Chiara, storia di una mamma in cerca di un lavoro

Il suo nome è Chiara, una mamma come tante, con una bimba di 4 anni bellissima, e convive con il suo fidanzato. Come in tutte le famiglie le spese sono tante, e Chiara deve cercarsi un lavoro.

Sai che c’è di nuovo, così va la vita, tutti abbiamo bisogno di lavorare” direste voi… Esatto! Ma cosa comporta cercare un lavoro quando non si è single e/o quando si ha una/o figlia/o?

Se la mettessimo sull’ironico potrei creare delle slide di una donna che si fa in quattro e corre su e giù per le strade di Milano. Immaginatevi come colonna sonora la sigla di Benny Hills. Divertente vero?

Sbagliato! Non lo è! E’ frustrante! Umiliante! Perchè le porte in faccia sono tante!

E’ vero, stiamo parlando di un periodo nero per l’economia mondiale. O almeno così vogliono farci credere. Permettetemi di sollevare un piccolo dubbio forse pronunciato con ignoranza:

secondo me la crisi nelle grandi aziende italiane non esiste. Può subirla il piccolo commerciante, l’artigiano, ma la grande azienda no! Prendiamo ad esempio Ikea. Quanti fanno la giratina la domenica o il sabato da Ikea solo per passare il tempo? Quanti escono senza aver comprato anche solo una cavolata da 2,00 €?

Vorrei vedere quanti di voi alzano la mano…

Sicuramente anche nella grande azienda ci può essere stato un calo delle vendite, ma per me non si può parlare di crisi.

(Specifico che ho preso ad esempio Ikea, ma potremmo fare lo stesso discorso con tante altre aziende).

Ritorniamo alla storia di Chiara. Per quanto ingiusto dirlo, e mi sta venendo la pelle d’oca, il problema di Chiara, in questo misero paese, è avere una figlia.

Eh già! Perchè a tutti i colloqui o domande da lei inserite è stata pronunciata o comunque richiesta tramite modulo la seguente domanda:

POSIZIONE FAMILIARE?

Chiara ovviamente non può evitare di rispondere, chi conduce il colloquio potrebbe ringraziarla e scartarla a priori (un ricatto vero?). Non può dichiarare il falso: sarebbe eticamente scorretto sia nei suoi confronti che in quelli dell’azienda, e poi soprattutto nei moduli scritti, sarebbe una falsa dichiarazione e quindi illegale. Quindi non le resta che dire la verità, e ritornare alla sua vita sperando che qualche buon santo le conceda di lavorare.

Chiara è una ragazza forte che non si arrende, ma questa storia di dover per forza dichiarare i fatti sua non le va assolutamente giù e decide di postare su facebook le sue perplessità:

Mi chiedo se solo ora funziona così od anche in passato, si usava inserire le domande HAI FIGLI? QUANTI? nelle domande di lavoro.
In questi giorni ne ho compilate due e in tutte e due ho trovato queste domande.
Questa cosa non è discriminante verso le donne? Mi chiedo, le donne con figli hanno meno possibilità di lavorare rispetto a chi non ne ha?”

Che risponderti Chiara… SI LO E’!

Ma forse c’è una speranza, perché come mi viene suggerito da un’amica anche lei attivista per il rispetto dei diritti civili, pare che le grandi aziende ricevano dei finanziamenti europei per le assunzioni di madri anche superiori a 40 anni con figli. Quanto meno la speranza è l’ultima a morire!

Però rimane il fatto che è illegale chiedere cose così personali ad una persona in sede di colloquio e soprattutto questa condizione non dovrebbe essere discriminatoria per il/la candidato/a.

Infatti è comune che venga chiesto anche agli uomini, non solo alle donne. Insomma pare proprio che chi abbia famiglia, sia in un certo modo discriminato per la sua posizione familiare che potrebbe recare danni all’azienda. Ciò che però non mi torna è questo:

  • se una/o donna/uomo è single è avvantaggiata/o perché ovviamente è più libera/o da impegni familiari, ma è svantaggiata/o perché potrebbe trovare l’amore in qualsiasi momento e quindi l’azienda non ha la certezza di cosa aspettarsi

  • se una/o donna/uomo è impegnata/o, fidanzata/o, sposata/o o convivente, i problemi sono maggiori perché potrebbe nascere un figlio e quindi una perdita monetaria per l’azienda

  • se una/o donna/uomo ha una/o figlia/o è svantaggiato perché secondo l’azienda il/la candidato/a ha degli impegni inderogabili e quindi può creare dei danni.

