronuncia “straniero” si evoca anche la dimensione di ospitalità, e tutte le volte che si intende il significato di “ospite”, si sottintende il fatto che quella persone ti porta un’alterità nel cerchio della tua tranquillità con cui tu comunque dovrai fare i conti. Anche se si tratta della persona che viene dal paese più vicino e non dal paese più lontano. In Sardegna questa parola porta un rito, l’istranzadura, che non ha un corrispettivo in italiano. E’ il rituale attraverso cui l’ospite estraneo viene reso partecipe della vita del nucleo, della comunità, del gruppo, della casa che lo accoglie. L’istranzadura è una dimensione di festa dove la persona viene accolta vedendo il meglio della comunità che gli apre le porte, e allo stesso tempo è un rito che segna la differenza, viene fatto solo per chi viene da fuori, non viene fatto per la persona familiare alla casa. E’ un rito che stabilisce anche una distanza, ma non è la distanza del distacco, ma del rispetto. Non è una distanza che tende a marcare una differenza di destini, valorizza le differenze, tu sei altro ed è perché sei altro che la tua alterità va celebrata. L’istranzadura è la creazione di uno spazio in cui queste differenze si possono incontrare. E’ un rito tipico del centro Sardegna, i più maligni dicono che si tratti di una forma di controllo, un elegante sequestro, per cui tu arrivi in una comunità e quella comunità si ingegna perché tu debba andare a casa di tutti, mangiare con tutti, accettare qualunque invito, stringere qualunque mano, tutte le esperienze e relazioni che ti vengono offerte non le puoi rifiutare ed è un modo meno conflittuale del muro e del filo spinato per dirti “tu sei altro, e io lo so”, magari davanti un bicchiere di vino, piuttosto che non dirlo affatto.

Integro

 

La seconda parola che ho scelto, è integro che fa riferimento all’intero ma etimologicamente vuol dire “non toccato”. Vergine, sterile, non toccato. Integro è un imene, un vaso che non mai stato sbeccato, un letto che non è mai stato sfatto. Ed è una parola molto bella fino a quando non diventa la radice della parola “integrazione” e quello che succede è un corto circuito. Perché tu chiedi di far parte di un integro ad un’altra persona che fa parte di un’altra cultura. Si dice: “se vogliono stare qui, questi si devono integrare/ facilitare i processi di integrazione/ non si vogliono integrare”. Quello che suggerisce è che “noi” siamo l’intero, la completezza, quello che non è mai stato spezzato, penetrato o infranto. E questo già di per se è un falso, perché noi siamo frutto di mille letti disfatti, di mille imeni penetrati, di mille cose infrante.

Chi può dire che fa parte di un intero che non ha mai subito un assalto o un contatto? La nostra cultura non è vergine. E’ cultura proprio perché non è vergine, siamo figli di mille incroci. Però ci riteniamo l’intero, davanti a quello che arriva noi siamo integri, e lui di conseguenza, se si può integrare nel nostro intero, non è un intero a sua volta, perché due cose intere non si attaccano.

Lui necessariamente dev’esser un pezzo, di qualcosa già rotto, di violato, che ha perso la sua integrità. In una gerarchia lui sta più in basso, perché il frantumo può entrare a far parte di un intero mentre non si può l’inverso. Noi non possiamo, avendo una cultura intera, integrarci in una cultura in frantumi. Questo è il gioco, noi siamo la cultura forte, loro portatori di un’identità debole, insignificante o comunque inferiore. Questo è il sotto testo: li accogliamo nella nostra perfezione, nella nostra armonia dell’intero, purché  loro scelgano di rinunciare a quel portato specifico che possono avere e che comunque non è così significativo da condizionare noi, e scegliere la nostra interezza. D’altronde chi non dovrebbe desiderare di essere come noi.

Questa è la radice di tutti gli etnocentrismi, noi siamo il fior fiore della cultura, siamo la gemma dell’ascesa storica. Da tutto il mondo desiderano essere come noi, quindi se arrivano qui è perché evidentemente desiderano quello che siamo, non soltanto quello che abbiamo. E allora che lo diventino, che abbandonino il loro essere pezzo di qualcosa e accettino di essere la meraviglia del nostro intero. Poi uno si domanda perché non funziona la parola “integrazione” e perché non funzionano i “processi di integrazione”. Non funzionano perché il gioco dell’eredità di senso è questo qua. Tu dici a un altro: “quello che sei non vale, vale così poco che se ti va bene puoi essere un pezzo di me. Purché accetti, quando ti pensi intero, di pensarti simile a me. Identità. Identico a me, non a te”.

