Messaggi di Umanità a “NESSUNO ESCLUSO” – Genova 30.06.16 –  #diguerraedipace

guerra_pace

Il 30 giugno 2016 a Genova, in occasione della prima serata dell’Incontro Nazionale di Emergency, sono state dette delle cose davvero interessanti che ho ritenuto opportuno trascrivere.

Il primo a parlare è Yohannes, un ragazzo eritreo che è scappato dal suo paese e che racconta la sua esperienza.

Buona lettura 🙂

Alla fine dell’articolo trovate il video integrale della serata.

Testimonianza di Yohannes Ghebrai, eritreo fuggito dalla guerra nel suo paese e oggi Mediatore culturale di Emergency, che racconta la sua esperienza. Imperdibile.

Buonasera a tutti.

Innanzitutto grazie per l’accoglienza. Penso che l’immigrazione sia un fenomeno complesso, un fenomeno che ha la capacità di cambiare il volto della nostra società nel bene e nel male. Per gestirlo occorre l’intelligenza, per intelligenza intendo la conoscenza, conoscere la cultura delle persone che fuggono dal loro paese, la loro storia, il motivo, la causa che ci spinge a lasciare il proprio paese. Io provengo dall’Eritrea e quindi mi limito  a parlare soltanto del nostro paese. Sono sbarcato nel 2008 e tanti altri sono sbarcati prima di me. E quindi uno si chiede, ma perché scappano dal loro paese? Permettetemi di dirvi alcuni punti per capire davvero perché noi fuggiamo.. come ben sapete l’Eritrea è stata una colonia italiana, poi è stata occupata dalla Gran Bretagna e poi nel 1952 le Nazioni Unite decidono che l’Eritrea diventi uno stato federato con l’Etiopia.  Nel 1961 l’imperatore Hailé Selassié decide di annettere il paese con l’Etiopia e da lì è iniziata una lunga guerra, durata 30 anni, tanti morti, feriti e tanti costretti a fuggire dal paese già dal 1961. Tra le persone che sbarcarono sulle coste siciliane, se non muoiono nel deserto o nel mare, gli eritrei sono davvero numerosi. Fuggiamo da una guerra che va avanti da oltre 30 anni. Nel 1991 abbiamo avuto l’indipendenza, il popolo pensava che fosse davvero finita la violenza e il terrore. Mentre oggi il nostro paese è governato da una delle dittature più feroci al mondo, così l’ha definita la commissione delle Nazioni Uniti per i Diritti Umane. Fuggiamo perché l’unica prospettiva che abbiamo è fare il militare e fare la guerra. Sono scappato nel 2007 perché il regime mi ha obbligato a fare il militare. Da noi prima di finire il ciclo di studi, devi prestare il servizio militare che è obbligatorio e a tempo indeterminato. La finalità è stare al confine a combattere gli attacchi. Il nostro dittatore ha fatto la guerra con tutti i paesi confinanti, sembra ossessionato dalla guerra. Quando sono stato costretto a scendere in campo, ci avevano detto che il servizio militare sarebbe durato poco, ma non è stato così. Quando ho scoperto che il mio futuro era destinato a stare al confine ad uccidere le persone, ho deciso di scappare. Quindi sono fuggito in Sudan insieme a 3 amici, dove sono stata per qualche mese. In Sudan era davvero pericoloso, non avendo il permesso di soggiorno rischiavo di essere arrestato e rimpatriato, con 20 anni di carcere come minimo. Per questo ho deciso di prendere la strada della speranza, quella della “morte”: il deserto. Molti mi chiedono “ma non sapete che attraversare il deserto e il mare è pericoloso?”; io rispondo che si, lo sappiamo, ma è la speranza, quel dire “forse arriviamo” che ci fa partire. E’ il non cedere alla disperazione. Sappiamo benissimo che c’è un alto rischio di morire, ma la speranza è più forte. Dopo 14 giorni di viaggio siamo arrivati n Libia. E’ stato difficile, non solo per il sole. Ma perché tra il Sudan e la Libia ci sono dei gruppi armati che ti chiedono del denaro per passare. Pagando delle somme, sono riuscito ad arrivare in Libia dove rimane l’ultima tappa: il Mediterraneo. In Libia non esistono organizzazioni governative che ti aiutano, ci sono solo i trafficanti che se paghi ti portano in Sicilia. La prima volta è andata male, il gommone ha avuto dei problemi e siamo dovuti tornare indietro. Ci hanno arrestati e abbiamo dovuto pagare per uscire dal carcere. Siamo ripartiti nuovamente e dopo 3 giorni di navigazione siamo arrivati a Lampedusa insieme ad altri 350 eritrei. Siamo in Italia, si comincia una vita nuova. Ma non è facile per chi non conosce la lingua e la cultura ricominciare tutto da capo. Mi hanno trasferito in provincia di Trapani dove ho conosciuto una mediatrice culturale di Emergency che mi ha aiutato. Nonostante abbia un titolo di studio nel nostro paese, ho dovuto riprendere gli studi e iniziare un percorso scolastico perché qui i miei titoli di studio non valgono. E sono diventato mediatore culturale di Emergency. Adesso lavoro ai punti degli sbarchi. Ve lo dico con tutta sincerità, sono orgoglioso e grato di stare insieme a persone straordinarie, medici e infermieri, che stanno in prima fila a curare gli altri. Abbiamo solo una regola: chi ha bisogno, deve essere curato. Questo mi rende orgoglioso e felice di lavorare con queste persone che stanno dando una grande mano alla società.