Insomma, come la mettiamo la mettiamo c’è sempre un problema. E allora, perché chiederlo? Per valutarne i rischi? E come si valutano questi rischi? Sbaglio o ogni uomo o donna è a se, e le cose cambiano in base al soggetto?

E’ come se per l’azienda noi fossimo delle marionette non in grado di gestire il proprio tempo e i propri spazi. Per l’azienda i matrimoni, le convivenze, i fidanzamenti e soprattutto i figli sono un problema. Triste vero?

E allora come dovremmo comportarci? Creando una vera e propria rivoluzione smettendo di rispondere TUTTI/E a questa domanda quando ci viene posta ad un colloquio?

Sarebbe possibile farlo se non fossimo ridotti alla fame… Se non fosse che sono più le persone disoccupate che quelle occupate in Italia… Purtroppo si è disposti a venir meno di questo diritto pur di lavorare perché le bollette e il cibo non si pagano con l’aria.

Ammetto che io stessa davanti a questa domanda ho risposto. Per me, senza famiglia, è stato facile. Mi è bastato dire: “non è una mia prerogativa in questo momento della mia vita”, ma dentro rodevo, perché ho dovuto scendere a patti con qualcosa che proprio non mi va giù. Non ho voluto rischiare la possibilità di lavoro per questa domanda. Quindi non biasimo chi non si rifiuta di rispondere.

Ho provato anche a informarmi per vedere se poteva esistere qualche petizione per questo problema, per presentare magari una proposta di legge che prevedesse l’illegalità per questo tipo di domande. Ho scoperto che esiste un decreto legislativo, il 198/2006. L’art. 27 di detto decreto cita:

Divieti di discriminazione nell’accesso al lavoro (legge 9 dicembre 1977, n. 903, articolo 1, commi 1, 2, 3 e 4; legge 10 aprile 1991, n. 125, articolo 4, comma 3)

1. E’ vietata qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro, in forma subordinata, autonoma o in qualsiasi altra forma, indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attività, a tutti i livelli della gerarchia professionale.

2. La discriminazione di cui al comma 1 e’ vietata anche se attuata: a) attraverso il riferimento allo stato matrimoniale o di famiglia o di gravidanza; b) in modo indiretto, attraverso meccanismi di preselezione ovvero a mezzo stampa o con qualsiasi altra forma pubblicitaria che indichi come requisito professionale l’appartenenza all’uno o all’altro sesso.

3. Il divieto di cui ai commi 1 e 2 si applica anche alle iniziative in materia di orientamento, formazione, perfezionamento e aggiornamento professionale, per quanto concerne sia l’accesso sia i contenuti, nonché all’affiliazione e all’attività in un’organizzazione di lavoratori o datori di lavoro, o in qualunque organizzazione i cui membri esercitino una particolare professione, e alle prestazioni erogate da tali organizzazioni.

4. Eventuali deroghe alle disposizioni dei commi 1, 2 e 3 sono ammesse soltanto per mansioni di lavoro particolarmente pesanti individuate attraverso la contrattazione collettiva.

5. Nei concorsi pubblici e nelle forme di selezione attuate, anche a mezzo di terzi, da datori di lavoro privati e pubbliche amministrazioni la prestazione richiesta deve essere accompagnata dalle parole «dell’uno o dell’altro sesso», fatta eccezione per i casi in cui il riferimento al sesso costituisca requisito essenziale per la natura del lavoro o della prestazione.

6. Non costituisce discriminazione condizionare all’appartenenza ad un determinato sesso l’assunzione in attività della moda, dell’arte e dello spettacolo, quando ciò sia essenziale alla natura del lavoro o della prestazione.”

Vi lascio la lista delle domande illegale nei colloqui di lavoro

La storia di Chiara porta ad esempio le migliaia di donne che vengono discriminate ogni giorno. E non solo le donne, anche gli uomini.

Vi ricordate di Paola? La ragazza, fotografa freelance che per arrotondare cercava lavoretti. Anche lei un caso analogo, di cui vi lascio l’articolo e che ha avuto il coraggio di ribellarsi.

La storia che vi ho raccontato ha comunque un Happy Ending. Chiara è riuscita a trovare lavoro e a breve inizierà la sua nuova carriera. Il contratto è quello che è, ma non ci scoraggiamo! Un grosso in bocca al lupo da parte nostra. E un grosso in bocca al lupo a tutte le madri, i padri e a quelli che stanno cercando un lavoro e vengono discriminati ogni giorno dalle aziende! Non abbattetevi. Una soluzione si trova sempre!

Valentina R.

Annunci

One thought on “Chiara, storia di una mamma in cerca di un lavoro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...