C’è un video che gira molto in Sardegna e che è molto cliccato e amato. C’è un ragazzo Senegalese, di quelli che vendono le cose in spiaggia, che viene filmato mentre canta un canto tradizionale sardo “Nanneddu Meu”, lo canta benissimo con un ottimo accento. E questi ragazzi sardi, che con lui hanno fatto evidentemente hanno fatto amicizia, lo filmano mentre canta queste due strofe in sardo del poeta Peppino Mereu. Tutti dicono: “ecco, noi siamo una cultura accogliente, noi abbiamo accolto questo ragazzo e la nostra cultura lo ha fatto cittadino. Anche se non ha la cittadinanza, lui ha imparato questa canzone e praticamente è come se fosse un vero sardo”. Si, lui. Ma tutti quelli che lo stanno filmando, una canzone della sua Terra la sanno? Fino a che anche noi non impareremo i loro canti, fino a che anche noi non considereremo di avere davanti qualcosa di integro, che ha una sua dignità tutta intera. Anche se in frantumi lo siamo entrambi. Non è dai frantumi che viene la paura, siamo tutti a pezzi, tutte le identità sono a pezzi.

Fino a che non esisterà un video di un ragazzo sardo che qui, in Sardegna, canta una canzone di un ragazzo senegalese che arriva e che riesce a fargli capire che nella sua cultura c’è qualcosa che può essere scambiato, che non va integrato, ma condiviso, fino a quel momento, pace non ce ne sarà per nessuno.

La parola di Haidi Giuliani

 

Conoscenza

 

La conoscenza perché le parole possono essere molto belle o molto brutte a seconda di come si usano, ma se non c’è dietro la conoscenza che le sorregge, le parole possono tradire. Mi sono sentita confortata nella mia scelta quando ieri ho sentito il sindaco di Riace che ha parlato di conoscenza, io l’avevo già scelta come parola, forse perché sono una vecchia maestra, ma il sindaco di Riace ha detto: “perché bisogna conoscerli quando arrivano, sapere da dove arrivano, sapere che storia c’è dietro ad ognuno di loro, che storia c’è in ogni paese”.

Spesso ci sono anche storie di cui dobbiamo vergognarci, perché se tanti paesi da cui le persone fuggono sono in miseria o sono sotto dittature, è perché gliel’abbiamo portata noi, li abbiamo derubati prima noi, popoli privilegiati e infinitamente più ricchi.

Dunque conoscenza, conoscere la storia e la geografia di un paese. E terribile vedere sulle cartine questi paesi africani che hanno i confini tirati col righello perché qualcuno, che non era quel popolo, l’ha fatto. Ed è terribile sapere quanto soffrono per mancanza di lavoro, di risorse, magari i loro paesi sono ricchissimi di risorse ma li derubiamo noi, paesi occidentali sviluppati.

Quindi quando ho pensato a questa parola, mi è venuto in mente, anche  se è un po’ presuntuoso, andare a scomodare Dante: “fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”.

Allora ho cercato un altro poeta più vicino a me nel tempo e nei sensi e ho trovato una sua frase, però volevo aggiungere, perdonate la debolezza di una vecchia madre, volevo aggiungere che a volte bisogna, anche nel caso di un semplice ragazzo, conoscere davvero la storia prima di scrivere tante parole false su di lui.

“E noi…

E noi abbiamo una vera missione, in questa spaventosa miseria italiana, una missione non di potenza o di ricchezza, ma di educazione, di civiltà.”

Pier Paolo Pasolini.

Le parole di Cecilia Strada

 

Sicurezza

 