Finisco dicendo che ultimamente ho fatto un viaggio diverso: quello di tornare nel Mediterraneo, dove è presente lo staff di Emergency sulla nave del Responder del Moas per salvare le persone in mare. Quel viaggio mi ha molto emozionato perché ricordo nel 2008 alla seconda notte di navigazione, il mare era davvero agitato.  abbiamo visto da lontano la luce di una nave. Abbiamo iniziato a gridare e a chiedere aiuto, ma quella nave non ci ha sentito.

Il 24 giugno, quel grido l’ho sentito io insieme allo staff di Emergency e all’equipaggio. 450 eritrei su un barcone lanciavano lo stesso grido che urlai io nel 2008. Mi ha davvero commosso tornare indietro e dire ai miei connazionali con la loro lingua “vi abbiamo sentito, adesso vi salviamo, vi stiamo portando in salvo”.

I ragazzi quando salgono sulla nave applaudiscono, da noi si dice, non si può applaudire con una mano solo, ma con due. L’altra mano siete voi. Grazie a chi ci permette di salvare vite.

 

Intervista a Gino Strada, fondatore di Emergency insieme alla moglie, Teresa Sarti Strada.

Conduce: MASSIMO GIANNINI, giornalista, scrittore e conduttore televisivo.

Massimo: Il fenomeno dei migranti viene considerato la grande emergenza di questa fase, tendiamo un po’ a dimenticarci, e vorrei che Gino ce lo raccontasse in forza della sua lunghissima esperienza, che in realtà questi fenomeni nella storia dell’umanità ci sono sempre stati e allora forse noi abbiamo un deficit culturale e anche di memoria. Dovremmo smetterla di declinarla come un’emergenza, Gino, a te.

 

Gino: Io vorrei dire come si è avvicinata Emergency a questo problema, come capita spesso non ci rendiamo veramente conto dei problemi fino a quando non ci siamo dentro, e noi ci siamo dentro da tempo, è difficile prevedere. E direi che per Emergency questa questione è cominciata nascere nel 2003. Ci siamo accorti che più cercavamo di orientare il nostro lavoro sanitario in giro per il mondo sulla base del rispetto dei diritti umani, più ci siamo resi conto che il rispetto dei diritti umani non era un problema solo oltre Chiasso, che stavano diventando un problema anche in Italia. Non so se vi ricordate allora il dibattito della politica, una cosa che oggi non ho alcuna difficoltà a definire “sconcia” come la definii allora. In quegli anni il dibattito politico in Italia si svolgeva tra chi diceva: “no, è con la mia legge che se ne buttano fuori di più”, la Bossi-Fini, non so se ve la ricordate, e chi diceva “no, è con la nostra legge, la Turco-Napolitano,  che se ne possono buttare fuori di più”. Quello era il problema: buttarne fuori di più. A dire quanto la politica era lontana invece dallo spirito della gente d’Italia, dai cittadini italiani, che direi senza eguali in Europa in questi anni hanno continuato e continuano a praticare la solidarietà e l’accoglienza. E quindi finimmo quell’incontro nazionale del 2003 dicendoci di preparare a costruire un programma che si chiamerà “Emergency Italia”. Abbiamo aperto il primo ambulatorio a Palermo 2 anni dopo, e lo pensavamo destinato ai migranti in qualsiasi modo venissero chiamati, qualsiasi fosse parolaccia che si usava  “extracomunitari/clandestini/illegali” etc. etc.

Poi in realtà ci siamo accorti che c’erano anche tanti italiani che non ce la facevano più, l’abbiamo detto e ripetuto tra lo scherno della politica, fino a quando uscì qualche anno fa un rapporto del CENSIS che indicava 9 milioni e mezzo tra i cittadini italiani, la quantità di persone che non potevano curarsi in maniera adeguata perché non avevano soldi per farlo. 9 milioni e mezzo era una proporzione spaventosa su una popolazione di 60 milioni. L’ultimo rapporto del CENSIS parla di 11 milioni, non più 9 e mezzo. E quindi ci siamo resi conto che il problema non erano i migranti, il problema era la povertà, la discriminazione che avanzava, la distruzione dei diritti umani che veniva praticata negando perfino il diritto alle cure. E così che abbiamo cominciato.

Non mi ricordo tutti gli interventi di Emergency in Italia, soprattutto in Sicilia ma non solo, gli ambulatori, gli ambulatori mobili, l’assistenza alle persone adesso anche in mare, prima ancora di riceverli agli sbarchi . E questa cosa è diventata insieme ai progetti in giro per il mondo, dal Sudan all’Afghanistan, dal Centrafrica alla Sierra Leone, una delle nostre priorità. Perché ci troviamo di fronte a questo problema drammatico di decidere cosa fare, rispetto ad una situazione tragica di diritti calpestati, come esseri umani rispetto ad altri esseri umani che non stanno più a migliaia di km di distanza ma che abbiamo in mezzo a noi. Sono molto contento di come si sia sviluppato questo programma, e sono molto contento che abbiamo incontrato persone come il Prefetto Mario Morconi perché fa veramente piacere trovare nelle istituzioni delle persone che hanno conservato intatta la morale, la voglia di fare, la competenza per farlo e che si dedicano a questa cosa anziché vederla come un problema o addirittura come una tragedia da evitare. Abbiamo conosciuto molte persone e questa cosa ci ha dato la forza, credo che il numero delle persone che abbiamo curato in Italia, che ormai supera le centinaia di migliaia, sia una delle più belle testimonianze del fato che Emergency sia davvero un’organizzazione umanitaria nel senso che si rivolge a soddisfare i bisogni degli uomini. Grazie.

 

Massimo: Ti rinnovo la domanda per quanto riguarda invece la questione dei migranti: perché fatichiamo a ricordare che storicamente l’umanità si è sempre spostata e perché oggi questo deve diventare uno scandalo nella nostra civiltà?

 

Gino: Ma io credo che chi vede le migrazioni come una calamità, sia semplicemente un cretino. Ora, esiste, anche se non è conosciuto dalla Costituzione e dal diritto internazionale, il diritto ad essere cretini, però è un diritto naturale acquisito. IL cretino è quello che non capisce che gli esseri umani, così come gli uccelli e i pesci, migrano, si spostano. Chi ogni tanto, chi una volta all’anno chi due volte l’anno. Questo pianeta non è una cosa statica, è un divenire, è una biologia che si evolve in continuazione. La storia dell’umanità è una storia di migrazioni, è sempre stato così,. E non c’è una possibilità di contenimento. Chi alza i muri sta buttando via i soldi perché muri non serviranno mai. La storia degli uomini, paradossalmente, è più forte della stupidità dei politici. Queste cose non sono evitabili, dei disastri o dell’emergenze, sono la fisiologia della specie umana e di altre specie. Chi urla all’invasione, avrebbe semplicemente bisogno di uno psichiatra.

In Italia abbiamo meno di 200.000 persone che hanno chiesto di stare qui su 60 milioni sono una percentuale ridicola. Si urla all’invasione perché si è a caccia di 4 voti, perché purtroppo gli stupidi non sono solo tra i politici, lì c’è n’è una caterva ma, ce ne sono anche tra cittadini e quindi per 4 voti si fanno queste operazioni che sono deliranti da un punto di vista culturale.