Prima volevo dire qualcosa sul perché le parole. Negli ultimi anni abbiamo un po’ sofferto noi volontari e amici di Emergency sentendoci rubare le parole una via l’altra, come la parola “pace” mettendola nell’espressione “guerra di pace”; la parola “umanitario”, con “guerra umanitaria” . Le parole sono state distorte e ribaltate. Allora abbiamo deciso di lavorare sulle parole per riprendercele, se necessario inventarcene di nuove, per portare avanti  le nostre idee e abbiamo deciso anche di rubarcele noi, ad esempio la parola “sicurezza”. Tutti vogliono la sicurezza, ma cos’è la sicurezza? Sono più di 15 anni che ci sentiamo dire che la sicurezza la otterremo andando a bombardare un paese lontano, ci siamo sentiti raccontare che la sicurezza la otterremo evitando di portare 101 ml di shampoo in aereo, o rinunciando ai diritti civili, o facendoci intercettare tutti, o che avremmo potuto ottenere la sicurezza prendendo tutti i cattivi e chiudendoli in sicurissime prigioni senza un processo, per anni. Oppure con i droni, che non solo ci consentono di lavorare sulla sicurezza del mondo ma ci consentono anche di risparmiare le vite dei nostri soldati, ma i droni li usiamo in guerre che non abbiamo nemmeno dichiarato, li mandiamo ad uccidere persone senza un processo. Così facendo creiamo degli orfani, che un domani non avranno, credo, sentimenti positivi nei nostri confronti. Allora cos’abbiamo fatto, abbiamo ucciso anche gli orfani, questa è la storia yemenita, di un ragazzo di 17 anni che viene ucciso dopo che è stato ucciso suo padre proprio perché si voleva evitare che un giorno si vendicasse. La guerra al terrorismo in 15 anni ha visto impiegare migliaia di miliardi per costruire “la sicurezza”, ma siamo sicuri che abbia funzionato? Io ho la sensazione che siamo molto più terrorizzati oggi di 15 anni fa. Prima non avevamo paura per le nostre città, oggi abbiamo paura ad andare a un concerto a Parigi, o di andare in stazione a Bruxelles. Abbiamo anche paura di chi scappa da quelli che sparano. E per difenderci cosa facciamo? Continuando a investire in bombe, anziché in scuole, a vendere armi in tutto il mondo. Ma come possiamo aspettarci che il mondo diventi più sicuro in questo modo? Quando lo vai a chiedere ai cittadini del mondo, non ai capi di stati o di governi, cos’è per loro la sicurezza, ti rispondono la stessa cosa. Dal pensionato di Marghera, al contadino di Lashkar Gah nel sud dell’Afghanistan, dal disoccupato che sta a Napoli-Ponticelli che vediamo nel nostro ambulatorio mobile, alla ragazza che vediamo nel nostro centro chirurgico in Libia, quando vai a chiedere a loro, ti rispondono che la sicurezza è una pensione dignitosa, un lavoro sicuro, sapere che se mio figlio sta male posso portarlo all’ospedale e sarà curato, che se ho un problema ai denti posso essere curato. Vedere arrivare uno straniero che gli da una mano vestito da medico e non da soldato, se un bambino ha un problema sarebbe meglio vedere un pediatra, non un soldato. L’esperienza di Emergency è molto semplice, non è attraverso la guerra che si raggiunge la sicurezza, è attraverso la costruzione dei diritti, l’educazione e il lavoro che è la cartina tornasole per tutti. La “pace” per i cittadini del mondo è non avere fame, non avere freddo e non avere paura e questa è la mia definizione di sicurezza.

Buganvillee

 

Tante volte ci hanno chiesto ma che c’entrano le rose? C’entrano perché vogliamo curare nel miglior modo possibile. E dopo aver piantato i fiori, glieli facciamo curare. In mezzo ai nostri giardini trovate giardinieri che sono ex pazienti dei nostri ospedali, con le protesi, che non avrebbero trovato un altro modo di vivere dignitosamente, è un progetto nel progetto. I fiori sono i nostri migliori fisioterapisti, perché quando i nostri pazienti sono in grado di stare in piedi vengono mandati in giardino a fare esercizio. Sono i luoghi dove le famiglie vengono a trovare i propri parenti,  e compaiono tovaglie, uvette e mandorle salate e tutti quanti possono sedersi a fare un pic-nic. Probabilmente sono le uniche due ore di pace che quelle famiglie hanno durante la settimana, perché fuori c’è la guerra. E non è solo questo, è l’idea di dignità, diritto alla bellezza, alla miglior cura possibile e anche diritto alle rose. A noi piace pensare che i nostri pazienti quando vengono dimessi dal nostro ospedale, si portino a casa anche il ricordo della bellezza, della calma, della pace. Il riconoscimento della dignità, ti voglio dare un posto bello in cui stare, perché te lo meriti. Anche se fuori c’è la guerra. E i pazienti possono tornare a casa pensando “un altro mondo è possibile”.

A cura di Giulia Terrosi

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3 thoughts on ““Parole, Parole, Parole” con Michela Murgia, Haidi Giuliani e Cecilia Strada – 01.07.2016

  1. finchè si tratta di canzoni e poesie sono d’accordo, ma ci sono aspetti arcaici in ogni cultura che vanno smantellati poichè incompatibili con la modernità, e l’integrazione a questo serve.

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