Io penso che la questione dei migranti sia una questione semplice da affrontare da parte dell’Europa e da parte dell’Italia. L’Italia è quella che ha risposto meglio, non come politica perché come dicevo prima, c’erano quei dibattiti atroci tra il razzismo di destra e il razzismo di sinistra, ma credo che i cittadini italiani abbiano dato la risposta migliore a Lampedusa, a Riace, nel sud Italia e non soltanto. Credo che gli esempi di grande solidarietà siano stati e sono tantissimi. Questa è la forza che ci deve portare ad affrontare questa questione in un modo assolutamente nuovo. Capire che una società dove c’è movimento, mescolanza, contributo di culture e di storie diverse è una società più ricca. Noi dovremo dire un grande grazie a tutti quelli che vengono qui, a prescindere dal fatto che pagano le tasse, questi sono dettagli, dovremmo dire un grande grazie tutte le volte che la mescolanza degli uomini produce effetti positivi di solidarietà e di fratellanza, non di guerra e di atrocità. Per questo che noi ci sentiamo molto dentro a questa vicenda e vogliamo fare sempre di più, speriamo di riuscirci. Già come Emergency dovremo essere orgogliosi di quello che siamo riusciti a fare con i nostri pochi mezzi in questi 10 anni di lavoro in Italia. Mi auguro che tra 10 anni si celebrerà in modo più diverso più integrato, più bello questo lavoro, perché noi continueremo a farlo nonostante tutte le difficoltà e gli ostacoli che a volte la politica, la burocrazia e l’indifferenza cercano di metterti tra le ruote.

 

Massimo: Una cosa al volo che ti voglio chiedere, tu dicevi “alla ricerca di 4 voti”, però se andiamo a vedere quello che succede in Europa ci rendiamo conto che per sfortuna sono un po’ più di 4 i voti. In Italia intanto c’è una forza come la Lega Nord che è la quarta forza politica in Italia col 13%. Se poi allarghiamo l’orizzonte e vediamo che quello che è successo in Austria dover per 20.000 voti non è diventato presidente Hofer che è uno di destra spinta. Guardiamo quello che succede ad est, tutto il blocco ex sovietico si muove in quella direzione. Lo stesso possiamo dire per la Gran Bretagna dove c’è Farage. Insomma, c’è un vento di destra sempre più forte in Europa. L’unico elemento comune che sembra di cogliere è la paura e quindi la xenofobia, paura del diverso. Come si disinnesca tutto questo? E’ soltanto un problema di politici che ci soffiano sopra a questi tizzoni ardenti o è un problema più profondo?

 

Gino: io non ho ricette. Credo che queste cose si disinneschino in medio-lungo periodo con l’educazione, la cultura, col rivolgerci a dei valori importanti e positivi anziché la grettezza del vedere “quello che viene qui a rubarci il lavoro” che poi non è vero. Mi piacerebbe che noi fossimo un paese più civile, che fosse governato da quello spirito che i cittadini hanno ma che la politica non ha. Sono convinto che noi cittadini italiani ci meriteremmo molto di più non mi sento rappresentato da tutta una serie di personaggi che sono sempre sui giornali e nei talk show televisivi, mi sento più rappresentato dalle famiglie di Lampedusa o di Riace o da chi lavora per migliorare le condizioni di vita delle persone, nel sudi Italia soprattutto.

Il disinnesco c’è, si tratta di far prender coscienza a sempre più cittadini e di stimolare sempre più cittadini ad agire in maniera positiva, a non avere paura a non farsi convincere da questi illusionisti.

….

Massimo:  In Italia c’è un caso di integrazione formidabile, che è andato sulle scene delle televisioni, sui giornali, una volta tanto finalmente in positivo, è la vicenda di Riace. Invito il sindaco di Riace a parlare con noi Domenico Lucano. Lei ha una storia straordinaria da raccontare: 1800 abitanti, di cui quasi la metà sono migranti, integrati magnificamente, che fanno circolare anche delle banconote alternative all’euro, che hanno una valuta a parte. Ci racconta il suo miracolo?

Mimmo Lucano: Intanto grazie per l’invito ad Emergency, per me è un’occasione particolare trovarmi di fronte a persone così importanti e di fronte ad un pubblico così numeroso, per parlare del mio paese, un piccolo paese in provincia di Reggio Calabria. Una provincia e una regione, da cui spesso provengono messaggi così negativi. Questa è un’occasione straordinaria per raccontarvi una storia che ha un valore positivo e che riguarda una comunità che, facendo parte del “profondo sud” dell’Italia, ha tutta una serie di problematiche sociali, economiche e anche di forti condizionamenti da parte della criminalità organizzata che non ci permette di guardare al futuro con molto ottimismo. Potete immaginare così, tanto per contestualizzare, delle panchine dove ci sono sedute delle persone anziane, che aspettano lo scorrere del tempo con un senso di rassegnazione.

Tutto sembra che ormai debba finire, che non c’è una speranza per il futuro, e poi un veliero, che approda sulla spiaggia di Riace, probabilmente perché il vento decide così. Che cambia il destino della comunità. Io non ero sindaco, eravamo prima del 2000 e su quel veliero, c’erano almeno 200 profughi che provenivano dal Kurdistan iraqueno e turco. Io ho pensato è uno strano destino: prima i bronzi di Riace, queste statue magno greche, che il mare ci ha restituito, per permetterci di far riconoscere e conoscere Riace nel mondo, poi l’arrivo dei profughi, un popolo in viaggio verso un sogno di liberazione. In fuga dalle guerre, che approda a Riace.

Ovviamente il primo pensiero è stato quello di capire come ospitare quelle persone. Abbiamo utilizzato fin da subito una strategia che poi è diventata una pratica, un modello, come diceva il prefetto Morcone. In un periodo in cui non c’era la Bossi- Fini e forse nemmeno la Turco-Napolitano, eravamo proprio agli albori dei temi sull’immigrazione, il nostro modo di accogliere è diventato un modello perché abbiamo escogitato una banalità.

Utilizzare le case dei nostri emigranti. Quindi come fosse un viaggio che non ha confini, che inizia a Riace e torna a Riace. Ovviamente con persone diverse, i nostri emigranti, che vanno in giro per il mondo, per questioni di lavoro, “migranti economici”, tanto per definire questa differenza, i nostri sono stati veramente migranti economici. Hanno cercato altrove le possibilità di vita, e speranze migliori per il proprio futuro, poi l’arrivo delle persone, che fa nascere una nuova storia. Quindi l’utilizzo delle case abbandonate.

Dal 1998 al 2001 non abbiamo speso un euro. In pratica il sistema di accoglienza sono state l’utilizzo delle case dei nostri emigranti. Riace, subito dopo il dopoguerra, faceva quasi 4000 abitanti, eravamo arrivati a 1300 abitanti. Abitanti che sono distribuiti su 2 agglomerati urbani, due nuclei abitativi, uno sulla costa che è Riace Marina e poi Riace Superiore, dove anche io abito. Con Riace superiore eravamo arrivati a 350 abitanti. Quindi il centro di accoglienza che praticamente diventa il paese, nella sua globalità. Con il nostro ruolo di aiutare nell’emergenza dello sbarco; quella era stata davvero un’emergenza che ci ha sollecitati come comunità. E’ stato quello che poi ha fatto in modo che le persone di Riace, i vicini di casa, potessero dare un aiuto concreto. E’ così che nasce Riace come paese dell’accoglienza. E’ così, da uno sbarco, da una casualità. Senza un euro, perché poi nel 200 io ero diventato consigliere della minoranza del mio paese, nel 99 ci sono state le elezioni comunali, e abbiamo aderito facendo un progetto, al “Programma Nazionale Asilo”. Era la prima sperimentazione italiana, su scala nazionale con un sistema che coinvolgeva, i piccoli e grandi comuni, per costruire in Italia un sistema di accoglienza e di integrazione su basi di umanità. Non i grandi centri di accoglienza, non queste tendopoli, baraccopoli, dove si creano queste barriere, queste linee di demarcazione, che sanno già di degrado, il luogo degli altri. Non vale per i rom, non vale per nessuno. E tutto senza un euro, anzi prima eravamo con la lira, nel 2001 c’è stato l’euro. E poi Riace con il “Programma Nazionale Asilo”, un progetto che io ho fatto, come consigliere della minoranza, sulla base dell’esperienza che avevamo vissuto per 3 anni, diventa così il paese uno dei 70 comuni dell’asilo. Questo è stato l’esito di quel bando ministeriale, a cui il nostro comune aderisce, che fa iniziare un’accoglienza organizzata, su basi anche di rapporti istituzionali con il Ministero degli Interni e poi con la prefettura. Io divento sindaco nel 2004 perché, al posto che essere un problema, che si collegava ai problemi già esistenti, c’era la percezione nella comunità, che l’arrivo di persone, poteva costruire delle speranze, impreviste e inaspettate. Addirittura c’è stata una fase in cui, come tuttora, si creano presupposti per recuperare altre case, per il turismo solidale. La società multietnica diventa un motivo di attrazione per i turisti solidali. Cominciamo a recuperare botteghe abbandonate per farle diventare laboratori di artigianato artistico. Abbiamo costruito una fattoria didattica.

L’accoglienza e la voglia di rispondere alle soluzioni di integrazione, di fare restare sempre le persone che sono in fuga dalle guerre, per la pace, prima di tutto ha fatto nascere un forte stimolo, per vincere anche quel senso di rassegnazione, così si sono trovate delle soluzioni. M’immagino la raccolta differenziata, per tantissime soluzioni che oggi fanno di Riace un modello nella sua normalità, perché alla fine io dico, tutte queste parole “emergenza”, l’ “ansia”, “le malattie”, io vi parlo di un’esperienza reale, non le ho lette sui libri, non ve le racconto perché le ho sentite per televisione, le ho viste per televisione, ma è l’esperienza reale, che viviamo da più di 10 anni. Forse l’emergenza è dentro di noi, quando uno immagina, vede gli sbarchi, gli arrivi, li vede dappertutto, ma semplicemente basta avere il senso dell’umanità o della normalità delle relazioni umane, e alla fine questo si produce, come nel nostro caso in una straordinaria opportunità, per un paese destinato all’oblio sociale, alla fine. Non c’era una speranza. L’accoglienza è stata un’occasione straordinaria di creare una speranza per le persone che arrivano e nello stesso tempo l’abbiamo creata per noi! Una comunità che si ritrova attorno ad una sua identità, un’identità che è fatta di “non pregiudizi”.

Come si può avere un pregiudizio senza conoscere una persona? Mettere dei muri, alzare delle barriere, sono i muri peggiori questi. I muri del pregiudizio. Perché una persona ha un colore diverso della pelle, perché la pensa in un altro modo perché c’è l’ansia la paura.. gli psicologi dicono che c’è un disturbo di comportamento quando tu hai paura di una persona, senza che quella persona ti abbia fatto nulla.

Il messaggio che vi voglio trasmettere è che l’accoglienza e l’incontro con un’altra persona, è una relazione umana, ma che senso abbiamo nella nostra vita, se dobbiamo avere paura di un’altra persona? Io credo che valga la normale relazione tra gli esseri umani, nulla di più. Solo la normalità. Questo è il nucleo fondante dei rapporti umani dell’accoglienza che dev’essere lontano dai pregiudizi.

Alla fine apre orizzonti che sono incredibili. Noi abbiamo recuperato la scuola. Nel 2010 la scuola era chiusa, oggi invece abbiamo una pluriclasse, se apri quella porta sembra di aver aperto una finestra sul mondo. 40 bambini figli di rifugiati. I bambini tra di loro non guardano queste cose, è tutto normale giocano senza nessun pregiudizio. E’ una cosa che appartiene a noi, perché probabilmente è la vita che ci porta ad avere tutte queste degenerazioni della mente. Per me è stata una esperienza straordinaria fare il sindaco e occuparmi di questo. Non è solo facendo le cose della routine quotidiana, occupandosi dei problemi delle buche delle strade, io credo che avere contribuito a fare nascere una coscienza diversa nelle persone di Riace, una maturità dell’anima diversa, questo è il contributo più grande e più importante, perché in questo modo ti da un contributo per migliorare il mondo, e in luogo che sembra piccolo e insignificante. Però abbiamo dato un grande contributo.

Un messaggio di umanità.

In pratica Riace non aderisce a un progetto con un piano finanziario, come può capitare oggi con il sistema dello SPRAR. Sperimenta l’accoglienza per uno sbarco, viene a contatto con i drammi dell’umanità, però, nonostante le nostre problematiche, proponiamo una soluzione umana.

Rispetto ad un tema globale, dove bisogna anche riflettere, su quali sono le origini dell’immigrazione, che cosa spinge gli esseri umani a mettersi in fuga, con la consapevolezza che quel viaggio si può tradurre in un viaggio di disperazione.

Non ci sono alternative. Quando arrivano spesso il nostro atteggiamento è quello di aver accolto queste persone “con i cani poliziotti”. Al trauma del viaggio si aggiunge un trauma più grande, che è la consapevolezza che quello che loro immaginavano non era proprio così: con i cani poliziotto, con misure di sicurezza, con i respingimenti, con i muri  con le barriere, questi sono atteggiamenti di inumanità.

Il messaggio che viene dal nostro comune, è un messaggio semplicemente di umanità.

 

 

 

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